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mercoledì 16 maggio 2018

Governo, spuntano le "talpe": dopo la bozza del contratto ecco il verbale segreto delle consultazioni al Quirinale di Salvini e Di Maio. Mattarella chiama i Corazzieri

Spuntano le "talpe"sulla strada in salita del nuovo governo. Una, non si sa se leghista o pentastellata, martedì ha recapitato a Huffington Post, che l'ha pubblicata, la bozza integrale del contratto di governo. I contenuti della bozza hanno fatto saltare sulla sedia mezza Europa. Salvini e Di Maio non l'hanno smentita. In un comunicato congiunto si sono limitati a dire che quella bozza è una versione vecchia del contratto, che è poi stata "ampiamente modificata". Questa mattina all'alba, ad Huffington Post è stata recapitato un altro plico anonimo: contiene il verbale segreto delle consultazioni al Quirinale di lunedì tra il presidente Mattarella e i leader dei Cinquestelle e della Lega. Di seguito ne pubblichiamo i passaggi più importanti.

Mattarella: "Prego onorevole Di Maio, si accomodi. Il segretario generale Zampetti mi ha riferito della telefonata di ieri in cui avete annunciato che siete pronti, che avete raggiunto l'accordo sul programma e avete un nome per la presidenza del Consiglio".

Di Maio: "Il nome sarebbi io, ma, prima di tutto, devo ancora convincere Salvini. Sul programma, invece, abbiamo stilato una prima bozza del contratto di governo. Stiamo scrivendo la storia, con tanto di firme autenticate".

Il Capo dello Stato lancia uno sguardo sconfortato a Zampetti, allunga una mano in basso e si tocca qualcosa, poi aggiunge sorridendo:"Speriamo che la storia non si offenda; mi faccia vedere". Poi comincia a leggere il documento e a pagina 4, sotto la dicitura "Funzionamento del governo e dei gruppi parlamentari", c'è la regola delle regole: l'istituzione di un Comitato di Conciliazione nel caso di conflitti tra le parti.

Mattarella ha un attacco di tosse, Zampetti gli allunga un bicchiere d'acqua. "Guardi Di Maio, deve avermi portato la bozza sbagliata del contratto, questa deve essere della Casaleggio Associati. Come lei sa, qui invece siamo nelle istituzioni della Repubblica, c'è un Parlamento, un Consiglio dei ministri, l'attività e i conflitti di governo sono regolati dalla Costituzione. Lei capisce bene che un simile Comitato sarebbe incostituzionale".

Di Maio (imbarazzato): "Scusasse presidente, non sapessi che questa regola sui conflitti c'è già. Prima di tutto, la correggeremo".

Mattarella prosegue la lettura. Capitolo giustizia: "Ah, bella questa cosa sulla corruzione, il Daspo per i corruttori. Come allo Stadio, se non hanno la tessera dell'onestà non entrano negli affari pubblici. E chi la rilascia la tessera, Grillo?".

Poi arriva alla pagina 35, dove si parla di Europa e Euro: "Bene, ora che siete diventati europeisti vediamo se avete fatto i compiti a casa come vi avevo assegnato la volta scorsa". (Legge e ad ogni frase la voce gli si abbassa) "Trattati europei da cambiare ...modificare radicalmente il patto di stabilità e crescita ...introdurre procedure e norme concordate che consentano agli Stati di uscire dall'Euro". (Lungo silenzio, poi ad alta voce). "Corazziere Uno? Accompagni questo signore dalla Merkel e lo riporti qui solo quando ha imparato per bene la storia".

Qualche ora dopo arriva al Quirinale Salvini.

Mattarella: "Prego senatore, si accomodi. Come dice? Non è riuscito a parlare con Di Maio? Non si preoccupi, è andato a ripassare la storia e la geografia. Quando ha capito che l'Italia non l'hanno scoperta i Cinquestelle e che Europa non è in America Latina, torna".

Salvini: "Ma dovevo dirgli che su di lui premier non siamo d'accordo, Berlusconi non vuole: il centrodestra è per la staffetta, sorteggiando ad Arcore a chi tocca per primo".

Mattarella: "Di questo parliamo dopo. Ora parliamo del programma. Vedo che la parte sull'immigrazione è evidenziata in giallo: ricollocamento obbligatorio dei richiedenti asilo in Europa, chiusura delle moschee e delle associazioni islamiche radicali... E sui 600 mila clandestini da rimpatriare non dite nulla?".

Salvini: "Manca. E' per questo che ho evidenziato. Non abbiamo ancora trovato il vettore low cost disposto a riportarli indietro, però lo stiamo cercando. Si tratta di almeno tremila voli. Abbiamo sentito Ryanair ma loro sono già overbooking fino a ottobre. Perciò stiamo pensando che si potrebbe sfruttare questo nuovo mercato del traffico aereo per rilanciare Alitalia: il conto lo pagherebbe Berlusconi in cambio della restituzione del titolo di Cavaliere" (Il presidente guarda Zampetti poi alza gli occhi al cielo).

Mattarella legge il capitolo tasse: tre righe, senza un numero, dove si sottolinea che la flat-tax, la tassa piatta al 15% per tutti, cavallo di battaglia della Lega, sarà progressiva, con più aliquote e mantenendo le deduzioni. "Bella questa invenzione della tassa piatta progressiva, l'ha suggerita Toninelli, immagino?".

Poi arriva alla parte sulla politica internazionale e ad ogni passaggio cambia tono ed espressione: "Fedeltà alla Nato": molto bene. "Usa alleati privilegiati": mi sembra un po' poco. "Ritiro immediato delle sanzioni alla Russia": gli cade la stilografica. "Putin interlocutore strategico": si incassa nelle spalle e sulla poltrona, ma rimane in silenzio; c'è ancora la pagina 38 sulla finanza da leggere, la penultima del contratto.

