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venerdì 1 giugno 2018

Il governo degli "avvocati del popolo" e l'Italia che si spera non verrà

"Habemus governo" finalmente. Fumata bianca dopo gli 88 giorni della trattativa più demenziale della storia della Repubblica, tra proclami sguaiati, comiche giravolte e dirette social degli improbabili statisti protagonisti di questa vicenda: Dima-IOS (cit. Crozza), il primo capo politico che cambia posizione ad ogni aggiornamento del software, e Salvini la ruspa che vuole blindare i nostri confini, rimpatriare 600mila immigrati, spianare i campi nomadi e chiudere le moschee. Vengono i brividi a immaginare quei due alla guida del Paese, ma hanno vinto le elezioni ed è giusto che governino.

C'è voluta l'infinita pazienza e l'alto senso dello Stato di Mattarella per fare in modo che dessero vita a un esecutivo passabile, che non dichiari guerra alla Germania, non ci faccia uscire dall'Euro e dalla Nato per allearsi con Putin, non ci renda ridicoli al mondo con la richiesta alla BCE la cancellazione di 250 miliardi di debito. Questi "lorsignori" (Fortebraccio ci perdoni il paragone) che hanno gridato all'impeachment quando Mattarella ha posto il veto su Savona - l'economista che ha pronto un "piano B" simile a Gladio per uscire dall'Euro e che ha paragonato la Germania di Merkel e Schäuble a quella di Hitler - dovrebbero avere almeno la buona creanza di chiedere scusa e ringraziare il Capo dello Stato. Di Maio forse lo farà. Salvini, con l'arroganza che ha, non credo. In compenso, mentre a Roma si chiudeva l'accordo, a Milano, dal muro di Via Bellerio, è scomparsa la scritta "Lega Nord Padania - Basta Euro".

Il "governo del cambiamento" rispecchia l'esito del voto anti-sistema del 4 marzo che ha premiato le due forze più populiste e sovraniste d'Italia, le quali hanno molte cose in comune ma rappresentano mondi molto diversi, spesso in conflitto tra loro (pensiamo alle imprese del Nord che vogliono più deregulation e meno tasse e ai disoccupati del Sud, che sperano nei sussidi e nel maggiore aiuto dello Stato). L'esecutivo ha 18 ministeri e 17 ministri (perché Di Maio ne occupa due): 9 sono dei Cinquestelle e 7 della Lega, che ha la "goldenshare" politica e con il vice Giorgetti sottosegretario alla Presidenza del Consiglio farà da balia al professor Conte, il "signor nessuno" scelto come premier-esecutore del "contratto di governo": un premier che ogni volta, prima di prendere una decisione, dovrà fare due telefonatine ai suoi mandanti. 

Tra gli altri ministri, fa una certa impressione pensare che la Lega si sia presa la pubblica istruzione (con un professore di ginnastica), che ci sia una delega per un Cinquestelle alla "democrazia diretta" (la nostra è ancora una democrazia rappresentativa), e che il prode Toninelli, quello della "tassa piatta progressiva", sia finito alle infrastrutture: aspettiamoci che le grandi opere diventino i cantieri per gli "umarell".

Le anomalie politiche e le contraddizioni costituzionali di questa inedita e per tanti versi drammatica vicenda, del resto, sono diverse. Basta pensare al "contratto di governo". Oppure al "Comitato di Conciliazione" (anche questo, per fortuna, ridimensionato dall'intervento del Quirinale) che dovrebbe attivarsi quando nell'applicazione del contratto si determinano divergenze tra Lega e Cinquestelle. Visto così, più che un governo politico della Repubblica sembra una "joint-venture" tra privati, ma tant'è. Vedremo strada facendo cosa sarà in grado di fare, come e se riuscirà a combinare insieme l'applicazione della flat-tax con il reddito di cittadinanza e la cancellazione della legge Fornero.

Questo in un contesto internazionale in progressivo sconvolgimento, con la crisi economica tutt'altro che passata, un Paese che continua pericolosamente a camminare sull'orlo del baratro, con un tasso di sfiducia enorme nella politica e nelle classi dirigenti, una sinistra divisa e dispersa. Le analogie con l'inizio degli anni Venti del secolo scorso che portarono all'avvento del fascismo, e anche quelle con la Repubblica di Weimar, sono abbastanza impressionanti. Ma bisogna avere fiducia nella nostra democrazia, incrociare le dita e sperare che ci vada bene. 

