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lunedì 29 gennaio 2018

Lo spettacolo deprimente delle liste e della politica di oggi

Uno schifo così nella politica italiana non lo si era mai visto. Il 4 marzo voteremo con una legge elettorale, il Rosatellum, che è un insulto alla vergogna, frutto avvelenato di una politica mai così lontana dai cittadini e di una classe dirigente mai così mediocre. Voteremo sapendo che al 99% queste elezioni non potranno dare ai vincitori una maggioranza sufficiente a formare un governo, che quindi con ogni probabilità le alleanze di oggi il 5 marzo non varranno più un soldo bucato, che nella migliore (o peggiore) delle ipotesi gli avversari di oggi si accorderanno per tenersi il governo Gentiloni domani e/o per dare vita a una grande coalizione all'italiana (Renzi con Berlusconi, o i Cinquestelle con Salvini) e nella peggiore (o migliore) si formerà un governo istituzionale (o "del presidente" come dice D'Alema) per adempiere agli inderogabili impegni europei, socio-economici e di bilancio, riformare la legge elettorale e tornare a votare subito dopo. Se si pensa che solo due anni fa, prima che venisse bocciato dalla Corte costituzionale, c'era l'Italicum che un minuto dopo lo scrutinio avrebbe dovuto dirci chi governava perché chi vinceva si prendeva tutto, e che solo pochi mesi fa è stato affossato a un passo dal traguardo l'accordo tra Pd, M5S, Forza Italia e Lega sul modello elettorale proporzionale alla tedesca che avrebbe almeno assicurato un minimo di potere di scelta agli elettori e di reale rappresentanza politica al Paese, viene veramente il mal di testa. E ci si chiede: ma che succede a questo Paese? Com'è messo chi lo dirige? Cosa sono diventati i partiti? 

Le liste dei candidati sono lo specchio indigeribile di questa situazione: un gioco del risiko disegnato a tavolino da quattro o cinque capi partito per assicurarsi il proprio potere e futuro politico attraverso il controllo delle Camere con l'elezione di truppe di fedelissimi; un esercito di aspiranti deputati e senatori spesso slegati dai territori che prefigura un Parlamento di nominati in un mondo (quello della politica) sempre più virtuale e sempre più sconnesso dalla vita reale della gente e del Paese; alleanze formate non sulla convergenza delle idee e dei programmi ma solo sulle convenienze elettorali di partiti sempre più personali e dell'uomo solo al comando, dove non si distingue più la destra dalla sinistra e dal centro. In puro stile supermarket, nelle cabine elettorali chi andrà a votare sarà costretto a prendere il "due per uno": se vota il candidato che più gli piace si prende anche la coalizione che lo sostiene, se vota per il partito che sente più suo o il meno peggio, vota anche il candidato che semmai è di un altro partito e non gli piace per niente.

Così, tanto per fare un esempio, chi a Bologna o Modena voterà Pd credendolo, nonostante tutto, l'erede della tradizione di sinistra si prenderà anche Casini e la Lorenzin. Mentre l'elettore moderato o conservatore che ha sempre votato centrodestra ma non è populista, xenofobo o fascista, votando il suo candidato o partito di centro finirà per votare anche gli xenofobi della Lega e i fascisti della Meloni e Casapound; oppure potrà passare direttamente al Pd geneticamente modificato di Renzi, ripulito di quel po' di rosso e di sinistra che c'era ancora con l'eliminazione dalle liste di persone come Manconi, Lo Giudice, Cuperlo a vantaggio di verdiniani, alfaniani e berlusconiani. Il prototipo di questo quadro politico impazzito è il candidato Giacomo Mancini junior, nipote dell'ex ministro socialista Giacomo senior, renziano di fede berlusconiana, candidato dal Pd nel difficile collegio di Cosenza, che se non verrà eletto in Parlamento farà il tifo per il consigliere regionale meloniano Fausto Orsomarso, candidato da Fratelli d'Italia in un collegio blindato del Nord, che una volta eletto libererà il suo posto all'Assemblea regionale della Calabria proprio a vantaggio di Mancini, primo dei non eletti con Forza Italia. Le contraddizioni e l'incoerenza dei leader politici, sommati alla rincorsa dei candidati più quotati al collegio sicuro (che poi lo sarà davvero?) e alla blindatura dei nominati, ha fatto il resto. Renzi e la Boschi, che volevano cambiare la Costituzione e abolire il Senato, si candidano al Senato: la madrina della riforma nella blindatissima Bolzano dove perfino alla Sudtiroler Volkspartei è venuto il mal di pancia ricordando che a Maria Elena nel 2014 alla Leopolda scappò detto che lei era per l'abolizione delle Regioni a statuto speciale, anche se l'interessata ora smentisce. 