Mattarella: "Come ridurre il debito pubblico italiano di 2.302 miliardi di euro pari al 132% del Pil? Ohhh, finalmente un bel titolo in sintonia con gli interessi del Paese e con l'Europa. Vediamo qual è la vostra proposta: la BCE cancelli i 250 miliardi di debiti italiani in titoli di Stato che si troverà in pancia alla fine del quantitative easing". (Il presidente ha un violento attacco di tosse e diventa paonazzo, Zampetti gli passa un bicchiere d'acqua. Poi si riprende e chiama ad alta voce) "Corazziere Due? Chiami la Neuro, c'è un TSO da fare. E lei, senatore, sa dove si può mettere il contratto di governo e la staffetta sul premier? Zampetti, glielo spieghi lei".

Dichiarazioni all'uscita dalle consultazioni con Mattarella.

Salvini: "Ci sono problemi e divergenze su punti qualificanti del programma. La Lega non è disponibile a scendere dalla ruspa. O troviamo un accordo o ci salutiamo".

Di Maio: "Io speriamo che me la cavo".





venerdì 11 maggio 2018

Invece di sparate su Marescotti che ritira il voto al M5S provate a rifare la sinistra

L'agenzia Ansa ci informa che l'attore Ivano Marescotti, romagnolo doc, storico militante di sinistra, candidato alle europee del 2014 con "L'altra Europa per Tsipras", alla vigilia dell'ormai certa intesa di governo tra M5S e Lega ritira il proprio voto ai Cinquestelle. Il voto ai grillini l'aveva annunciato a gennaio dalla sua pagina Facebook, con l'intento - disse - di "rovesciare il tavolo". Rispondendo sempre su Facebook a un amico che oggi gli chiede: "Ma un bagno d'umiltà? Invece di parlare di quei cadaveri del Pd, prendere atto dell'idiozia per un comunista di votare degli anticomunisti che poi finiscono a fare il governo con la fascisteria varia?", Marescotti risponde secco: "Nessun problema. Prendo atto. Lo prendessero tutti".
Aggiunge di essere sempre stato contrario all'alleanza con la Lega, "che è un partito fascistoide, la peggior destra", e che "se il M5s fa un governo con la Lega e Berlusconi lascia correre, vuol dire che l'ex Cavaliere ha chiesto garanzie e che il Movimento gliele ha date. E allora io che avevo votato M5S ritiro il voto. Vuol dire che vanno a destra, come il Pd".

Naturalmente il voto non si può ritirare: una volta che è dato è dato. la retromarcia di Marescotti, così come a suo tempo il provocatorio "endorsement" per i Cinquestelle, tuttavia, si guadagna sui social una miriade di commenti feroci, spesso accompagnati da insulti, ai quali non mi associo. Conosco Ivano da molto tempo, da quando faceva l'assessore del Pci a Bagnacavallo e io lavoravo alla redazione di Ravenna de l'Unità; venne a presentare e leggere brani del mio primo libro "Arriverà quel giorno..." sulle lettere dei soldati dal fronte e dai campi di prigionia, al Teatro Rasi di Ravenna nel lontano 2000; lo seguo nelle sue tante e belle interpretazioni cinematografiche e teatrali (come non ricordare, tra le altre, quella del politico democristiano che trattava poltrone come al mercato nel "Portaborse" di Daniele Luchetti e con Nanni Moretti :"Due vicepresidenze valgono come una presidenza, l'assessorato x vale come due assessorati y"; oppure la messa in scena dei bellissimi testi dello scomparso poeta dialettale di Santarcangelo di Romagna, Raffaello Baldini); ci siamo anche ritrovati in alcune occasioni, invitati a iniziative in difesa della Costituzione di cui è un grande esperto ed estimatore; così come è, da sempre, un uomo di sinistra, uno spirito di sinistra autenticamente libero.

Per questo apprezzo, oggi, la sua onestà intellettuale quando dice "prendo atto, ritiro il mio voto" (anche se non si può). Come tanti uomini e spiriti liberi di sinistra, oggi orfani della sinistra che non c'è, penso che Ivano abbia visto nel Pd liberista di Renzi e nell'insipienza dal sapore un po' nostalgico della sinistra radicale il naufragio di un ideale, di una intera classe dirigente, del sogno di tantissimi militanti ed elettori. Così, come tanti altri delusi di sinistra (non io, per chiarezza), invece che nell'astensione si è buttato sui Cinquestelle: sperando che "rovesciassero il tavolo", confidando probabilmente sul fatto che nella loro trasversalità politica e programmatica essi parlano anche (e spesso a ragione) ai più deboli ed emarginati, ai precari, ai nostri giovani, alle tante vittime della globalizzazione; sperando quindi che potesse prevalere la componente di sinistra del Movimento. Questo, almeno, credo io. Così non è stato, il tavolo si è sì rovesciato ma dalla parte sbagliata, e non perché la componente di sinistra nei Cinquestelle non esista, ma perché il M5S è un Movimento post ideologico, che non ha ancora maturato una classe dirigente e una democrazia interna, ed è eterodiretto da un'azienda che ha scelto come capo politico quello più di destra: quel Dima-Ios così ben rappresentato da Crozza che s'intende a meraviglia con Salvini, il capo "rosario, vangelo e manganello" della Lega, e che con lui sta per varare il governo più populista e di destra dell'Europa Occidentale, tra le perplessità e la preoccupazione di quasi tutte le Cancellerie. Questo tra le "Ola!" del Pd, che invece di sfidare i Cinquestelle sui contenuti di sinistra di un programma di governo, sulla visione europea e - semmai - sull'idea di un mondo nuovo, non vedeva l'ora che questo governo M5S-Lega nascesse, per gustarselo seduti in poltrona, sulla riva del fiume, "con i pop corn" in mano. Anche per questo la retromarcia di Ivano non può essere interpretata come un assist al Pd; semmai come la delusione di un incazzato che richiama la sinistra a ricordarsi di essere sinistra, quella sinistra che non c'è nel mondo nuovo.