Di Maio - che come primo lavoro si trova a fare il ministro del Lavoro - ha detto che "si sta scrivendo la storia". Salvini - che nelle ore decisive della trattativa è riuscito a postare il video di un migrante che spenna un piccione per strada (e per disperazione da fame, i suppose) con il titolo "a casa!!!" - si è limitato a dichiarare che non vede l'ora di insediarsi al Viminale "per cominciare a riempire gli aerei e riportare a casa i clandestini". Conte ha aggiunto che sarà "l'avvocato del popolo" e che lavorerà "per migliorare le condizioni di vita di tutti gli italiani". Che ne sarà di queste promesse e che Italia sarà quella giallo-verde lo vedremo presto. Per ora, comunque, l'orizzonte più probabile rimane quello di nuove elezioni a breve.

lunedì 28 maggio 2018

Io sto con Mattarella. Ma quanti rischi per il Paese e la nostra democrazia...

Siamo precipitati in una crisi politica e istituzionale drammatica. Torneremo presto a votare con la stessa legge truffa che ci ha portato a questa situazione. Con i "non vincitori" populisti e anti-euro contro il Capo dello Stato, l'Europa tiranna, l'élite dei "poteri forti" che impediscono loro di governare, l'"invasione" degli immigrati. Con la "vecchia" politica screditata, il Pd e Forza Italia fuori gioco, la sinistra dispersa. E con una situazione economica e finanziaria che ci fa camminare pericolosamente sull'orlo del baratro. I rischi per il Paese sono enormi. E anche per la democrazia. La storia non si ripete mai uguale, ma fanno impressione le analogie con i mesi che all'inizio degli anni Venti del secolo scorso precedettero l'avvento al potere del fascismo: il forte sentimento anti-partiti e anti-casta dei nuovi movimenti, le divisioni interne alla sinistra e l'inettitudine delle classi dirigenti liberali e cattoliche, la pretesa dei vincitori di rappresentare la volontà del popolo, di tutto il popolo.

Il presidente Mattarella, respingendo l'imposizione di Savona a ministro dell'economia, ha pronunciato parole chiarissime e coraggiose: garante della Costituzione e dell'interesse nazionale contro gli avventurieri. Contro il fascioleghista Salvini, vero "dominus" di questa fase politica, che vorrebbe portarci fuori dall'Euro. Contro Di Maio, che vorrebbe dalla BCE la cancellazione di 250 miliardi di debito italiano. Contro Salvini e Di Maio insieme, che col loro "contratto di governo" volevano tenere insieme flat-tax, reddito di cittadinanza e cancellazione della legge Fornero. Contro lo stesso economista diventato "simbolo" della Lega, che aveva paragonato la Germania di Merkel e Shauble a quella di Hitler.

A voler vedere il lato positivo della faccenda, bisognerebbe dire solo grazie a Mattarella, che ha tenuto botta, non s'è fatto intimidire dall'arroganza dei vincitori delle elezioni, ha concesso loro tutto quanto era possibile concedere (e anche di più) per tentare di far nascere un governo politico basato su una solida maggioranza, poi ha esercitato il suo ruolo e le prerogative che la Costituzione gli assegna solo sul ministro dell'Economia e non sul "signor nessuno" candidato premier, sulla "ruspa" Salvini agli Interni, sulle nomine eterodirette per gli Esteri e la Difesa, come pure avrebbe potuto.

Il risultato è che per ora non usciremo dall'Euro, non dichiareremo guerra alla Germania, non avremo un signor nessuno presidente del Consiglio che prima di prendere qualsiasi decisione deve fare due telefonate a Salvini e Di Maio, non spareremo sui migranti (Salvini al Viminale) e non dipenderemo dal software della Casaleggio associati (Di Ma-Ios capo politico). Ma non credo proprio che gli italiani la leggeranno così: in positivo, sul pericolo scampato per merito del Capo dello Stato. No, credo che accadrà l'esatto contrario. Complice l'infelice indicazione di Cottarelli come premier del governo di garanzia che nessuno o quasi sosterrà, credo che prevarranno i fautori del "golpe" del Capo dello Stato per impedire la nascita del "governo di cambiamento", dell'etablissement italiano ed europeo contro la volontà del popolo; e che quando torneremo a votare prevarrà la rabbia, il risentimento populista, la voglia degli elettori di buttarsi definitivamente a destra e sulle forze anti-sistema.