Non sfuggono a questa micidiale logica neppure i Cinquestelle e la sinistra di Liberi e Uguali. I primi, che si vantano di essere i soli ad aver scelto i candidati coinvolgendo i loro elettori con le parlamentarie online della piattaforma Russeau, omettono di dire quanti sono stati i votanti (nel 2017 per la scelta del candidato premier furono appena 37mila), quanti voti hanno preso i singoli candidati (alle precedenti politiche a molti bastarono i voti dei famigliari stretti per diventare parlamentari) e alla fine correggono i risultati cambiando almeno 14 vincitori con altri candidati ritenuti più idonei in diverse regioni. I secondi, che pure sostengono di aver candidato il 70% dei capilista e l'80% dei candidati come "espressione dei territori" e di non aver ricandidato la metà dei parlamentari uscenti, finiscono anch'essi nel vortice delle polemiche per i paracadutati dal centro alla periferia e per la rinuncia di Pietro Bartolo, il medico dei soccorsi ai migranti a Lampedusa protagonista del film di Rosi "Fuocammare", proposto al Nord invece che nella sua Sicilia. Soprattutto, nonostante gli sforzi unitari di Grasso e Bersani, LeU sembra non riuscire a togliersi di dosso la sindrome del "tafazzismo", l'immagine di una sinistra sempre divisa e "ancien régime" in un mondo che richiede invece nuove idee e alternative credibili alla pericolosa deriva che la globalizzazione e i nuovi venti di guerra stanno determinando.

In questo contesto, dove la partecipazione alla vita politica è un lontano ricordo e il potere di scelta degli elettori è ridotto al minimo, non c'è da stupirsi se nei sondaggi il primo partito è quello dell'astensione, accreditato del 40% e anche più (ricordiamo che ai ballottaggi delle amministrative dello scorso anno ha votato meno del 50%, e alle regionali del 2014 nella civilissima Emilia-Romagna appena il 37%), seguito a ruota dall'antipolitica grillina, dai populisti e dalla destra tornata nera da far paura. Mentre quello che doveva essere il partito del centrosinistra di governo, del 41% alle europee e della vocazione maggioritaria, è ridotto a sperare di non scivolare sotto il 25% della "non vittoria" di Bersani. C'è solo da sperare che l'incazzatura prevalga sul disincanto, che gli elettori non si rassegnino al ritorno di Berlusconi, Bossi, Lupi, Verdini, Razzi e compagnia cantante, e nemmeno che si accontentino dei "vaffa" di Grillo e del "replicante" Dima-Ios (come lo rappresenta Crozza); c'è da sperare che vadano a votare e che si dimostrino più avveduti dei loro capi partito, riservando qualche sonoro ceffone a chi ci ha portato in questa situazione e dando un segnale forte che c'è un'altra Italia possibile oltre l'Italietta di oggi.

martedì 23 gennaio 2018

Rapporto Oxfam, 42 persone possiedono la stessa ricchezza di metà dell'umanità. Se non riparte dalla lotta alle diseguaglianze la sinistra in Italia e nel mondo è morta

E' davvero sconvolgente l'ultimo rapporto di Oxfam International, una delle più grandi organizzazioni non governative del mondo impegnata da decenni nella lotta contro la povertà. Ci dice che l'1% della popolazione più ricca del pianeta - vale a dire 60-70 milioni di persone, poco più della popolazione dell'Italia - possiede più patrimonio, beni e reddito di tutto il resto dell'umanità. Ci dice che nel 2017 il numero dei miliardari è cresciuto di uno ogni due giorni, che 2.043 ricconi nell'ultimo anno hanno visto aumentare i loro patrimoni di 762 miliardi di dollari, cifra che equivale a 7 volte l'ammontare delle risorse che sarebbero necessarie per far uscire dallo stato di povertà estrema 789 milioni di persone; e che 42 "paperoni" detengono attualmente la stessa ricchezza dei 3,7 miliardi di persone meno abbienti del pianeta.

Ci dice che negli ultimi 10 anni la ricchezza dei miliardari è cresciuta mediamente del 13% l'anno, mentre il reddito dei lavoratori comuni è aumentato solo del 2%, compreso quello delle donne del Bangladesh che cuciono per 12 ore al giorno gli abiti per le multinazionali e il mercato globalizzato ricevendo un salario annuo di 900 dollari, vale a dire 75 dollari al mese, l'equivalente di un paio di euro al giorno.

Le persone che confezionano i nostri abiti, assemblano i nostri cellulari, coltivano il cibo che mangiamo vengono sfruttate per assicurare la produzione costante di un gran volume di merci a poco prezzo e aumentare i profitti delle corporation e degli investitori. Lo sfruttamento del lavoro che coinvolge la maggioranza della popolazione mondiale alimenta così l’estrema ricchezza di pochi. Di tutta la ricchezza globale creata nel 2017, l'82% è andato all'1% più ricco mentre il 50% dei meno abbienti ha avuto beneficio zero.

In Italia le cose vanno meno peggio, ma anche qui assistiamo alla forsennata corsa alla riduzione del costo del lavoro che porta all’erosione delle retribuzioni e al pericoloso arretramento dei diritti dei lavoratori, com'è testimoniato anche dalla nuova legge e dai risultati del job's act. A metà del 2017 il 20% più ricco della popolazione deteneva oltre il 66% della ricchezza nazionale netta, mentre nel periodo 2006-2016 il reddito disponibile lordo del 10% più povero degli italiani è diminuito del 23,1%. Secondo gli ultimi dati Istat, il 20% più povero dei cittadini italiani dispone oggi solo del 6,3% del reddito nazionale contro il 40% posseduto dal 20% più ricco.

I dirigenti di Oxfam Italia hanno scritto una lettera ai leader dei partiti in lizza per le elezioni del 4 marzo chiedendo cosa intendono fare, nel concreto, per mettere in campo politiche finalizzate a ridurre i livelli di diseguaglianza, a premiare il lavoro e non la ricchezza, ad assicurare che i ricchi e le grandi corporation paghino la giusta quota di tasse, attraverso una maggiore progressività fiscale e misure solide di contrasto all’evasione ed elusione fiscale.