giovedì 10 maggio 2018

Verso il governo Di Maio-Salvini, il più di destra che c'è, con le "Ola!" del Pd di Renzi e la sinistra che non c'è

Dunque avremo una maggioranza e un governo Cinquestelle-Lega. Berlusconi, si dice, ha fatto il passo di lato. Più verosimilmente ha scelto il male minore per Forza Italia, che rischiava di scomparire in caso di elezioni ravvicinate, e ottenuto garanzie per lui, la sua famiglia, i suoi enormi interessi economici. Non s'è scansato - quando mai? -, ha trattato e probabilmente sta ancora trattando, come ha sempre fatto da Craxi in poi. Col via libera all'accordo Salvini-Di Maio il suo potere di condizionamento aumenta, l'alleato leghista gli è debitore e dovrà ricambiare, e i nemici grillini che in Mediaset "pulirebbero i cessi" dovranno abbassare la cresta. C'è da scommettere che arriverà un premier non ostile all'ex Cavaliere, che ci sarà qualche ministro o sottosegretario a tutela delle sue aziende, che nel programma di governo conflitto di interessi, corruzione e mafia saranno in secondo piano.

Ma il "fattore B." è niente rispetto a quello che ci aspetta nei prossimi mesi con Di Maio e Salvini alla guida di questo nostro meraviglioso e disgraziato Paese. Sarà curioso vedere come Cinquestelle e Lega riusciranno a coniugare reddito di cittadinanza e flat-tax, l'abolizione della Fornero e i conti pubblici, l'assistenzialismo atteso dal Sud e i "dané" tanto cari al Nord. Ma è probabile che nel "contratto di governo" tanto caro ai Cinquestelle, quello "double face" che doveva andare bene rivolto a destra come a sinistra, resteranno solo i pilastri più di destra: la lotta all'immigrazione, l'approccio anti-europeo, i tagli ai costi della politica, la frenata sui diritti civili. Del resto questo sono i due ragazzotti con l'arroganza e l'ambizione di diventare leader. Questo hanno in comune il "Dima-Ios" eterodiretto e replicante così ben raffigurato da Crozza e il leghista "rosario, vangelo e manganello".

Il governo fortemente voluto dal capo politico del M5S, che rappresenta l'anima di destra del Movimento, e dal leader che ha reciso le radici popolari della Lega al Nord per sfondare sul piano nazionale con una politica reazionaria e xenofoba alla Le Pen, rischia così di configurarsi come il governo più populista e di destra dell'Europa Occidentale. Con buona pace di quei tanti elettori di sinistra che hanno creduto al "governo del cambiamento" e votato Cinquestelle pensando che fossero loro la nuova sinistra. E con la "Ola!" del Pd che dopo la sberla elettorale del 4 marzo non ha saputo fare altro che il tifo per i vincitori, quindi per il tanto peggio tanto meglio, sperando di poter rinvigorire dall'opposizione il partito in agonia. Sono convinto che si fosse andati a votare in estate o autunno, Renzi avrebbe tentato l'operazione Macron, anche a costo di cambiare nome al partito. Così, invece, con un governo populista e di destra che in Italia farà molta fatica a realizzare ciò che ha promesso e in Europa avrà grandi difficoltà a farsi accettare, Renzi avrà la strada spianata per mantenere il controllo assoluto del Pd e, probabilmente, per riprenderne la guida da segretario.

Per fare cosa non è chiaro. C'è una sinistra da ricostruire, ma non mi pare proprio questa l'idea del "Bomba". Bisognerebbe prima di tutto essere di sinistra per provarci. Servirebbe il coraggio dell'autocritica, l'umiltà di rimettersi in gioco, la capacità di rappresentare e dare voci a tutte le anime del proprio campo. Bisognerebbe saper tornare in mezzo alla gente, mettersi dalla parte di chi ha meno, dei nostri giovani, saper dare una prospettiva a chi subisce le conseguenze nefaste della globalizzazione. Servirebbero, soprattutto, idee nuove, di una sinistra moderna che sappia immaginare un mondo diverso e proporre un’alternativa credibile all’attuale andazzo. Tutta roba che non è nelle corde di Renzi, che da premier di centrosinistra ha fatto le riforme liberiste che la destra non era riuscita a fare e da segretario ha fatto di tutto per liberarsi di quel poco di sinistra che c’era ancora dentro al Pd. Ergo, è più probabile che l'uomo di Rignano cerchi di intercettare i malumori dell'uomo di Arcore, l'elettorato e il ceto politico di Forza Italia e dei centristi che resteranno senza poltrone, semmai con l'idea di creare con tutti loro l'"En Marche" italiano, piuttosto che tentare di recuperare a sinistra. Una sinistra dove, del resto, tutto tace: quella storica di comunisti e socialisti non c'è più, Leu dopo il flop è scomparsa, chi ha creduto nell’Ulivo pure. Ma un pensiero di sinistra, di una sinistra moderna e non nostalgica, andrà comunque ricostruito, prima o poi.

sabato 24 marzo 2018

I nuovi presidenti delle Camere e il governo che (forse) verrà

Il primo frutto dell'asse Di Maio-Salvini è colto: Roberto Fico alla presidenza della Camera e Elisabetta Alberti Casellati a quella del Senato. Il primo rappresenta l'anima ortodossa delle origini del M5S, quella - se così si può dire - più di sinistra, antagonista del nuovo capo politico del Movimento che sistemandolo nel prestigioso scranno di Monte Citorio raggiunge un doppio obiettivo: pianta la prima importante bandiera istituzionale dei Cinquestelle e toglie di mezzo un potenziale avversario interno. La seconda, primo presidente donna a Palazzo Madama, avvocato, laurea in diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense, membro laico del Csm, berlusconiana della prima ora, parlamentare di lungo corso alla sua sesta legislatura, già sottosegretaria alla Sanità e alla Giustizia nei governi Berlusconi. La sua candidatura ha consentito all'ex Cavaliere di uscire dall'angolo nel quale il leader della Lega Matteo Salvini l'aveva cacciato votando Anna Maria Bernini e bruciando così in un solo colpo la sua candidatura e quella di Paolo Romani.