All'indomani del 4 marzo avevo previsto che, pur di evitare il ritorno alle urne, Salvini si sarebbe alleato con Di Maio, avrebbe rotto con Berlusconi e sarebbe nato il governo Lega-Cinquestelle. Poi, sono arrivate le regionali, i sondaggi che prevedono l' exploit della Lega e la conferma per i Cinquestelle, Salvini e Di Maio si devono essere montati la testa; il primo più del secondo. Così è ripartita la trattativa tra i due, ma giocata al rialzo, in chiave elettorale e al di fuori della prassi costituzionale. Il "contratto" invece del programma, l'indicazione a premier "esecutore" di uno sconosciuto, la lista dei ministri preconfezionata, il diktat su Savona all'economia, il rifiuto di qualsiasi alternativa, l'irriverenza provocatoria verso il Capo dello Stato e le sue prerogative. Tanto da far sorgere il dubbio che, in realtà, siano stati proprio loro, più Salvini di Di Maio, a non voler fare il governo (che per prima cosa deve trovare i miliardi necessari a bloccare l'aumento del'Iva, altro che flat-tax) e a scommettere tutto sul ritorno al voto.

Come ci torneremo però non si sa. Con un'inedita alleanza elettorale Salvini-Di Maio con Savona candidato premier e il "contratto" come programma comune? Con i Cinquestelle che corrono da soli con Di Battista nuovo capo politico? Con Salvini che ritorna da Berlusconi e Meloni e punta a prendere la maggioranza con il centrodestra? Con il Pd ancora prigioniero di Renzi, il centrosinistra diviso e la sinistra-sinistra per conto suo? Difficile prevederlo ora. Le prossime settimane di diranno quale evoluzione prenderà questa bruttissima e pericolosissima partita dove tutti giocano col fuoco.

mercoledì 16 maggio 2018

Governo, spuntano le "talpe": dopo la bozza del contratto ecco il verbale segreto delle consultazioni al Quirinale di Salvini e Di Maio. Mattarella chiama i Corazzieri

Spuntano le "talpe"sulla strada in salita del nuovo governo. Una, non si sa se leghista o pentastellata, martedì ha recapitato a Huffington Post, che l'ha pubblicata, la bozza integrale del contratto di governo. I contenuti della bozza hanno fatto saltare sulla sedia mezza Europa. Salvini e Di Maio non l'hanno smentita. In un comunicato congiunto si sono limitati a dire che quella bozza è una versione vecchia del contratto, che è poi stata "ampiamente modificata". Questa mattina all'alba, ad Huffington Post è stata recapitato un altro plico anonimo: contiene il verbale segreto delle consultazioni al Quirinale di lunedì tra il presidente Mattarella e i leader dei Cinquestelle e della Lega. Di seguito ne pubblichiamo i passaggi più importanti.

Mattarella: "Prego onorevole Di Maio, si accomodi. Il segretario generale Zampetti mi ha riferito della telefonata di ieri in cui avete annunciato che siete pronti, che avete raggiunto l'accordo sul programma e avete un nome per la presidenza del Consiglio".

Di Maio: "Il nome sarebbi io, ma, prima di tutto, devo ancora convincere Salvini. Sul programma, invece, abbiamo stilato una prima bozza del contratto di governo. Stiamo scrivendo la storia, con tanto di firme autenticate".

Il Capo dello Stato lancia uno sguardo sconfortato a Zampetti, allunga una mano in basso e si tocca qualcosa, poi aggiunge sorridendo:"Speriamo che la storia non si offenda; mi faccia vedere". Poi comincia a leggere il documento e a pagina 4, sotto la dicitura "Funzionamento del governo e dei gruppi parlamentari", c'è la regola delle regole: l'istituzione di un Comitato di Conciliazione nel caso di conflitti tra le parti.

Mattarella ha un attacco di tosse, Zampetti gli allunga un bicchiere d'acqua. "Guardi Di Maio, deve avermi portato la bozza sbagliata del contratto, questa deve essere della Casaleggio Associati. Come lei sa, qui invece siamo nelle istituzioni della Repubblica, c'è un Parlamento, un Consiglio dei ministri, l'attività e i conflitti di governo sono regolati dalla Costituzione. Lei capisce bene che un simile Comitato sarebbe incostituzionale".

Di Maio (imbarazzato): "Scusasse presidente, non sapessi che questa regola sui conflitti c'è già. Prima di tutto, la correggeremo".

Mattarella prosegue la lettura. Capitolo giustizia: "Ah, bella questa cosa sulla corruzione, il Daspo per i corruttori. Come allo Stadio, se non hanno la tessera dell'onestà non entrano negli affari pubblici. E chi la rilascia la tessera, Grillo?".

