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martedì 27 gennaio 2026

In ricordo di Imelde Tassoni

Non potrò essere domani mattina, mercoledì 28 gennaio, a Fiesso di Castenaso per salutare Imelde Tassoni, che ci ha lasciati qualche giorno fa alla ragguardevole età di 102 anni. Di Imelde e della sua famiglia ho raccontato la storia nel romanzo "L'ultima tragica cascina" (Edizioni del Loggione, 2024). Imelde è stata una testimone della resistenza delle donne nella pianura bolognese e della battaglia di Fiesso e Vigorso che tra il 21 e il 22 ottobre 1944 costò la vita a una ventina di partigiani – tra cui suo fratello Gianni e suo cugino Paolo Tassoni - e alla famiglia di contadini che li aveva ospitati nella cascina del podere Mazzacavallo delle sorelle Maccagnani, a Castenaso, sull’argine del fiume Idice (sette civili trucidati dai nazifascisti, una sola sopravvissuta). La voglio comunque salutare qui, pubblicando alcuni stralci del romanzo a lei dedicati.

Imelde Tassoni
…Gianni e Paolo Tassoni erano cugini ma sembravano fratelli per quanto erano legati. Stavano sempre insieme. Due ragazzi allegri, di buon animo, gran lavoratori. Abitavano nella stessa casa, alle Pioppe di Madonna di Castenaso. Una famiglia di coltivatori insediata da quasi tre secoli in quel podere, di idee socialiste, antifascista. Il papà di Gianni, “Gigiatt”, ha fatto la Prima guerra mondiale. Catturato, imprigionato e lasciato senza cibo, si salva dalla morte per fame grazie ai tozzi di pane che una ragazza del luogo dal cuore tenero gli allunga di nascosto. Il figlio grande, Nino, dopo l’8 settembre 1943 diserta, torna a casa a piedi dal fronte e vive nascosto. La cascina delle Pioppe ospita spesso i partigiani e durante i bombardamenti i Tassoni danno riparo e da mangiare anche ad alcuni operai e a un dirigente della Manifattura tabacchi di Bologna.

Gianni e Paolo hanno da poco compiuto i diciotto anni quando ricevono la cartolina precetto che li chiama alle armi con l’esercito di Salò. Ne parlano tra loro. Devono decidere se andare a combattere con i fascisti, disertare e darsi alla macchia o andare con i partigiani. Conoscono la sopraffazione e i disastri del regime, non sono digiuni di politica, respirano l’antifascismo di casa. Fanno la loro scelta, in solitaria.

Imelde, classe 1923, sorella maggiore di Gianni, lo ricorda ancora quel giorno. “Una sera se ne andarono di casa senza dire niente a nessuno. A loro si aggregò anche Mario Pirini, loro coetaneo e nostro vicino di casa. Per una settimana rimasero nascosti in un casolare della zona che fungeva da base partigiana, poi tornarono a casa, ma solo per rifornirsi di viveri, cambiare vestiti e ripartire, tra la nostra costernazione. È stata l’ultima volta che li abbiamo visti”.

Quando scoppia la guerra la famiglia Tassoni è composta da tredici persone. Il capostipite Pietro e Virginia Matteuzzi, sposata in seconde nozze; il figlio Agostino con la moglie Stella e le figlie Lidia e Antonietta; l’altro figlio di primo letto Luigi (Gigiatt) con la moglie Gaetana (Mercede) e quattro figli: Imelde, Angelo (Nino), Giuseppe (Peppino), Giovanni (Gianni) più il cugino Paolo. Dopo l’8 settembre le Pioppe diventano un porto di mare che dà riparo a tutti: sfollati, partigiani e dall’autunno del 1944 anche tedeschi.

“Ce n’erano dei buoni e dei cattivi – ricorda Imelde - una sera uno di loro, ubriaco, cercò di insidiare noi ragazze, ci salvammo scappando dalla finestra. Poi ci requisirono la casa e fummo costretti a dormire nella stalla”. Se i muri potessero parlare, quelli delle Pioppe ne avrebbero da raccontare. Anche quando tutto quel via vai di amici, nemici, sofferenza, dolore e speranze sembrava finalmente finito. Alla vigilia della liberazione l’abitazione principale fu colpita da un colpo di artiglieria sparato non si sa da chi. “Il proiettile entrò da una finestra, trapassò il muro della cucina e si andò a conficcare nell’armadio della camera da letto della nonna. Per nostra fortuna non scoppiò. Avrebbe fatto una strage”.