In una campagna elettorale dove si fa a gara a promettere tutto a tutti, le possibilità che l'invito di Oxfam venga accolto sono prossime allo zero. Il centrodestra delle diseguaglianze se ne fotte, come dimostra la proposta della flat-tax che avvantaggerebbe una volta di più i ricchi a scapito dei poveri. Il Pd renziano nei cinque anni di governo appena conclusi non ha inciso su questo terreno, anzi, ha incentivato la precarietà e contribuito ad abbassare la soglia dei diritti. E anche il bel "libro dei sogni" del programma di governo a Cinquestelle appare più rivolto a tutelare la classe media che i diritti dei lavoratori e degli ultimi. La sinistra-sinistra la lotta alla diseguaglianza l'ha messa nel proprio simbolo (Liberi e Uguali) ma difficilmente avrà i numeri e la forza sufficienti per poter cambiare il corso della politica italiana. Eppure, se non riparte da qui, dalle storture provocate da un capitalismo ormai al capolinea e dalla globalizzazione, dallo strapotere della finanza e delle multinazionali sull'economia reale e sulla politica; se non sa immaginare un altro modello di sviluppo, di crescita e di vita, la sinistra in Italia e nel mondo è morta.

venerdì 5 gennaio 2018

La fretta e la rincorsa alla politica virtuale che uccidono il giornalismo

Da parecchio tempo quando ascolto un Tg, seguo un talk-show o leggo i giornali, mi sale dentro un moto di irritazione e mi chiedo: che fine ha fatto il giornalismo? Quello che racconta i fatti del mondo e di casa nostra di cui è testimone, intendo. Il giornalismo d'inchiesta e del controllo delle fonti. Il giornalismo cane da guardia della democrazia, che incalza i politici e vigila sui potenti per garantire ai cittadini il diritto alla corretta informazione e alla libertà di stampa. Il giornalismo del "quarto potere" che controlla gli altri tre: legislativo, giudiziario, esecutivo.

Invece il giornalismo di oggi va di corsa, lotta contro il tempo, combatte con internet e con i social per arrivare prima, alimenta l'informazione spot, il copia incolla delle notizie di seconda e terza mano, il racconto di ciò che non ha visto, rielaborato da abilissimi e velocissimi redattori seduti alla loro scrivania davanti ai monitor aperti sulle agenzie, i siti on line, i profili Twitter e Facebook. Non c'è bisogno di cercare i produttori e gli untori di fake news : le notizie false, o quanto meno distorte e ingannevoli, sono figlie del sistema stesso: il "sistema della fretta" che è divenuto il primo nemico della verità. L'osservazione diretta dei fatti e del potere, il controllo delle fonti, l'approfondimento e l'analisi sono ormai una zavorra insopportabile per il giornalismo di oggi.

Così sempre più spesso si assiste a cronache filmate costruite con i video girati da sconosciuti e postati sui social, senza alcun controllo. Si vedono in Tv e si leggono sui giornali servizi basati esclusivamente sui tweet e i post dei politici, che ormai sanno fare politica solamente su Facebook e Twitter, in un mondo sempre più virtuale e lontano dalla vita di tutti i giorni e dalla gente in carne e ossa. E' insopportabile vedere che il presidente della nazione più potente del mondo governa con i tweet, e che l'informazione su Trump e sugli Stati Uniti viene fatta sui suoi tweet. Così come non si possono più vedere i servizi sulla politica italiana con il giornalista televisivo che mette il microfono davanti alla bocca del politico, che recita tutto d'un fiato il sermoncino da 15 secondi che si è preparato e che ha concordato col giornalista, senza contraddittorio, senza nemmeno una domanda.

E che dire dei fatti del mondo? Le recenti manifestazioni di piazza e i disordini di Teheran ci sono stati raccontati dall'inviata Rai, Lucia Goracci, che è bravissima ma stava a Istambul. L'escalation nucleare della Corea del Nord ci viene raccontata dai corrispondenti a New York, o quando va bene da Pechino. Naturalmente con le notizie spesso rigidamente "orientate" delle agenzie internazionali e con quelle che altri media, se non altro per questioni di fuso orario, hanno già dato. Mentre nulla si sa e ci viene raccontato, ad esempio, di cosa succede davvero nei paesi asiatici dove l'America di Bush "ha esportato la democrazia", o dei conflitti alimentati dal neo-colonialismo delle grandi potenze in Africa, o sugli effetti che le multinazionali e la grande finanza stanno determinando sull'instabilità di un mondo che ha ricominciato a correre verso la guerra.

Sarà pur vero che l'editoria, e in particolare quella italiana, sta attraversando la peggior crisi di sempre, che i lettori dei giornali di carta sono passati dai sei milioni del secolo scorso ai meno tre milioni di oggi, che quasi nessuna testata si può più permettere di avere corrispondenti e inviati per il mondo. Ma la Rai sì, perdindirindina; dalla Rai - Servizio pubblico possiamo e dobbiamo pretendere un'informazione di prima mano. Con giornalisti sul posto, testimoni dei fatti del mondo e capaci di incalzare gli interlocutori, non solo di reggere il microfono. E dai giornali di carta, dai loro editori, dobbiamo e possiamo pretendere che tornino a raccontare i fatti, quello che vedono, ciò che scoprono, il Paese vero e non solo quello che appare dalla lucina blu del computer sempre acceso.

giovedì 23 novembre 2017

Giustizia lumaca, le cifre del disastro italiano e la mia personale esperienza: da 8 anni in causa per una controversia di lavoro, me ne aspettano almeno altri 5

Se è lumaca e arriva dopo 8-10 anni e anche più, che giustizia è? Se poi i tempi infiniti delle cause riguardano il lavoro, con un licenziamento o una controversia contrattuale che modificano da subito la vita dell'interessato e richiederebbero perciò sentenze tempestive, che senso ha?