Poi arriva alla pagina 35, dove si parla di Europa e Euro: "Bene, ora che siete diventati europeisti vediamo se avete fatto i compiti a casa come vi avevo assegnato la volta scorsa". (Legge e ad ogni frase la voce gli si abbassa) "Trattati europei da cambiare ...modificare radicalmente il patto di stabilità e crescita ...introdurre procedure e norme concordate che consentano agli Stati di uscire dall'Euro". (Lungo silenzio, poi ad alta voce). "Corazziere Uno? Accompagni questo signore dalla Merkel e lo riporti qui solo quando ha imparato per bene la storia".

Qualche ora dopo arriva al Quirinale Salvini.

Mattarella: "Prego senatore, si accomodi. Come dice? Non è riuscito a parlare con Di Maio? Non si preoccupi, è andato a ripassare la storia e la geografia. Quando ha capito che l'Italia non l'hanno scoperta i Cinquestelle e che Europa non è in America Latina, torna".

Salvini: "Ma dovevo dirgli che su di lui premier non siamo d'accordo, Berlusconi non vuole: il centrodestra è per la staffetta, sorteggiando ad Arcore a chi tocca per primo".

Mattarella: "Di questo parliamo dopo. Ora parliamo del programma. Vedo che la parte sull'immigrazione è evidenziata in giallo: ricollocamento obbligatorio dei richiedenti asilo in Europa, chiusura delle moschee e delle associazioni islamiche radicali... E sui 600 mila clandestini da rimpatriare non dite nulla?".

Salvini: "Manca. E' per questo che ho evidenziato. Non abbiamo ancora trovato il vettore low cost disposto a riportarli indietro, però lo stiamo cercando. Si tratta di almeno tremila voli. Abbiamo sentito Ryanair ma loro sono già overbooking fino a ottobre. Perciò stiamo pensando che si potrebbe sfruttare questo nuovo mercato del traffico aereo per rilanciare Alitalia: il conto lo pagherebbe Berlusconi in cambio della restituzione del titolo di Cavaliere" (Il presidente guarda Zampetti poi alza gli occhi al cielo).

Mattarella legge il capitolo tasse: tre righe, senza un numero, dove si sottolinea che la flat-tax, la tassa piatta al 15% per tutti, cavallo di battaglia della Lega, sarà progressiva, con più aliquote e mantenendo le deduzioni. "Bella questa invenzione della tassa piatta progressiva, l'ha suggerita Toninelli, immagino?".

Poi arriva alla parte sulla politica internazionale e ad ogni passaggio cambia tono ed espressione: "Fedeltà alla Nato": molto bene. "Usa alleati privilegiati": mi sembra un po' poco. "Ritiro immediato delle sanzioni alla Russia": gli cade la stilografica. "Putin interlocutore strategico": si incassa nelle spalle e sulla poltrona, ma rimane in silenzio; c'è ancora la pagina 38 sulla finanza da leggere, la penultima del contratto.

Mattarella: "Come ridurre il debito pubblico italiano di 2.302 miliardi di euro pari al 132% del Pil? Ohhh, finalmente un bel titolo in sintonia con gli interessi del Paese e con l'Europa. Vediamo qual è la vostra proposta: la BCE cancelli i 250 miliardi di debiti italiani in titoli di Stato che si troverà in pancia alla fine del quantitative easing". (Il presidente ha un violento attacco di tosse e diventa paonazzo, Zampetti gli passa un bicchiere d'acqua. Poi si riprende e chiama ad alta voce) "Corazziere Due? Chiami la Neuro, c'è un TSO da fare. E lei, senatore, sa dove si può mettere il contratto di governo e la staffetta sul premier? Zampetti, glielo spieghi lei".

Dichiarazioni all'uscita dalle consultazioni con Mattarella.

Salvini: "Ci sono problemi e divergenze su punti qualificanti del programma. La Lega non è disponibile a scendere dalla ruspa. O troviamo un accordo o ci salutiamo".

Di Maio: "Io speriamo che me la cavo".





venerdì 11 maggio 2018

Invece di sparate su Marescotti che ritira il voto al M5S provate a rifare la sinistra

L'agenzia Ansa ci informa che l'attore Ivano Marescotti, romagnolo doc, storico militante di sinistra, candidato alle europee del 2014 con "L'altra Europa per Tsipras", alla vigilia dell'ormai certa intesa di governo tra M5S e Lega ritira il proprio voto ai Cinquestelle. Il voto ai grillini l'aveva annunciato a gennaio dalla sua pagina Facebook, con l'intento - disse - di "rovesciare il tavolo". Rispondendo sempre su Facebook a un amico che oggi gli chiede: "Ma un bagno d'umiltà? Invece di parlare di quei cadaveri del Pd, prendere atto dell'idiozia per un comunista di votare degli anticomunisti che poi finiscono a fare il governo con la fascisteria varia?", Marescotti risponde secco: "Nessun problema. Prendo atto. Lo prendessero tutti".
Aggiunge di essere sempre stato contrario all'alleanza con la Lega, "che è un partito fascistoide, la peggior destra", e che "se il M5s fa un governo con la Lega e Berlusconi lascia correre, vuol dire che l'ex Cavaliere ha chiesto garanzie e che il Movimento gliele ha date. E allora io che avevo votato M5S ritiro il voto. Vuol dire che vanno a destra, come il Pd".