Le considerazioni politiche che si possono fare dopo i primi atti della nuova legislatura sono le seguenti.

Di Maio è il vero vincitore del primo round: forte dell'accordo con Salvini, elegge alla presidenza della Camera più politica la prima scelta del M5S e uno dei suoi esponenti di spicco, respinge il tentativo di Berlusconi di tornare al centro della scena affossando la candidatura del "condannato" Romani (e sorvolando sulle "macchie" della nuova presidente, che debuttò come sottosegretaria alla Sanità facendo assumere la figlia a capo della sua segreteria e poi difese la tesi di Berlusconi sulla nipote di Mubarak) e si appresta ora a giocare la partita del governo avendo davanti almeno due opzioni: la maggioranza spericolata e di rottura Cinquestelle-Lega, oppure un governo di scopo per adempiere agli impegni irrinunciabili dei prossimi mesi, modificare la legge elettorale in senso maggioritario e tornare a votare dopo le europee del prossimo anno con ragionevoli possibilità di consolidare o allargare il consenso ricevuto il 4 marzo.

Il centrodestra con guida a destra è riuscito a ricucire la prima clamorosa rottura post-elettorale, ma lo strappo irriverente di Salvini verso il vecchio capo rimane, lascia il segno e sembra destinato a produrre presto nuove lacerazioni. Del resto, la coalizione Berlusconi, Salvini, Meloni è uno dei frutti artificiosi e avvelenati del "Rosatellum", non è mai esistita politicamente e programmaticamente in questi ultimi anni e nell'ultima campagna elettorale. E Berlusconi che fa il gregario di Salvini, o di chiunque altro, proprio non lo si riesce a immaginare. Di converso, Salvini di certo non vuole permettere a Berlusconi di riprendersi la scena e il ruolo di leader del centrodestra, e se per evitarlo sarà necessario rompere la sua coalizione e allearsi con Di Maio anche per il governo, penso che lo farà. Ma in questo caso a differenza di Di Maio avrebbe una sola opzione: quella di un governo duraturo. Perché se si tornasse a votare presto con una legge elettorale in senso maggioritario, Salvini avrebbe tutto da perdere. Difficilmente riuscirebbe a riproporsi come leader di una coalizione di centrodestra, probabilmente dovrebbe correre come leader della destra, in stile Le Pen, e a quel punto le chances di successo sarebbero minime.

Del resto, penso che per impedire la nascita di un Governo Di Maio-Salvini, che si configurerebbe comunque come un governo anti-sistema, l'Europa e tutti i poteri forti farebbero fuoco e fiamme. Un Di Maio con il lasciapassare del Pd, o un Salvini sotto l'ombrello di Berlusconi si è già capito che il sistema sarebbe già pronto ad assorbirli. Ma da soli. Tutti e due insieme no. E se faranno il governo penso che faranno molta fatica a governare, non solo per i loro programmi non sostenibili. Ma con il Pd non pervenuto, ancora prigioniero di Renzi e del renzismo, che ancora sembra vivere su Marte e non aver capito cosa è successo il 4 marzo, e con Berlusconi forse al tramonto, è difficile immaginare che uno dei due possa fare il governo senza allearsi con l'altro.

mercoledì 21 marzo 2018

Pensioni in cumulo: così Inps, Casse autonome e Governo sabotano una legge di elementare equità e giustizia

E' davvero incredibile quello che sta accadendo sul cumulo gratuito dei contributi pensionistici versati a diverse gestioni previdenziali. Il cumulo è legge dal primo gennaio 2017 ma a tutt'oggi, dopo 15 mesi dall'entrata in vigore, non una sola pensione in cumulo è stata ancora pagata. Dopo un lungo tira e molla al ribasso tra l'Inps, l'Inpgi dei giornalisti e le Casse autonome dei professionisti, durato più di un anno e volto a limitare i diritti dei lavoratori e a sterilizzare al massimo gli effetti della legge sui conti degli istituti di previdenza, pareva che, almeno, fosse stato raggiunto tra le parti l'accordo per cominciare finalmente a erogare gli assegni. Invece tutto è tornato in alto mare. E sapete per cosa? Per il costo una tantum di 65,04 euro per la gestione di ciascuna pratica, che l'Inps pretende venga ripartito tra tutti gli Istituti e che le Casse autonome vorrebbero invece a totale carico dell'Inps.

Un gioco indecente sulla pelle dei pensionandi, soprattutto di chi ha perso il lavoro e si trova da tempo senza stipendio e senza pensione: probabilmente le stesse novemila e passa persone che finora hanno presentato domanda di pensione in cumulo (4.781 per il pensionamento di vecchiaia e 4.457 per la pensione anticipata) e buona parte dei 70mila over 60 sui 700mila lavoratori che si stima abbiano contributi versati a diversi enti, che sono quindi potenzialmente interessati al cumulo ma che per l'incertezza e le limitazioni interpretative sull'applicazione della norma non hanno ancora fatto la domanda. In pratica un esercito di nuovi esodati che hanno sperato in quella legge di sacrosanta equità e giustizia che ora rischia di diventare meno conveniente di altri percorsi di accesso alla pensione, come ad esempio la totalizzazione o l'Ape volontario (anticipo pensionistico a pagamento, con mutuo).