Per fortuna che con l'abolizione dell'articolo 18 e la riforma Fornero le controversie lavorative dovevano sfociare in "processi brevi". Alla fine del 2014, secondo l'Istat, erano ben 4 milioni e 200mila i processi civili di primo grado pendenti in Italia, di cui 470mila per cause di lavoro. In secondo e terzo grado, tra Appello e Cassazione, giacevano invece 520mila cause, di cui 126mila per controversie lavorative. E la durata media per arrivare a una sentenza definitiva al terzo grado di giudizio era di circa 8 anni. Secondo il Ministero della Giustizia la situazione è migliorata. A fine 2016 le cause civili di primo grado erano scese a 3 milioni e 800mila, con una durata media di 1.150 giorni, un po' più di tre anni. Ma siamo sempre, largamente, il fanalino di coda d'Europa. In Italia ogni anno rimangono pendenti 45 processi ogni mille abitanti, contro i 24 della Francia, i 18 della Spagna e i 9 della Germania. E i tempi medi italiani per le sentenze di primo grado sono, mediamente, il doppio rispetto alla media europea. Nell'Unione europea peggio di noi fa solo Cipro.

Per farvi capire meglio come vanno le cose, vi racconto la mia esperienza personale in materia. Era il 2009. Da dieci lavoravo come capo ufficio stampa della Provincia di Bologna dopo quasi vent'anni da giornalista professionista nei quotidiani. Qualifica di capo redattore, stipendio commisurato alla carica, incarico prima part-time poi a tempo pieno, ma contratti cococo, sempre rinnovati senza un solo giorno di interruzione. L'allora presidente della Provincia e il direttore generale, dopo avermi assicurato la loro volontà di rinnovare e consolidare la collaborazione per altri cinque anni con contratto giornalistico, all'ultimo decisero di non rinnovarmi l'incarico. C'erano, in quel periodo, altre situazioni di precariato legalizzato alla Provincia di Bologna che, non potendo assumere per il blocco del turnover, sopperiva alle carenze di personale attivando consulenze, contratti a tempo e a progetto. Una ispezione dell'Istituto di previdenza dei giornalisti (Inpgi) all'ufficio stampa appurò che il mio contratto cococo mascherava, in realtà, un rapporto di lavoro di natura subordinata. L’Inpgi multò la Provincia di 50mila euro per la violazione contrattuale – violazione piuttosto clamorosa dal momento che le Province avevano la delega alle politiche del lavoro - e le impose di versare 80mila euro di contributi previdenziali arretrati di lavoro dipendente.

L'Ente presentò ricorso per via amministrativa e il ricorso venne respinto in entrambi i gradi di giudizio previsti, in primo grado a Bologna e in appello a Roma. Invece di sanare la situazione, il datore di lavoro pubblico decise di promuovere una causa civile contro l'Inpgi, con tanto di richiesta di risarcimento danni. Il 5 dicembre 2013 - quando erano già passati quattro anni dal verbale degli ispettori Inpgi - il giudice del lavoro del Tribunale di Roma respinse in toto il ricorso e condannò la Provincia al pagamento in favore dell'Inpgi dell'importo di 148.500 euro e al pagamento per intero delle spese processuali. Nelle motivazioni, il giudice scrisse che l'istruttoria aveva dimostrato “la natura subordinata del rapporto di lavoro, esattamente come rilevato nel verbale di accertamento impugnato". E concludeva: "Ne consegue l'assoluta infondatezza del ricorso e della domanda di risarcimento danni".

Storia chiusa? Macché. La Provincia di Bologna fece ricorso in appello contro la sentenza. L’udienza venne fissata al 2 dicembre 2015, sei anni dopo l'ispezione. Poco prima di quella data, l'appello venne rinviato di un anno con l'incredibile motivazione che bisognava dare il tempo alla Città Metropolitana, che nel frattempo aveva sostituito la Provincia, di potersi costituire adeguatamente in giudizio. A fine 2016 arrivò, d'ufficio, un altro rinvio di un altro anno, perché il relatore preposto nel frattempo era andato in pensione. Il 22 novembre scorso, alla vigilia dell'appello, è arrivato il terzo rinvio d'ufficio, questa volta di "soli" cinque mesi, per permettere un'altra sostituzione del relatore. All'11 aprile 2018, nuova data dell'appello, saranno passati otto anni e mezzo dal verbale dell'Inpgi, e non è affatto detto che la causa non slitti ulteriormente e si concluda alla prima udienza. Senza contare che c'è sempre la possibilità del ricorso in Cassazione, con tempi che, a Roma, viaggiano sui tre-quattro anni. Probabile, quindi, che si arrivi al 2021-2022, tredici anni dopo la messa in mora della Provincia.