Naturalmente il voto non si può ritirare: una volta che è dato è dato. la retromarcia di Marescotti, così come a suo tempo il provocatorio "endorsement" per i Cinquestelle, tuttavia, si guadagna sui social una miriade di commenti feroci, spesso accompagnati da insulti, ai quali non mi associo. Conosco Ivano da molto tempo, da quando faceva l'assessore del Pci a Bagnacavallo e io lavoravo alla redazione di Ravenna de l'Unità; venne a presentare e leggere brani del mio primo libro "Arriverà quel giorno..." sulle lettere dei soldati dal fronte e dai campi di prigionia, al Teatro Rasi di Ravenna nel lontano 2000; lo seguo nelle sue tante e belle interpretazioni cinematografiche e teatrali (come non ricordare, tra le altre, quella del politico democristiano che trattava poltrone come al mercato nel "Portaborse" di Daniele Luchetti e con Nanni Moretti :"Due vicepresidenze valgono come una presidenza, l'assessorato x vale come due assessorati y"; oppure la messa in scena dei bellissimi testi dello scomparso poeta dialettale di Santarcangelo di Romagna, Raffaello Baldini); ci siamo anche ritrovati in alcune occasioni, invitati a iniziative in difesa della Costituzione di cui è un grande esperto ed estimatore; così come è, da sempre, un uomo di sinistra, uno spirito di sinistra autenticamente libero.

Per questo apprezzo, oggi, la sua onestà intellettuale quando dice "prendo atto, ritiro il mio voto" (anche se non si può). Come tanti uomini e spiriti liberi di sinistra, oggi orfani della sinistra che non c'è, penso che Ivano abbia visto nel Pd liberista di Renzi e nell'insipienza dal sapore un po' nostalgico della sinistra radicale il naufragio di un ideale, di una intera classe dirigente, del sogno di tantissimi militanti ed elettori. Così, come tanti altri delusi di sinistra (non io, per chiarezza), invece che nell'astensione si è buttato sui Cinquestelle: sperando che "rovesciassero il tavolo", confidando probabilmente sul fatto che nella loro trasversalità politica e programmatica essi parlano anche (e spesso a ragione) ai più deboli ed emarginati, ai precari, ai nostri giovani, alle tante vittime della globalizzazione; sperando quindi che potesse prevalere la componente di sinistra del Movimento. Questo, almeno, credo io. Così non è stato, il tavolo si è sì rovesciato ma dalla parte sbagliata, e non perché la componente di sinistra nei Cinquestelle non esista, ma perché il M5S è un Movimento post ideologico, che non ha ancora maturato una classe dirigente e una democrazia interna, ed è eterodiretto da un'azienda che ha scelto come capo politico quello più di destra: quel Dima-Ios così ben rappresentato da Crozza che s'intende a meraviglia con Salvini, il capo "rosario, vangelo e manganello" della Lega, e che con lui sta per varare il governo più populista e di destra dell'Europa Occidentale, tra le perplessità e la preoccupazione di quasi tutte le Cancellerie. Questo tra le "Ola!" del Pd, che invece di sfidare i Cinquestelle sui contenuti di sinistra di un programma di governo, sulla visione europea e - semmai - sull'idea di un mondo nuovo, non vedeva l'ora che questo governo M5S-Lega nascesse, per gustarselo seduti in poltrona, sulla riva del fiume, "con i pop corn" in mano. Anche per questo la retromarcia di Ivano non può essere interpretata come un assist al Pd; semmai come la delusione di un incazzato che richiama la sinistra a ricordarsi di essere sinistra, quella sinistra che non c'è nel mondo nuovo.

giovedì 10 maggio 2018

Verso il governo Di Maio-Salvini, il più di destra che c'è, con le "Ola!" del Pd di Renzi e la sinistra che non c'è