Inserito nella legge di Bilancio 2017 grazie a un emendamento presentato dall'onorevole altoatesina Maria Luisa Gnecchi, braccio destro di Cesare Damiano in Commissione lavoro, non ricandidata alle ultime elezioni per fare posto a Maria Elena Boschi, e grazie anche alla iniziativa del sottoscritto e della collega Daniela Binello, che coinvolsero alcuni parlamentari (gli stessi Gnecchi e Damiano, Sandra Zampa, Giorgio Pagliari), la Fnsi le Associazioni Stampa di Roma e dell'Emilia-Romagna per sollecitare la possibilità di cumulare gratuitamente i contributi previdenziali di chi stava maturando o aveva già maturato i requisiti per la pensione senza dover più subire il vergognoso ricatto della "ricongiunzione onerosa" che a tutt'oggi costringe ancora migliaia di lavoratori che hanno versato i contributi a gestioni diverse o separate (ad esempio a Inpgi 1 e Inpgi 2) a doverli ripagare a peso d'oro.

Una volta diventato legge, Inps e Casse autonome fecero buon viso a cattivo gioco per non concedere il cumulo a tutti coloro che ne avrebbero virtualmente avuto diritto. Troppo ghiotto il bottino delle "ricongiunzioni onerose" per potervi rinunciare. Troppe le pensioni da pagare in anticipo sui tempi previsti dall'Inps e dalle Casse autonome, anche se con il meccanismo del pro-rata, con ciascun ente che eroga il pezzo di pensione maturata dal lavoratore, e con assegni più "leggeri". Tanto che l'lnps emise una circolare, avallata dal Governo, che concedeva la pensione in cumulo soltanto con i criteri della Legge Fornero o peggiorativi (66,7 anni per la pensione di vecchiaia, 42 anni e 10 mesi per l'anzianità contributiva) e non con quelli migliorativi previsti dai regolamenti delle diverse Casse autonome (ad esempio i 38 anni di contributi con 62 di età che fino al 2017 bastavano ai giornalisti per poter andare in pensione anticipata, con qualche penalità).

Nonostante tutto questo le pensioni in cumulo sono ancora un miraggio. Dopo una istruttoria infinita, il 20 febbraio scorso Inps e Adepp (l'Associazione delle Casse autonome) presentarono in pompa magna l’accordo raggiunto sulla convenzione che doveva consentire l'erogazione degli assegni già a partire dall'inizio di marzo. Ma ecco che spunta il nuovo casus belli di chi deve pagare i 65,04 euro costi di gestione delle singole pratiche per rinviare ancora. Un costo complessivo stimato di appena 500mila euro per fermare, di nuovo, la partenza del cumulo.

sabato 10 marzo 2018

C'era una volta l'Emilia-Romagna rossa

L'Emilia rossa non c'è più. Ha cominciato a stingersi con la nascita del Pd ed è evaporata il 4 marzo, risvegliandosi il giorno dopo giallo-verde, con i Cinquestelle primo partito, i fascio-leghisti al 20% e l'alleanza di centrodestra oltre il 30. "L'egemonia della sinistra in questa regione è finita", sentenzia il politologo Piero Ignazi. Anche in Emilia-Romagna il Pd "si è adeguato alla linea Renzi e ha cessato di essere il partito popolare che era sempre stato", con il Pci, il Pds e i Ds. Ora è un partito che va a braccetto con Marchionne ma non sta più davanti alle fabbriche, che mostra nelle slide tanto care al segretario un Paese virtuale in netta ripresa quando, nel Paese reale, la crescita premia solo i più forti facendo aumentare le diseguaglianze tra ricchi e poveri, mentre i figli continuano a stare peggio dei padri. Un partito percepito dal popolo come establishment, che appare "negazionista" sui problemi dell'immigrazione e della sicurezza,  rassicurante a sproposito sull'economia e il lavoro, lontano dalle periferie e dalle marginalità. Così la sua storica base non lo vota più. Ma i suoi elettori non vanno a sinistra, non premiano i candidati di Liberi e Uguali percepiti come "scissionisti nostalgici", si buttano sui Cinquestelle, che parlano ai giovani e alla parte più emarginata della società, o sulla Lega, che parla alle pance di chi vuol difendere il suo orticello e dice "prima noi, prima gli italiani".

Partiamo dai numeri del disastro: il Pd in Emilia-Romagna è al 26,4% con 668mila voti, la metà di quelli presi alle europee del 2014, 320mila e l'11% in meno rispetto alle precedenti politiche del 2013; il M5S è il primo partito col 27,5% e 698mila voti (+3% sul 2013); il centrodestra balza al 33% (+ 12%) con 838mila voti e la Lega che doppia Forza Italia arrivando al 19,2% (era al 2,6% nel 2013); Liberi e Uguali prendono solo il 4,5% con 113mila voti (Sel aveva il 2,9% nel 2013, Rivoluzione civile di Ingroia l'1,9%). Su 67 parlamentari eletti tra quota proporzionale e collegi uninominali, 27 li conquista il centrodestra, 26 vanno al centrosinistra, 12 ai Cinquestelle e 2 a Liberi e Uguali.