Nel frattempo io, a fine 2009 e a 53 anni, avevo perso il lavoro, la crisi aveva chiuso tutte le porte per trovarne uno nuovo e stabile, ero stato costretto per sette anni a campare di contratti a termine e collaborazioni giornalistiche passando da una condizione "privilegiata" alla precarietà assoluta: dalle stelle alle stalle, come si dice, senza uno stipendio certo, con la famiglia da mantenere, il mutuo da pagare, una quotidianità e uno stile di vita da rimodulare completamente. Questo fino al raggiungimento della pensione, nel 2016, con un assegno pesantemente decurtato dai mancati contributi di lavoro dipendente della Provincia e dalla norma capestro delle ricongiunzioni onerose che mi ha costretto a contrarre un mutuo di 12 anni con l'Inpgi per poter andare in quiescenza. Viva la giustizia. Viva l'Italia.

domenica 17 settembre 2017

"I comunisti nella terra dei preti", grande partecipazione, intensità ed emozione alla presentazione del libro a Brisighella

Grazie Brisighella. Grazie amici e compagni. Grazie a voi famigliari dei protagonisti che siete venuti commossi e felici di vedere raccontata in un libro questa bella storia, la vostra storia. Grazie a Vasco Errani che ha fatto un intervento di alto spessore sull'etica, la passione, il disinteresse personale in favore del bene comune che caratterizzavano i personaggi raccontati in questo libro e che la politica di oggi e dei partiti personali sembrano avere dimenticato. Grazie soprattutto a Viscardo Baldi, che da dieci anni coltivava questo "sogno" e che assieme a me ha realizzato il progetto di questo libro che, senza di lui, non sarebbe mai stato pubblicato. 

C'era tanta gente ieri, sabato 16 settembre, nella Casa del popolo di Brisighella, alla presentazione de "I comunisti nella terra dei preti". C'erano i compagni e le compagne del Pci di Brisighella ancora viventi raccontati nel libro e testimoni diretti di questa storia, i famigliari commossi di chi non c'è più, che in qualche caso si sono portati figli e nipoti "perché è giusto che sappiano", diversi "comunisti" venuti dal faentino e anche da Ravenna, un ex sindaco democristiano e altri avversari (avversari, non nemici) politici del tempo, tanti semplici cittadini curiosi di riscoprire un pezzo importante, 70 anni di storia della loro comunità.















Brisighella mi vuole bene. E mi porta fortuna. Io cerco di ricambiare restituendo a quella comunità un po' della sua memoria del secolo scorso, raccontando le storie spesso dimenticate di tanti suoi concittadini che hanno dato l'anima e a volte anche la vita per il bene comune, ricostruendo alcune delle tragedie del fascismo e della guerra, le passioni ideali e le vicende umane e politiche che hanno contraddistinto drammaticamente il Novecento. 

Per la presentazione del mio primo libro, "Arriverà quel giorno", sulle storie e le lettere dei soldati brisighellesi dal fronte e dai campi di prigionia, nel 2000 si riempì il bellissimo teatro comunale, oggi purtroppo chiuso. Consegnammo a decine di famiglie le copie di quelle lettere sconosciute dei loro cari, rintracciate negli archivi del Comune, e fu per tutti una grandissima emozione. Conservo gelosamente e con orgoglio la lettera con cui il sindaco di allora, Cesarino Sangiorni, mi esprimeva la gratitudine della comunità per averle restituito quel pezzo di storia e memoria. 





Cinque anni fa, nel 2012, presentai invece il libro "Gli intrighi di una Repubblica", su San Marino e sulle vicende che portarono, nel 1957, l'Amministrazione americana - incredibile ma vero -, il governo italiano guidato da Adone Zoli e la Dc di Amintore Fanfani a organizzare un colpo di Stato per rovesciare il legittimo governo social-comunista del Titano, che nonostante la sconfitta del Fronte popolare del 18 aprile 1948 e i continui boicottaggi dell'Italia democristiana continuava imperterrito a vincere tutte le elezioni. Gli americani non tolleravano quell'avamposto comunista nell'Occidente "democratico", così, non riuscendo a far cadere i "rossi" con le armi della democrazia (le elezioni), convinsero la Dc a porre fine a quella "anomalia" ricorrendo alla corruzione e alla forza: i democristiani "comprarono" un consigliere avversario per conquistare la maggioranza nel Consiglio grande, insediarono un governo fantoccio sul confine tra Italia e San Marino, Scelba mandò i blindati a presidiarlo e l'ambasciatore Usa in Italia si precipitò a riconoscerlo come governo legittimo. Una vicenda che vide protagonista anche un brisighellese, Sesto Liverani, il comandante partigiano "Palì", primo sindaco comunista di Brisighella, chiamato per la sua fama di "uomo d'azione" a dirigere la Gendarmeria di San Marino per difendere - inutilmente - la piccola Repubblica dagli "assalti" dell'opposizione democristiana sostenuta dall'Italia e dagli Usa. A presentare il libro venne Sergio Zavoli, che mi aveva aiutato a ricostruire quella vicenda e aveva firmato la prefazione al libro, e anche in quell'occasione la sala si riempì.