…Siamo all’epilogo. Il giorno dopo, domenica 22 ottobre verso le 17, a Medicina si completa l’eccidio. I condannati a morte (otto partigiani arrestati il giorno prima durante la battaglia) passano la loro notte di tormenti al comando delle SS nella villa dei fratelli Viaggi adiacente alla via San Vitale, rinominata Villa Triste. Sono stati tutti torturati, hanno i volti tumefatti, sanno cosa li aspetta, si può solo provare a immaginare cosa provano in quei momenti. Verso le 16.30, li vanno a prendere e li portano al muro di un magazzino della ferrovia Veneta.

Mezz’ora prima i nazifascisti hanno fatto uscire dai capannoni tutti i civili rastrellati. Vogliono farli assistere all’esecuzione. Tra loro c’è anche Cesarino Rizzoli, il testimone oculare della strage del Mazzacavallo. “Ci tirarono fuori verso le 16 dai cameroni dove ci avevano tenuti tutto il tempo rinchiusi senza né acqua né cibo. Poco dopo arrivarono con i condannati. Alcuni li dovettero portare a braccia perché non erano in grado di camminare per le torture subite. Riconobbi Collina, Negrini e uno dei Tassoni. Li allinearono lungo il muro che stava di fronte a noi”.

Gli otto condannati vengono messi al muro. Un ufficiale tedesco che parla italiano dice al pubblico dei rastrellati che verranno fucilati con onore, al petto e non alla schiena perché catturati con le armi in mano. Subito dopo il comandante del plotone di esecuzione dà l’ordine: “Pronti, puntate, fuoco”. Sei si afflosciano a terra come sacchi vuoti. Due cadono appoggiati di schiena uno contro l’altro, quasi a volersi sorreggere anche da morti. L’ufficiale si avvicina, spara un colpo di pistola alla testa a entrambi.

In primo piano, Imelde al fianco di Mario Neri, l'unico 
partigiano della battaglia ancora vivente.
…Anche il recupero e il riconoscimento dei morti è un’impresa difficile. Imelde Tassoni la mattina presto di sabato 21 ottobre sta andando a Castenaso in bicicletta per comprare con la tessera dell’annona i pochi generi di prima necessità che ancora è possibile reperire. Pedala assieme a una vicina di casa, Fernanda Pirini, sorella di Mario, partigiano della brigata “Venturoli”. Il rastrellamento è già cominciato ma le Pioppe sono fuori dal perimetro e loro ne sono all’oscuro. Prima di arrivare in paese, sulla via Montanara, c’è un posto di blocco tedesco. Vengono fermate e portate in una casa vicina, sulla San Vitale, dove sono già stati radunati diversi rastrellati. Qualche ora dopo, gli uomini sono caricati sui camion e portati a Medicina. Le donne invece, qualcuna con i figli al seguito, verso mezzogiorno vengono lasciate libere di tornare alle loro case. La notizia della battaglia circola già. Fernanda è preoccupata. Dice a Imelde: chissà cosa sarà accaduto ai nostri ragazzi?

La mattina dopo apprendono da uno sfollato che il sopravvissuto Ramirez la sera prima è passato da casa della sorella, l’ha informata dei morti e degli arresti e l’ha sollecitata a trasferirsi subito per evitare rappresaglie. Dei due cugini Tassoni e di Pirini però non si hanno notizie. Da due vicine di casa che sono andate a Medicina a cercare i loro mariti rastrellati, Imelde e Fernanda imparano che là è stato portato anche un Tassoni. Dunque, l’hanno preso. Ma chi dei due? Gianni o il cugino Paolo? Sarà ferito? Avrà fame, bisogno di vestiti? Cosa gli faranno ora? E che fine avrà fatto l’altro? Domande senza risposta che angosciano le loro famiglie.

Il giorno dopo, lunedì, Imelde parte in bicicletta per Medicina con una sporta di viveri e vestiti. Riesce ad avvicinare un suo zio che era tra i rastrellati. Le dice che otto partigiani sono stati catturati e fucilati il pomeriggio prima e che lui e altri civili sono stati obbligati a scavare delle fosse comuni per quei poveri ragazzi. Vede il volto di Imelde cambiare colore e deformarsi, si affretta a precisare che tra i cadaveri non ha visto Gianni o Paolo. Poi però aggiunge che li avevano conciati così male che era difficile riconoscere qualcuno. Imelde si precipita sul luogo dell’esecuzione, vede i cumuli di terra fresca, si inginocchia, piange, non può fare altro. Ritorna a casa con mille pensieri per la testa e l’angoscia nel cuore: come dirlo alla famiglia, quali parole usare? E quel terribile tarlo: sarà tra i fucilati? E quale dei due?