Dunque avremo una maggioranza e un governo Cinquestelle-Lega. Berlusconi, si dice, ha fatto il passo di lato. Più verosimilmente ha scelto il male minore per Forza Italia, che rischiava di scomparire in caso di elezioni ravvicinate, e ottenuto garanzie per lui, la sua famiglia, i suoi enormi interessi economici. Non s'è scansato - quando mai? -, ha trattato e probabilmente sta ancora trattando, come ha sempre fatto da Craxi in poi. Col via libera all'accordo Salvini-Di Maio il suo potere di condizionamento aumenta, l'alleato leghista gli è debitore e dovrà ricambiare, e i nemici grillini che in Mediaset "pulirebbero i cessi" dovranno abbassare la cresta. C'è da scommettere che arriverà un premier non ostile all'ex Cavaliere, che ci sarà qualche ministro o sottosegretario a tutela delle sue aziende, che nel programma di governo conflitto di interessi, corruzione e mafia saranno in secondo piano.

Ma il "fattore B." è niente rispetto a quello che ci aspetta nei prossimi mesi con Di Maio e Salvini alla guida di questo nostro meraviglioso e disgraziato Paese. Sarà curioso vedere come Cinquestelle e Lega riusciranno a coniugare reddito di cittadinanza e flat-tax, l'abolizione della Fornero e i conti pubblici, l'assistenzialismo atteso dal Sud e i "dané" tanto cari al Nord. Ma è probabile che nel "contratto di governo" tanto caro ai Cinquestelle, quello "double face" che doveva andare bene rivolto a destra come a sinistra, resteranno solo i pilastri più di destra: la lotta all'immigrazione, l'approccio anti-europeo, i tagli ai costi della politica, la frenata sui diritti civili. Del resto questo sono i due ragazzotti con l'arroganza e l'ambizione di diventare leader. Questo hanno in comune il "Dima-Ios" eterodiretto e replicante così ben raffigurato da Crozza e il leghista "rosario, vangelo e manganello".

Il governo fortemente voluto dal capo politico del M5S, che rappresenta l'anima di destra del Movimento, e dal leader che ha reciso le radici popolari della Lega al Nord per sfondare sul piano nazionale con una politica reazionaria e xenofoba alla Le Pen, rischia così di configurarsi come il governo più populista e di destra dell'Europa Occidentale. Con buona pace di quei tanti elettori di sinistra che hanno creduto al "governo del cambiamento" e votato Cinquestelle pensando che fossero loro la nuova sinistra. E con la "Ola!" del Pd che dopo la sberla elettorale del 4 marzo non ha saputo fare altro che il tifo per i vincitori, quindi per il tanto peggio tanto meglio, sperando di poter rinvigorire dall'opposizione il partito in agonia. Sono convinto che si fosse andati a votare in estate o autunno, Renzi avrebbe tentato l'operazione Macron, anche a costo di cambiare nome al partito. Così, invece, con un governo populista e di destra che in Italia farà molta fatica a realizzare ciò che ha promesso e in Europa avrà grandi difficoltà a farsi accettare, Renzi avrà la strada spianata per mantenere il controllo assoluto del Pd e, probabilmente, per riprenderne la guida da segretario.

Per fare cosa non è chiaro. C'è una sinistra da ricostruire, ma non mi pare proprio questa l'idea del "Bomba". Bisognerebbe prima di tutto essere di sinistra per provarci. Servirebbe il coraggio dell'autocritica, l'umiltà di rimettersi in gioco, la capacità di rappresentare e dare voci a tutte le anime del proprio campo. Bisognerebbe saper tornare in mezzo alla gente, mettersi dalla parte di chi ha meno, dei nostri giovani, saper dare una prospettiva a chi subisce le conseguenze nefaste della globalizzazione. Servirebbero, soprattutto, idee nuove, di una sinistra moderna che sappia immaginare un mondo diverso e proporre un’alternativa credibile all’attuale andazzo. Tutta roba che non è nelle corde di Renzi, che da premier di centrosinistra ha fatto le riforme liberiste che la destra non era riuscita a fare e da segretario ha fatto di tutto per liberarsi di quel poco di sinistra che c’era ancora dentro al Pd. Ergo, è più probabile che l'uomo di Rignano cerchi di intercettare i malumori dell'uomo di Arcore, l'elettorato e il ceto politico di Forza Italia e dei centristi che resteranno senza poltrone, semmai con l'idea di creare con tutti loro l'"En Marche" italiano, piuttosto che tentare di recuperare a sinistra. Una sinistra dove, del resto, tutto tace: quella storica di comunisti e socialisti non c'è più, Leu dopo il flop è scomparsa, chi ha creduto nell’Ulivo pure. Ma un pensiero di sinistra, di una sinistra moderna e non nostalgica, andrà comunque ricostruito, prima o poi.