Ieri è accaduta la stessa cosa con "I comunisti nella terra dei preti", ma con molta più intensità e partecipazione emotiva. Sala Ambra della Casa del popolo strapiena, 120-130 persone, tanti bei volti emozionati e attenti, le mogli, i figli e i nipoti dei protagonisti di questa storia, un'ottantina di libri venduti. Bravissimo Viscardo, che ha organizzato tutto (sala, presentazione, inaugurazione della targa ai costruttori della Casa del popolo, buffet) alla perfezione e ha fatto un discorso commosso e commovente. Molto sentito l'intervento di Vasco, apprezzati quelli degli storici Dianella Gagliani e Alberto Malfitano. Eccellente la conduzione di Gabriele Albonetti. Ma il regalo più bello, per me, sono stati gli sguardi di riconoscenza, le parole, le strette di mano e gli abbracci delle mogli, dei figli o dei nipoti che questa storia l'hanno vissuta, ce l'hanno raccontata e ci hanno aiutati a scriverla perché se ne conservi la memoria. "Ci avete fatto un bellissimo regalo", mi hanno detto in molti. E molti mi hanno mandato messaggi e testimonianze dello stesso tenore, commoventi. "No, il regalo me l'avete fatto voi ad aprire i vostri cassetti dei ricordi e i vostri cuori. Grazie Brisighella. Grazie a tutti voi, di cuore. Davvero

martedì 12 settembre 2017

Brisighella ai tempi del Pci

Ormai ci siamo. Fervono i preparativi per la presentazione-evento di sabato 16 settembre a Brisighella. Viscardo Baldi ha già preparato la sala nella Casa del Popolo. Vasco Errani ci sarà. E con lui Gabriele Albonetti, gli storici che hanno firmato i loro contributi al libro, ex dirigenti locali e provinciali del Pci, esponenti di altri parti, autorità cittadine. Soprattutto vogliamo che ci siate voi: i compagni e le compagne protagonisti di questa bella storia.





Di seguito il programma della giornata.



"I comunisti nella terra dei preti"
Brisighella, sabato 16 la presentazione del libro con Vasco Errani

Casa del Popolo, via Barduzzi 11, dalle ore 10 



Sabato 16 settembre, con inizio alle ore 10, nella sala Ambra della Casa del Popolo, in via Barduzzi 11, a Brisighella, presentazione-evento del libro "I comunisti nella terra dei preti - Storia e personaggi del Pci, Brisighella 1921.1991", scritto da Claudio Visani e Viscardo Baldi, pubblicato da Valfrido (Faenza) con il contributo della Fondazione Bella ciao, la collaborazione dell'Istituto storico della Resistenza di Ravenna e provincia, il patrocinio della Fondazione Gramsci, dell'Anpi e del Comune di Brisighella.

Presiederà e dialogherà con gli autori, Gabriele Albonetti. Saranno presenti gli storici Alberto Malfitano, Marco Serena e Dianella Gagliani, autori, rispettivamente, dell'introduzione, del prologo e della postfazione del libro. Interverrà Vasco Errani, che ha firmato la prefazione.

Alla presentazione sono stati invitati i protagonisti (superstiti e familiari) della storia del Pci a Brisighella, ex militanti e dirigenti locali e provinciali di quel partito, esponenti delle altre forze politiche, le autorità cittadine. Al termine della presentazione verrà inaugurata dalla segretaria provinciale del Pd, Eleonora Proni, all'esterno dell'edificio, una targa in onore dei costruttori della Casa del Popolo. Seguirà il brindisi e un buffet gratuito per tutti i partecipanti.


Qui sotto alcune foto storiche del libro









E qui l'abstract del libro e le note sugli autori 


Brisighella è nota per essere "la città dei cardinali". Dal dopoguerra agli anni Ottanta era, assieme a Faenza, "l'isola bianca" della Romagna comunista e Repubblicana. Ma agli inizi del secolo scorso era l'idea socialista a prevalere. E dopo la scissione di Livorno che nel 1921 diede vita al PCd'I, i comunisti brisighellesi furono tra i primi ad aprire sezioni del nuovo partito e a subire, poi, le persecuzioni del regime fascista. Attivi nell'attività antifascista clandestina e protagonisti della Resistenza, i militanti e i dirigenti del PCI riuscirono poi, nel dopoguerra, nonostante la dura sconfitta del 18 aprile 1948 e il successivo predominio della Dc e dei potentati ecclesiastici del territorio, a costruire un partito di massa, di lotta e di governo, che ha espresso tre sindaci e che ha avuto fino a 800 iscritti su poco più di 2.000 elettori.

Questo libro racconta la storia del Partito comunista a Brisighella, dalla nascita nel 1921 alla trasformazione nel Partito democratico della sinistra (PDS) avvenuta nel 1991. La racconta sulla base di una ricca documentazione - scritta e fotografica - recuperata in diversi archivi. La racconta, soprattutto, ricostruendo le storie e le vicende personali e politiche dei "comunisti brisighellesi nella terra dei preti" che quella storia l'hanno faticosamente costruita e vissuta. Una ricostruzione frutto delle testimonianze dirette di chi c'è ancora e, per chi non c'è più, di vedove, figli, nipoti, amici e compagni di lotta. Un recupero della memoria che fa scoprire pagine drammatiche e commoventi di chi all'ideale politico e di partito ha sacrificato tutto, a volte anche la vita: come Luigi Fontana, uno dei fondatori del PCd'I, arrestato, condannato e morto per le conseguenze delle torture e della carcerazione; o come Renato Emaldi, il professore di Fusignano venuto a morire nei monti brisighellesi per la causa comunista e della Resistenza.