Passano tre giorni senza che la famiglia abbia altre notizie. Imelde non si dà pace. “Il giovedì torno a Medicina, incontro due della Brigata Nera. Uno lo conosco, è il segretario del fascio di Castenaso. Gli chiedo se c’è un Tassoni tra i fucilati. Mi fissa, sembra riflettere, poi dice: stai tranquilla, qui non c’è tuo fratello. È una risposta ambigua. Potrebbe esserci mio cugino Paolo. Gli salterei al collo. Gli domando come fa a saperlo. Si allontana senza rispondermi. Penso a cosa posso fare. Decido di andare nella zona della battaglia. Vado nelle case dei contadini, chiedo se hanno visto o saputo qualcosa, se nascondono dei partigiani. Niente. Vado anche a casa dei miei zii Salmi che abitano vicino al Mazzacavallo. Mi dicono che Paolo è stato catturato. Anche loro sono stati rastrellati poi rilasciati. A Medicina hanno visto passare i prigionieri scortati dai tedeschi. Tra loro c’era mio cugino”.

“Torno a casa ma non ho il coraggio di dirlo ai miei, non voglio spargere altra angoscia prima di avere la conferma di quello che ormai so. La domenica con un’altra sorella di Mario Pirini, Elsa, andiamo dal parroco di Vigorso. Gli chiediamo se al cimitero sono stati seppelliti dei partigiani. Due, ci dice. Il becchino ha tenuto i loro oggetti personali”. Elsa va a cercare il becchino. A Imelde non bastano gli oggetti, che non sa nemmeno se Gianni e Paolo ne avevano con sé, vuole vedere chi sono quei due sottoterra. Va a cercare il custode del cimitero, non c’è, gli dicono che è andato a casa, a Persiceto. Prende la bici e pedala fin là, una quindicina di chilometri. Lo trova, è comprensivo, accetta di tornare con lei al cimitero di Vigorso. Chiedono aiuto a un contadino che si arma di una pala per rimuovere i cumuli di terra. Scavano.

“I due cadaveri sono in un’unica buca, nella terra nuda, sovrapposti. Affiora il viso del primo. Non è né di Gianni né di Paolo. Imparerò successivamente che è il corpo di Medardo Bottonelli, caduto alla Corazzina. Scopriamo le gambe dell’altro. Dai pantaloni capisco che non è nessuno dei due. Un grande senso di sollievo mi attraversa. Mi riprendo. Poi penso che potrebbe essere Pirini. Strappo un bel pezzo di stoffa, la porto alla famiglia. Elsa intanto è tornata a casa a mani vuote. Appena vede quel lembo di fustagno lancia un grido: nooo, i pantaloni di Mario”. Disperazione, pianti. La conferma che Pirini è caduto in battaglia al Mazzacavallo.

A casa Tassoni invece passa un’altra settimana di angoscia in attesa di notizie che non arrivano. Finché Imelde viene a sapere che sabato 4 novembre, nel pomeriggio, un contadino di Fiesso ha avvistato un cadavere nel fiume Idice, ma poi ha piovuto molto e la piena se l’è portato via. L’angoscia continua. “Il mercoledì successivo viene a casa nostra un operaio della Todt e ci dice che in un’ansa del fiume, circa un chilometro a valle del Mazzacavallo, c’è un corpo impigliato negli arbusti, in acqua. Anche il mio fidanzato, Arturo Giusti, riformato dopo la campagna di Russia, ha dovuto andare a lavorare con la Todt. Ha visto il cadavere, forse l’ha riconosciuto”.