sabato 24 marzo 2018

I nuovi presidenti delle Camere e il governo che (forse) verrà

Il primo frutto dell'asse Di Maio-Salvini è colto: Roberto Fico alla presidenza della Camera e Elisabetta Alberti Casellati a quella del Senato. Il primo rappresenta l'anima ortodossa delle origini del M5S, quella - se così si può dire - più di sinistra, antagonista del nuovo capo politico del Movimento che sistemandolo nel prestigioso scranno di Monte Citorio raggiunge un doppio obiettivo: pianta la prima importante bandiera istituzionale dei Cinquestelle e toglie di mezzo un potenziale avversario interno. La seconda, primo presidente donna a Palazzo Madama, avvocato, laurea in diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense, membro laico del Csm, berlusconiana della prima ora, parlamentare di lungo corso alla sua sesta legislatura, già sottosegretaria alla Sanità e alla Giustizia nei governi Berlusconi. La sua candidatura ha consentito all'ex Cavaliere di uscire dall'angolo nel quale il leader della Lega Matteo Salvini l'aveva cacciato votando Anna Maria Bernini e bruciando così in un solo colpo la sua candidatura e quella di Paolo Romani.

Le considerazioni politiche che si possono fare dopo i primi atti della nuova legislatura sono le seguenti.

Di Maio è il vero vincitore del primo round: forte dell'accordo con Salvini, elegge alla presidenza della Camera più politica la prima scelta del M5S e uno dei suoi esponenti di spicco, respinge il tentativo di Berlusconi di tornare al centro della scena affossando la candidatura del "condannato" Romani (e sorvolando sulle "macchie" della nuova presidente, che debuttò come sottosegretaria alla Sanità facendo assumere la figlia a capo della sua segreteria e poi difese la tesi di Berlusconi sulla nipote di Mubarak) e si appresta ora a giocare la partita del governo avendo davanti almeno due opzioni: la maggioranza spericolata e di rottura Cinquestelle-Lega, oppure un governo di scopo per adempiere agli impegni irrinunciabili dei prossimi mesi, modificare la legge elettorale in senso maggioritario e tornare a votare dopo le europee del prossimo anno con ragionevoli possibilità di consolidare o allargare il consenso ricevuto il 4 marzo.

Il centrodestra con guida a destra è riuscito a ricucire la prima clamorosa rottura post-elettorale, ma lo strappo irriverente di Salvini verso il vecchio capo rimane, lascia il segno e sembra destinato a produrre presto nuove lacerazioni. Del resto, la coalizione Berlusconi, Salvini, Meloni è uno dei frutti artificiosi e avvelenati del "Rosatellum", non è mai esistita politicamente e programmaticamente in questi ultimi anni e nell'ultima campagna elettorale. E Berlusconi che fa il gregario di Salvini, o di chiunque altro, proprio non lo si riesce a immaginare. Di converso, Salvini di certo non vuole permettere a Berlusconi di riprendersi la scena e il ruolo di leader del centrodestra, e se per evitarlo sarà necessario rompere la sua coalizione e allearsi con Di Maio anche per il governo, penso che lo farà. Ma in questo caso a differenza di Di Maio avrebbe una sola opzione: quella di un governo duraturo. Perché se si tornasse a votare presto con una legge elettorale in senso maggioritario, Salvini avrebbe tutto da perdere. Difficilmente riuscirebbe a riproporsi come leader di una coalizione di centrodestra, probabilmente dovrebbe correre come leader della destra, in stile Le Pen, e a quel punto le chances di successo sarebbero minime.

Del resto, penso che per impedire la nascita di un Governo Di Maio-Salvini, che si configurerebbe comunque come un governo anti-sistema, l'Europa e tutti i poteri forti farebbero fuoco e fiamme. Un Di Maio con il lasciapassare del Pd, o un Salvini sotto l'ombrello di Berlusconi si è già capito che il sistema sarebbe già pronto ad assorbirli. Ma da soli. Tutti e due insieme no. E se faranno il governo penso che faranno molta fatica a governare, non solo per i loro programmi non sostenibili. Ma con il Pd non pervenuto, ancora prigioniero di Renzi e del renzismo, che ancora sembra vivere su Marte e non aver capito cosa è successo il 4 marzo, e con Berlusconi forse al tramonto, è difficile immaginare che uno dei due possa fare il governo senza allearsi con l'altro.

mercoledì 21 marzo 2018

Pensioni in cumulo: così Inps, Casse autonome e Governo sabotano una legge di elementare equità e giustizia