Il tracollo del Pd non risparmia nessuna provincia emiliano-romagnola. A Bologna il Pd tiene nel centro urbano, in particolare nei quartieri più ricchi, ma perde di brutto nelle periferie, nei comuni della montagna (a vantaggio della Lega) e in quelli della "bassa" (a favore del M5S). In città, dove il candidato di punta del centrosinistra era, paradossalmente, il cattolico doroteo Pier Ferdinando Casini, ovvero  l'avversario democristiano di sempre, il Pd perde quasi 12 punti percentuali passando dal 40,5 al 28,9%. Clamoroso il risultato di Ferrara, la città del crack Carife che ha gettato nella disperazione 32mila correntisti e della protesta crescente contro "l'invasione degli immigrati": qui la Lega arriva dal niente al 26% in città, e al 43% a Goro e Gorino, dove si fecero le barricate per  impedire l'arrivo di 12 donne profughe; il Partito democratico subisce l'onta della sconfitta in casa di Dario Franceschini ad opera di una sconosciuta candidata leghista, l'avvocatessa Maura Tomasi di Comacchio, che stravince con quasi il 40% dei voti contro il 29% del ministro. Non va meglio nel collegio senatoriale sempre considerato "sicuro" di Bologna-Ferrara, dove la storica portavoce di Romano Prodi, Sandra Zampa, è battuta di 4 punti (34% contro 30%), addirittura, da un candidato ex missino di Fratelli d'Italia: Alberto Balboni, l'organizzatore delle feste Tricolori a Mirabello.

Ma è tra Modena e Reggio Emilia, nel cuore dell'ex Emilia rossa, dal dopoguerra in poi roccaforte inviolabile della sinistra, che il tonfo del Partito Democratico è più forte. Nel collegio feudo del responsabile comunicazione Pd ed ex presidente dell'Assemblea legislativa regionale, Matteo Richetti, detto "il JFK di Fiorano", dove dopo la rinuncia di Gianni Cuperlo era stato ripescato l’ex ministro e sottosegretario alla presidenza del Consiglio ai tempi del Governo Renzi, Claudio De Vincenti, il candidato del Pd arriva solo terzo col 26,35% (meno 10%) dietro ai candidati del Centrodestra (30,56%) e dei Cinquestelle (37,69). In tutta la zona dell'industria ceramica in crisi, tra Sassuolo e Fiorano, il Pd viene surclassato dal boom della Lega e dall'exploit del M5s. E anche in città, dove è candidata un'altra democristiana doc, la ministra Beatrice Lorenzin, la vittoria dei "dem" è quasi sempre sul filo. Nel reggiano la sconfitta più clamorosa è a Casalgrande, dove il Pd organizza da anni la festa dell'Unità regionale: il candidato Andrea Rossi, già sindaco della città e responsabile dell'organizzazione nazionale del partito, viene largamente superato dal candidato grillino che prende il 38% dei voti, mentre il Pd precipita dal 39 al 27,5%. Perfino a Cavriago, dove resiste il busto di Lenin in piazza, il Pd non è più il primo partito.

Più a Ovest, tra Piacenza a Parma, la Lega fa il pieno di voti e parlamentari. A Parma, la città delle "Barricate" contro il fascismo degli anni Venti e medaglia d'oro della Resistenza, recentemente riconquistata dal sindaco ex grillino Federico Pizzarotti che piace al governatore Stefano Bonaccini e al sindaco di Bologna Virginio Merola, il Pd ha perso tutti e tre i parlamentari che aveva. Non ce l'ha fatta nemmeno il senatore uscente Giorgio Pagliari, il parlamentare più produttivo d'Italia secondo una recente classifica di Openpolis, avvocato prestato alla politica molto stimato in città, che pur prendendo l'11% in più dei voti del suo partito è stato battuto per una manciata di voti da una sconosciuta candidata leghista. Nelle due province il partito di Salvini ha fatto l'en plein conquistando tutti i collegi a disposizione.

Non va meglio in Romagna, sulla riviera Adriatica: a Rimini, la città dove il sindaco renziano Andrea Gnassi sta facendo bene ed è stato da poco rieletto col 60% dei voti, il candidato del Pd è arrivato solo terzo dopo quelli della Lega e dei Cinquestelle. Ormai lungo tutta la via Emilia la coalizione vincente è quella di centrodestra, il primo partito è il M5s e l'exploit maggiore è della Lega. Nelle città il Pd perde il grosso dei suoi voti a vantaggio dei Cinquestelle, mentre nelle periferie e soprattutto nei comuni di montagna è il partito di Salvini a prevalere, spesso prendendo voti in uscita anche dai grillini. Pochi invece i voti persi dal Pd a sinistra, con Liberi e Uguali che con il suo magro 4,5% porta a Roma due soli parlamentari: Pierluigi Bersani e Vasco Errani. Quest'ultimo fa registrare a Bologna il miglior risultato nazionale di LeU, ma nella sfida a Casini si ferma comunque sotto l'8%.

C’era una volta l’Emilia-Romagna rossa. La regione delle cooperative e delle piccole e medie imprese, dello sviluppo impetuoso e del welfare avanzato, del benessere diffuso e della passione per la politica. L'Emilia del buongoverno dei comunisti che tutti apprezzavano, persino negli States, e che gli elettori premiavano in massa. La regione dove il Pci negli anni Sessanta e Settanta prendeva il 60% dei voti e contava mezzo milione di iscritti su 4 milioni di abitanti, dove la politica si faceva nelle sezioni e nelle Case del popolo, col radicamento territoriale e il porta a porta dei militanti; dove l'Unità vendeva quasi la metà delle centomila e passa copie nazionali e aveva redazioni e cronache locali in tutte le città capoluogo; dove il giornale fondato da Antonio Gramsci si diffondeva casa per casa la domenica, e in tutti i centri grandi e piccoli si organizzavano le Feste de l'Unità, con quella nazionale che si alternava anno dopo anno tra Reggio, Modena e Bologna richiamando da tutta Italia fino a un milione di persone per il tradizionale comizio di chiusura del segretario.