All’alba del giorno dopo Imelde e le cugine Lidia e Antonietta partono in bicicletta per andare sul posto, attente a non farsi scoprire dai tedeschi che sono ancora in zona. “Scendiamo l’argine, subito ci appare il cadavere. È a pelo d’acqua, a pancia in su, in un’ansa, trattenuto dai rami pendenti di un salice. L’acqua è limpida, lo riconosco subito, è mio fratello Gianni. Stranamente non provo dolore, disperazione. Non mi viene da piangere. Ho pianto tutte le volte che ho immaginato o sognato il momento del ritrovamento. Ora invece sono quasi sollevata. Ringrazio il fiume di avermelo restituito. Potrò riportarlo a casa il mio fratellino. Potremo dargli una sepoltura. Piangerlo assieme. Muoviamo con un bastone il cadavere che galleggia, lo tiriamo a riva. Sono passate due settimane dalla battaglia ma il viso è incredibilmente intatto, solo un po’ gonfio. Ha una ferita da arma da fuoco alla gola”.

Il giorno dopo Imelde e Lidia vanno dal custode del cimitero di Castenaso. Devono recuperare il corpo di Gianni ma non si può portarlo via dal fiume così, spoglio, dopo tanto tempo passato in acqua, serve una bara. Il custode ha delle vecchie casse di legno in deposito, gliene ne dà una. Poi vanno da un contadino e si fanno prestare il cavallo e il carretto per il trasporto. Arturo, il fidanzato di Imelde, lavora poco lontano al rafforzamento delle difese tedesche sull’Idice. Quando finisce il turno e i sorveglianti si allontanano, con alcuni compagni raggiunge le due donne. Assieme, con cavallo e carretto, arrivano all’ansa del fiume. Con delle corde gli uomini recuperano il cadavere, lo mettono nella cassa. Fa già buio quando attraverso le cavedagne giungono al cimitero dove depositano la cassa. Il giorno dopo, con lo stesso carretto, vanno da un falegname al Trebbo di Reno a comprare una bara vera. Tornano, avvolgono Gianni in un lenzuolo bianco, lo trasferiscono in quella cassa, possono finalmente seppellirlo dignitosamente. Il corpo del cugino Paolo e degli altri sette fucilati a Medicina, sepolti sommariamente nelle due fosse comuni fatte scavare dai rastrellati, verranno recuperati soltanto nelle settimane successive.

venerdì 16 gennaio 2026

Bologna, con l'abbandono del Tanari finisce la triste storia dei parcheggi scambiatori di "Italia 90".



Piccola storia emblematica. Dal primo dicembre scorso il parcheggio Tanari, situato strategicamente vicino alla stazione e al centro di Bologna, ha chiuso i battenti. O meglio, c’è ancora ma non è più presidiato e non svolge più la funzione per cui era nato. Era l’ultimo parcheggio scambiatore superstite di quelli realizzati a Bologna con i finanziamenti pubblici del mondiale di calcio “Italia 90”. L’unico in città dove potevi lasciare gratuitamente l’auto se facevi il biglietto dell’autobus e utilizzavi il mezzo pubblico per arrivare in Piazza Maggiore e dintorni. Io l’ho fatto per anni quando abitavo fuori Bologna e lavoravo in centro, e come me migliaia di pendolari. Era molto comodo, custodito, dovevi solo validare il biglietto e in dieci minuti arrivavi a destinazione. Oggi è una terra di nessuno, con le sbarre di entrate e uscita sempre aperte, dove gli automobilisti parcheggiano con timore perché l’area, di proprietà delle Ferrovie dello Stato, è abbandonata e in pieno degrado, tra montagne di rifiuti, bottiglie rotte per terra e carcasse d’auto. I due dipendenti della cooperativa a cui era stata appaltata dal Comune la gestione del parcheggio sono stati licenziati.

Curiosa storia quella dei parcheggi scambiatori di “Italia 90”. Erano stati finanziati e costruiti con i soldi nostri come opere infrastrutturali direttamente connesse allo svolgimento del Mondiale di calcio e ai piani di mobilità dei Comuni. A Bologna l’obiettivo era migliorare l'accessibilità e la gestione del traffico in vista delle partite ospitate allo Stadio Dall'Ara. Erano poi entrati nel Piano sosta del Comune che mirava a favorire il parcheggio in periferia e incentivare l’uso del trasporto pubblico per entrare in città. In quel piano, se ricordo bene, c’erano anche i parcheggi più prossimi al centro - Piazza VIII Agosto, via Riva Reno, Staveco – oggi gestiti da società private che si fanno pagare la sosta a peso d’oro.