E' davvero incredibile quello che sta accadendo sul cumulo gratuito dei contributi pensionistici versati a diverse gestioni previdenziali. Il cumulo è legge dal primo gennaio 2017 ma a tutt'oggi, dopo 15 mesi dall'entrata in vigore, non una sola pensione in cumulo è stata ancora pagata. Dopo un lungo tira e molla al ribasso tra l'Inps, l'Inpgi dei giornalisti e le Casse autonome dei professionisti, durato più di un anno e volto a limitare i diritti dei lavoratori e a sterilizzare al massimo gli effetti della legge sui conti degli istituti di previdenza, pareva che, almeno, fosse stato raggiunto tra le parti l'accordo per cominciare finalmente a erogare gli assegni. Invece tutto è tornato in alto mare. E sapete per cosa? Per il costo una tantum di 65,04 euro per la gestione di ciascuna pratica, che l'Inps pretende venga ripartito tra tutti gli Istituti e che le Casse autonome vorrebbero invece a totale carico dell'Inps.

Un gioco indecente sulla pelle dei pensionandi, soprattutto di chi ha perso il lavoro e si trova da tempo senza stipendio e senza pensione: probabilmente le stesse novemila e passa persone che finora hanno presentato domanda di pensione in cumulo (4.781 per il pensionamento di vecchiaia e 4.457 per la pensione anticipata) e buona parte dei 70mila over 60 sui 700mila lavoratori che si stima abbiano contributi versati a diversi enti, che sono quindi potenzialmente interessati al cumulo ma che per l'incertezza e le limitazioni interpretative sull'applicazione della norma non hanno ancora fatto la domanda. In pratica un esercito di nuovi esodati che hanno sperato in quella legge di sacrosanta equità e giustizia che ora rischia di diventare meno conveniente di altri percorsi di accesso alla pensione, come ad esempio la totalizzazione o l'Ape volontario (anticipo pensionistico a pagamento, con mutuo).

Inserito nella legge di Bilancio 2017 grazie a un emendamento presentato dall'onorevole altoatesina Maria Luisa Gnecchi, braccio destro di Cesare Damiano in Commissione lavoro, non ricandidata alle ultime elezioni per fare posto a Maria Elena Boschi, e grazie anche alla iniziativa del sottoscritto e della collega Daniela Binello, che coinvolsero alcuni parlamentari (gli stessi Gnecchi e Damiano, Sandra Zampa, Giorgio Pagliari), la Fnsi le Associazioni Stampa di Roma e dell'Emilia-Romagna per sollecitare la possibilità di cumulare gratuitamente i contributi previdenziali di chi stava maturando o aveva già maturato i requisiti per la pensione senza dover più subire il vergognoso ricatto della "ricongiunzione onerosa" che a tutt'oggi costringe ancora migliaia di lavoratori che hanno versato i contributi a gestioni diverse o separate (ad esempio a Inpgi 1 e Inpgi 2) a doverli ripagare a peso d'oro.

Una volta diventato legge, Inps e Casse autonome fecero buon viso a cattivo gioco per non concedere il cumulo a tutti coloro che ne avrebbero virtualmente avuto diritto. Troppo ghiotto il bottino delle "ricongiunzioni onerose" per potervi rinunciare. Troppe le pensioni da pagare in anticipo sui tempi previsti dall'Inps e dalle Casse autonome, anche se con il meccanismo del pro-rata, con ciascun ente che eroga il pezzo di pensione maturata dal lavoratore, e con assegni più "leggeri". Tanto che l'lnps emise una circolare, avallata dal Governo, che concedeva la pensione in cumulo soltanto con i criteri della Legge Fornero o peggiorativi (66,7 anni per la pensione di vecchiaia, 42 anni e 10 mesi per l'anzianità contributiva) e non con quelli migliorativi previsti dai regolamenti delle diverse Casse autonome (ad esempio i 38 anni di contributi con 62 di età che fino al 2017 bastavano ai giornalisti per poter andare in pensione anticipata, con qualche penalità).

Nonostante tutto questo le pensioni in cumulo sono ancora un miraggio. Dopo una istruttoria infinita, il 20 febbraio scorso Inps e Adepp (l'Associazione delle Casse autonome) presentarono in pompa magna l’accordo raggiunto sulla convenzione che doveva consentire l'erogazione degli assegni già a partire dall'inizio di marzo. Ma ecco che spunta il nuovo casus belli di chi deve pagare i 65,04 euro costi di gestione delle singole pratiche per rinviare ancora. Un costo complessivo stimato di appena 500mila euro per fermare, di nuovo, la partenza del cumulo.