Poi, negli anni Novanta e Duemila c'era l'Emilia-Romagna dell'Ulivo, dell'incontro fecondo tra la tradizione socialcomunista e quella cattolico-democratica, la Bologna di Beniamino Andreatta e Romano Prodi, dei sindaci comunisti Renato Zangheri e Renzo Imbeni, dell'innovazione e dei "pensatoi" politici come "Il Mulino", "Prometeia", l'Istituto Cattaneo, dove la sinistra alle elezioni si manteneva sempre tra il 40 e il 50% dei consensi. Poi è arrivata l'Emilia del Pd, dei circoli che hanno sostituito le sezioni e dei segretari di circolo che non li conosce nessuno, del partito leggero con gli iscritti che a fine 2017 in tutta la regione arrivano appena a 38mila, della politica sui social e di Matteo Renzi che dopo la "non vittoria" di Bersani alle politiche del 2013 si prende il partito e ottiene alle primarie in Emilia-Romagna il 74% dei consensi. Un plebiscito che nasconde però una distanza crescente tra il Partito democratico e il tradizionale elettorato della sinistra emiliano-romagnolo. Una "rottura sentimentale" che riguarda soprattutto il rapporto con le periferie, con i giovani, con l'esercito crescente dei "dimenticati" e delle nuove povertà. Il campanello d'allarme suona con le regionali del 2014, quando a votare va appena il 37% degli elettori, poco più della metà delle elezioni precedenti, e Stefano Bonaccini viene eletto governatore col 49% dei voti, che però sono meno di 600mila, la metà di quelli presi nel 2010 da Vasco Errani, poco meno dei voti del Pd alle politiche del 4 marzo.

Con il voto del 4 marzo ora tutto è cambiato. Per l'Istituto Cattaneo, l’Emilia-Romagna da "regione monopolistica" è diventata "regione ad alta contendibilità". Il centrosinistra regge ancora nei grandi centri urbani, prende i voti dei ceti più benestanti e dei pensionati, ma appena si esce dai centri storici e ci si inoltra nelle periferie, nei piccoli comuni e nelle "marginalità" sociali ed economiche, Lega e Cinquestelle fanno il pieno. "La chiave interpretativa del voto sta in questa frattura tra centro e periferia", certifica il Cattaneo. E non è più solo un voto di protesta, è un voto di cambiamento radicale: "Perchè il vero flusso significativo in Emilia-Romagna è quello che dal Partito democratico esce verso il Movimento 5 stelle". I delusi di sinistra non votano LeU ma i il partito di Di Maio e in parte anche quello di Salvini. Le tematiche dell'immigrazione e della sicurezza, da un lato, e quelle della precarietà economica e lavorativa, dall'altra, hanno fatto breccia nel tradizionale elettorato di sinistra, che ha voluto punire la narrazione tutta rose e fiori del Pd di un Paese che sta meglio di prima. "La ripresa in Emilia-Romagna è stata asimmetrica e una parte della società non l’ha sentita", dice ancora il Cattaneo, "e a questo si è accompagnata la critica alla classe politica del centrosinistra e alla sua politica di establishment". E questo vale anche per quelli che, per dirla con Bersani, si erano rifugiati nel bosco: "Gli astensionisti sono sì tornati a votare, ma hanno votato Movimento 5 stelle".

Dice il sociologo e sondaggista Fausto Anderlini: "Il tentativo di Liberi e Uguali di compiere un arrocco identitario, minoritario in partenza ma capace di riprendere la connessione con la base sociale del paese, è fallito. Come già avvenuto in altre circostanze il deprimente risultato dell'ultimo ridotto della sinistra si accompagna al fallimento del Pd. Anziché trarne alimento LeU resta attorcigliata alla debacle del Pd, anch'essa trafitta e bypassata dalla crisi fiduciaria che nella mentalità collettiva prevalente prende a bersaglio la sinistra come tale, in tutte le sue gradazioni. Era chiaro che LeU non penetrava nel bosco e che avrebbe potuto ottenere un risultato onorevole (fra il 6 e il 7 %) solo con un basso tasso di partecipazione elettorale".

E un cavallo di razza della sinistra bolognese, Mauro Zani, che fu segretario regionale del Pci, parlamentare italiano ed europeo, uno dei più stretti collaboratori di Occhetto ai tempi della "Svolta della Bolognina", e che non ha mai aderito al Pd, dice: "Io ho votato scheda bianca avendo compreso che nel bosco non c’era più nessuno da molto tempo. Tanti, troppi erano già nella valle dell’Eden dei Cinquestelle. Altri, anche in Emilia-Romagna, era trasmigrati, con lento ma inesorabile movimento, verso la terra promessa di Salvini: libera da immigrati, circondata dal filo spinato di una sicura sicurezza, a godersi di nuovo un’equa pensione dopo l’abolizione totale della riforma Fornero".

E la sinistra? "Questa è tutt’altra storia che va molto oltre i confini nazionali. In Italia il problema è sempre quello, esemplificato da una campagna elettorale dove una sinistra voleva ricostruire il centrosinistra: sempre questa falsa pista che dura da ventanni. E di cui gli elettori si sono persino dimenticati. Tanto che l’Ulivo oggi vale lo 0,5%. I cadaveri vanno seppelliti per poter volgersi ad un futuro, forse possibile".


mercoledì 28 febbraio 2018

Il 4 marzo, il Paese reale e noi elettori di sinistra: quel che la politica non dice

Dimentichiamoci per un attimo dei talk show, della politica virtuale e delle sparate elettorali. Proviamo a vederla dalla parte del Paese reale e di noi elettori di sinistra.