Da questo lavoro emerge uno spaccato di 70 anni di storia di una comunità, oltre che di un partito. Non solo. Osservando le storie personali e le vicende politiche del "microcosmo brisighellese" si ripercorrono e si comprendono alcuni dei passaggi più significativi della storia d'Italia: dall'insorgere del regime fascista alle persecuzioni dei "sovversivi" e all'attività clandestina dei comunisti nel Ventennio, dalla tragedia della Guerra al riscatto democratico della Resistenza e della Liberazione dall'occupazione tedesca, dalle battaglie unitarie di braccianti, mezzadri e operai nel primo dopoguerra alle contrapposizioni politiche e ideologiche tra social-comunisti e democristiani degli anni Cinquanta e Sessanta, dal movimento del Sessantotto per l'emancipazione giovanile e femminile al Compromesso storico e alla stagione politica del Pentapartito.


Autori

Claudio Visani è nato nel 1957 a Brisighella e vive a San Giovanni in Persiceto. Giornalista dal 1984, ha lavorato per oltre vent'anni a l'Unità, di cui è stato anche redattore capo delle cronache dell'Emilia-Romagna. Collaboratore di diverse testate - tra cui Il Venerdì e Viaggi di Repubblica, Focus e Globalist - blogger di Huffington Post e con il proprio blog Martin Pescatore. Con la casa editrice Pendragon ha pubblicato nel 2000 "Arriverà quel giorno - Lettere dal fronte e dai campi di prigionia (1943-1945"), con la prefazione di Roberto Roversi, e nel 2012 "Gli intrighi di una Repubblica - San Marino e Romagna, ottant'anni di storia raccontata dai protagonisti", con la prefazione di Sergio Zavoli.


Viscardo Baldi è nato nel 1948 a Brisighella dove tutt'ora vive. Operaio metalmeccanico alla Comet dal 1968 al 1973. Funzionario del PCI dal 1974 al 1988. Dal 1989 per circa 20 anni impiegato/tecnico della Confederazione Italiana Coltivatori di Faenza. ha ricoperto diversi incarichi pubblici: vice presidente del Comprensorio Faentino, assessore comunale nella giunta del sindaco Amos Piancastelli, vice sindaco nelle giunte di Tiziano Samorè e Cesare Sangiorgi, presidente del Consiglio comunale con l'amministrazione del sindaco Davide Missiroli.


Maggiori info www.brisighella-ai-tempi-del-pci.it

martedì 5 settembre 2017

"I comunisti nella terra dei preti": storia di una passione. Vi racconto come e perché è nato questo libro



Ormai ci siamo. Domenica 10 settembre un'anteprima di riscaldamento alla FestaUnità di Ravenna (ore 21 alla libreria, area Pala De Andrè). E sabato 16, a partire dalle 10 nella Casa del Popolo di Brisighella, la prima vera presentazione, quella a cui teniamo di più, che il mio socio Viscardo Baldi, co-autore del libro, sta lavorando per trasformare in un evento che coinvolga tutti coloro che questa storia l'hanno costruita, vissuta, condivisa, o anche solo rispettata. A moderare l'iniziativa sarà Gabriele Albonetti. Dialogheranno con gli autori gli storici che hanno recensito il libro (Alberto Malfitano, Dianella Gagliani, Marco Serena) e alcuni dei protagonisti della storia del PCI, interverrà Vasco Errani. Il programma prevede anche l'inaugurazione di una targa dedicata ai costruttori della Casa del Popolo e, per finire, un buffet per tutti i partecipanti.


Nel libro c'è la storia degli uomini e delle donne che attraverso le loro vicende personali, sociali e politiche hanno fatto la storia del Pci a Brisighella. E' la storia dei "comunisti nella terra dei preti", ovvero di una città guelfa per eccellenza, dalle profonde radici cattoliche, madre di 7 cardinali e patria di vari potentati religiosi, assieme a Faenza "isola bianca" della Romagna comunista, repubblicana e mangiapreti. Sono 70 anni di storia, dal 1921 quando nacque il Partito comunista d'Italia al 1991 quando il Partito comunista italiano cambiò nome e diventò Partito democratico della sinistra. Ma sono anche 70 anni di storia di un'intera comunità: dai moti anarchici e social-comunisti dell'inizio del secolo scorso alle prepotenze e alla violenza del Ventennio fascista; dalle atrocità della guerra alla Resistenza e alla liberazione dall'occupazione tedesca; dalla rinascita civile e democratica, al trionfo della Dc del 18 aprile 1948 e alla Guerra Fredda; dagli anni del boom economico, alle lotte di classe tra poveri e ricchi e alle contestazioni Sessantottine; dalla grande avanza del Pci degli anni Settanta al Compromesso storico e alla triste stagione del Pentapartito. Tutte vicende che Brisighella ha vissuto direttamente. Una grande storia, quella del Pci, raccontata con lo sguardo di una piccola comunità. Il tentativo di restituire il ricordo e l'onore a chi ci ha creduto, e la memoria di un pezzo significativo della loro storia recente a tutti i brisighellesi.