Il quadro è desolante. Si respira un'aria di distacco, rassegnazione e sfiducia crescente nella politica. La mediocrità della classe dirigente di tutti i partiti, a partire dai leader, è disarmante. Renzi ha perso la sua spinta propulsiva e sembra diventato voto-repellente. Berlusconi è cotto, una figura pietrificata e imbarazzante. Salvini è il nuovo fascismo: vangelo, rosario e manganello. Di Maio è tale e quale il replicante Dima Ios di Crozza: un robot programmato al computer. I padri (e le madri) nobili della politica italiana degli ultimi decenni ridotti tristemente ai margini: Prodi che sostiene una lista dell'1%, Bonino che si appiglia a Tabacci per riportare i radicali in Parlamento, Bersani e D'Alema che per rilanciare la sinistra si affidano a Grasso, Fratoianni e Civati. 

Ovunque si guardi, non si vede un progetto credibile, un'idea davvero convincente di Paese, un'utopia da inseguire. La campagna elettorale è solo "contro": contro gli immigrati soprattutto, poi contro l'Europa, contro le tasse, contro la legge Fornero; e anche contro quelli che dovrebbero essere i vicini di casa: Renzi contro D'Alema (e viceversa), Salvini contro Berlusconi (e viceversa), Di Maio contro i suoi candidati "impresentabili" e sembra pure contro Grillo. 

La legge elettorale, poi, è la ciliegina sulla torta. Con il divieto del voto disgiunto costringe gli elettori a votare per liste e candidati di coalizioni innaturali, spesso lontane dalla propria appartenenza politica e dal proprio sentire (il caso di Casini candidato per il Pd a Bologna è il più clamoroso). Con i listini bloccati toglie agli elettori la possibilità di scelta delle persone da votare. Con il ritorno all'impianto sostanzialmente proporzionale, drogato però dalle coalizioni di collegio in chiave anti-grillina, porterà quasi certamente a maggioranze impossibili e all'ingovernabilità. 

Se va come dicono i sondaggi, l'elettore andrà a votare sapendo che il suo voto conterà poco o nulla. Che, nella migliore delle ipotesi, gli schieramenti che si sono combattuti in campagna elettorale si metteranno d'accordo dopo il 4 marzo (grande coalizione, governo istituzionale o del presidente). Oppure che, nella peggiore, si dovrà tornare presto alle urne con una nuova legge elettorale: una bella beffa per chi fino all'altro ieri si sentiva dire che la notte delle elezioni si sarebbe saputo chi aveva vinto e chi avrebbe governato per i prossimi cinque anni. 

Sempre che l'ondata populista e xenofoba che spira in Italia e in Europa non regali alle destre coalizzate il 40% dei consensi e la maggioranza assoluta sei seggi in Parlamento, che sarebbe un disastro per il Paese e il secondo incredibile autogol (dopo quello del referendum costituzionale) di Renzi e del governo Gentiloni che ha imposto a colpi di fiducia il Rosatellum proprio per arginare i populisti e la destra; salvo poi che la coalizione potenzialmente vincente l'ha fatta la destra, mentre a sostegno del centrosinistra sono rimaste solo alcune artificiose liste civetta.

La fiera degli errori dell'ex "enfant prodige" della politica italiana (passato in un lampo dalla rottamazione al "tafazzismo", che è prerogativa della sinistra), andrà a ingrossare il partito dell'astensione, che sarà certamente il primo partito alle elezioni del 4 marzo. Un calo consistente dei votanti potrà forse attenuare il prevedibile crollo del Partito democratico e della mini-coalizione di centrosinistra, all'interno della quale è probabile un risultato sopra al 3% della lista Bonino (scelta dai radical chic che non ce la fanno a votare Renzi ma non vogliono voltare le spalle al Pd). Ma un risultato dei democratici sotto al 25% del Pd di Bersani (a quell'altezza è stata mestamente fissata l'asticella della "non sconfitta" dopo l'ubriacatura del 41% alle europee e della vocazione maggioritaria) sarebbe un'altra sonora bocciatura per Renzi. E anche se il Pd di oggi è Renzi e il segretario ha già detto che non ne mollerà la guida in caso di sconfitta, è difficile immaginare che con un simile risultato possa restare in sella, sopratutto se non ci saranno i numeri per l'inciucio con Berlusconi e i centristi per cui si dovrà a tornare a votare. Vanificando, in tal caso, anche il riequilibrio della rappresentanza politica in Parlamento della parte proporzionale del Rosatellum.

Se Atene piange Sparta non ride. A meno di clamorose sorprese, la lista di Liberi e Uguali sembra infatti avviata a un risultato modesto: difficile immaginare che LeU al 5-7% possa riequilibrare i rapporti di forza nel centrosinistra e aprire la strada a un nuovo corso del Pd, più spostato a sinistra, nel segno dell'Ulivo, che rimane il grande assente sempre rimpianto dagli elettori del nostro campo. Difficile anche che l'antipolitica continui a far lievitare i Cinquestelle, che probabilmente pagheranno gli scivoloni sui rimborsi e le candidature e che, soprattutto, con la leadership di Di Maio assomigliano sempre più agli odiati partiti: perciò è prevedibile che avranno un buon risultato ma inferiore alle attese. A essere premiati potrebbero essere invece le destre e in particolare quelle di Salvini e Meloni appoggiate dai neofascisti di CasaPound e Forza Nuova. I frutti inquietanti della loro politica che parla alle pance e agli istinti peggiori degli italiani si sono già visti a Macerata, ma cavalcano un sentimento e una paura diffusi, anche negli strati più popolari e di sinistra.

Questa, ahinoi, è la prospettiva che gli elettori di sinistra e il Paese reale hanno davanti. Non c'è da stare allegri. Dopo il 4 marzo ci aspetta un'Italia divisa, inquieta, incattivita, con una situazione politica confusa, i conti sempre in disordine, meno welfare, più precariato e una società che ribolle. Votiamo dove ci porta il cuore, sperando che nel nuovo Parlamento ci sia un po' più di rosso. E incrociamo le dita.