Quando Viscardo mi propose di scrivere questo libro, parecchio tempo fa, io avevo da poco perso il lavoro, dovevo fare i salti mortali con le collaborazioni per tirare avanti (dura la vita dei precari, anche da giornalisti) e non avevo tempo e possibilità di dedicarmi a un lavoro impegnativo di ricerca e scrittura, per di più non retribuito. Ma non mi convinceva nemmeno l'idea originaria che aveva mosso Viscardone: scrivere un libro storico sul Pci a Brisighella. L'intento era encomiabile: la sua volontà di ricordare una storia che non c'è più per i tanti compagni e le tante famiglie che l'hanno vissuta, attraverso le ricostruzioni storico-politiche, i documenti e le foto che lui, da segretario del Pci e anche dopo, ha conservato gelosamente nell'archivio del Partito, all'interno della Casa del Popolo che i comunisti costruirono con le proprie mani, la propria fatica e i propri soldi negli anni Cinquanta, che oggi è ancora lì, ristrutturata, più bella di prima e ancora viva. Ma io non sono uno storico, sono un giornalista, tutt'al più un narratore. Un libro così, da storico, non sarei stato in grado di farlo, non avrei avuto le competenze necessarie per scriverlo. Per cui subito dissi no a Viscardo e presi tempo, con l'impegno di riparlarne più avanti.

Però a Brisighella io sono legato, il Pci è stato anche parte della mia famiglia e della mia vita, la mia scuola giovanile. E l'idea di contribuire a realizzare quel sogno nel cassetto di Viscardo, raccontando però quella storia a modo mio, mi intrigava. Così quando sono andato in pensione l'ho chiamato e gli ho detto: Viscardo, ci sto, ma la storia del Pci bisogna scriverla raccontando chi erano le persone che l'hanno costruita, le loro storie personali e famigliari, la società e le vicende brisighellese nei diversi periodi, nel loro contesto storico. Bisogna fare un libro diviso in due parti: una narrativa - ed è la parte che forse sono capace di fare io -  e una storico-documentale, che è la parte che puoi curare tu. L'idea l'ha convinto e siamo partiti.

Siamo andati a cercare i pochi sopravvissuti di questa storia, le loro ex mogli o vedove (ex mariti o vedovi non ne abbiamo trovati), i loro figli, nipoti, compagni e amici e abbiamo cominciato a raccogliere le loro testimonianze, i loro ricordi. E mano a mano che andavamo a intervistare queste persone si aprivano dei mondi: emergevano squarci di storia in gran parte sconosciuti, si scoprivano vicende e tratti di quei personaggi che nessuno aveva mai raccontato, venivano alla luce documenti, aneddoti, foto e soprattutto episodi - dai più drammatici dei periodi fascista e della guerra a quelli spesso tragicomici del dopoguerra - di cui finora si sapeva poco o nulla.

Chi sapeva o aveva mai raccontato le storie dell'umile calzolaio Domenico Ragazzini, Mingò, che aprì  la prima sezione del PCdI nella porta accanto a quella dei futuri cardinali Cicognani? Chi ha mai scritto delle torture subite in carcere che portarono alla morte Luigi Fontana, pure lui calzolaio, fondatore del Partito a Brisighella assieme ai fratelli Menotti, Amerigo e Pietro Poggiali, che di mestiere facevano i "canapini", realizzando le corde dalla canapa? Chi conosceva la storia dell'ex anarchico fognanese Amedeo Liverani, Ravasol, che fu condannato a 9 anni come sovversivo, divenne comunista in carcere e quando tornò a casa organizzò il primo gruppo di 15 combattenti partigiani che salirono da Sant'Eufemia verso Monte Colombo, assieme a Ermenegildo Gildo Montevecchi e Renato Emaldi, il professore di Fusignano riparato sui nostri monti per sfuggire ai fascisti che ebbe un ruolo fondamentale nel convincere i giovani a scegliere la lotta armata e che in questi stessi monti fu poi assassinato? E chi aveva mai saputo del diario scritto in carcere, come Antonio Gramsci, da Gildo Montevecchi? Chi ha mai scritto cosa fecero Sesto Liverani, Palì, e lo stesso Gildo, nei loro mandati come primi sindaci comunisti di Brisighella, uno nominato dal CLN e l'altro eletto? E chi aveva mai raccontato, come hanno fatto Bruna Alpi e Alba Ponti, i loro mariti Sante Moretti e Amos Piancastelli  - principali costruttori del PCI di massa e di governo degli anni Sessanta e Settanta - così intensamente, nel loro intimo, nel loro vivere quotidiano, nella vita difficile imposta alle rispettive mogli e famiglie dalla loro dedizione totale al Partito, all'idea comunista e alla causa dei più deboli?

Ci sono voluti 9 mesi per scrivere questo libro, e uno per convincere Viscardo che il titolo "I comunisti nella terra dei preti" era quello giusto. "Non mi piace per niente", disse quando glielo proposi. Poi è diventato il primo convinto sostenitore del titolo, che - mi pare - è un bel titolo e racchiude bene il senso di questa storia. Una compagna diversamente giovane mi ha scritto: "Il libro l'ha letto prima mio fratello e ora l'ha portato a nostra sorella che è in ospedale: le tiene compagnia, leggendolo fa esercizio di memoria, gli fa tornate alla mente tanti momenti vissuti. Grazie. Io ne comprerò un'altra copia per passarla ai miei figli ... debbono conoscere". Mi ha commosso. Sì. ci sono voluti 9 mesi di lavoro ma ne valeva la pena. Grazie a Viscardo. Grazie a Amos che non c'è più ma è sempre stato con me durante questo viaggio. Grazie a Primavera Baldi che se n'è andata dopo poco avermi raccontato la storia di suo zio Luigi Fontana, che ci teneva tanto venisse scritta da qualcuno. Grazie a tutti quelli che mi hanno aiutato a raccontare questa bella storia. "la storia di una passione", come l'ha definita lo storico Alberto Malfitano. E grazie a tutti quelli che avranno voglia di leggerla.