L’idea era buona: tu cittadino parcheggi fuori e io Comune in cambio non ti faccio pagare la sosta se usi il mezzo pubblico o la bici per arrivare in centro. Un modo per disincentivare il traffico privato e incentivare il trasporto pubblico in città offrendo una soluzione conveniente ai pendolari. Ma per funzionare doveva essere supportata da una rete intermodale di trasporto efficiente: servizio ferroviario metropolitano, tram, autobus (con corse cadenzate), navette per il centro, piste ciclabili, pedonalizzazione di ampie zone entro le mura del Mille.

Un sistema che, come sappiamo, è rimasta al palo per trent’anni. Il tram (quello progettato dallo svizzero Willi Husler e voluto dal sindaco Vitali e dall’assessore verde Donati) venne affondato assieme al primo cittadino dalla campagna dei comitati contro “il cordolo di via Saffi” (per fare spazio ai binari del tram) e dalla guerra tra bande scoppiata all’interno dei democratici di sinistra (ex Pci e Pds) che portò all’elezione di Giorgio Guazzaloca e alla prima clamorosa sconfitta della sinistra nella rossa Bologna.

Il servizio ferroviario metropolitano, che doveva garantire i collegamenti con i comuni della Cintura e con l’Aeroporto attraverso otto linee e corse ogni 15 minuti, non decollò mai. Tra l’altro venne cancellata la fermata Aeroporto (e rinominata Calderara-Bargellino) per affossare l’idea del collegamento ferroviario col Marconi - mancava meno di un chilometro di binari per avere un collegamento diretto con la stazione centrale di Bologna - a vantaggio del People Mover che l’allora assessore di Rifondazione comunista Zamboni chiamava “Avanti Popolo” e che i bolognesi, per irriderlo, chiamano invece “Brucomela”: perché è costato una montagna di soldi, funziona male, è spesso fermo per guasti e ha tariffe proibitive (12,80 euro per la corsa singola di solo andata).

E i famosi parcheggi scambiatori in periferia? Mai decollati. Mancavano i collegamenti. Tranne il Tanari, dove ogni 10-15 minuti passava una navetta, non c’era l’autobus che ti portasse direttamente e rapidamente in centro. Così il parcheggio di Michelino ha avuto per diversi anni un certo successo come parcheggio scambiatore non di auto e bus ma di coppie, prima di passare da pubblico a privato (ceduto alla Fiera, che ne ha fatto un multipiano carissimo e scarsamente utilizzato fuori dalle manifestazioni fieristiche). E quello del Giuriolo, all’uscita 6 della tangenziale, mai utilizzato per i Mondiali, poco e mal utilizzato dopo, è stato chiuso e nel suo spazio sta sorgendo la nuova sede dei laboratori di restauro, delle aule didattiche, degli spazi espositivi e dell’archivio della Cineteca di Bologna.

Poi potrei parlarvi anche della Metropolitana di Imbeni, del Civis di Guazzaloca e del Passante Nord, Passante Sud, Passante Centro, Passante di niente, ma diventerebbe un romanzo e anche piuttosto deprimente.

martedì 23 dicembre 2025

A Natale regala le Cucine Popolari. Al via la campagna "uno per cento" per donare almeno 5 euro al mese alla creatura laica e solidale di Roberto Morgantini

 

Le Cucine Popolari di Bologna sono probabilmente la migliore esperienza di solidarietà laica d’Italia. Nate dieci anni fa per iniziativa primaria di Roberto Morgantini, ossolano di origine e bolognese di adozione, ex sindacalista della Cgil, nominato nel 2019 da Mattarella “commendatore dell’ordine al merito della Repubblica” e considerato da tutti in città il “sindaco della solidarietà”.


A Bologna le Cucine sono quattro e ogni giorno, dal lunedì al venerdì, Natale, Capodanno, Ferragosto e altri festivi compresi, offrono un pasto gratuito e un po’ di calore umano a circa 600 persone in difficoltà (all’inizio erano soprattutto immigrati, persone senza fissa dimora, disoccupati, fragili; oggi tra gli ospiti ci sono anche tanti, italiani e stranieri, che un lavoro e una casa ce l’hanno ma non hanno redditi sufficienti per mettere assieme il pranzo con la cena). Tutta gente che per accedere alla tavola della solidarietà deve avere la residenza nel Quartiere dove si trova la Cucina ed essere in carico dai Servizi sociali.

La prima, in via del Battiferro alla Bolognina (Quartiere Navile), venne aperta nel luglio 2015 con i denari raccolti tra amici, sostenitori e conoscenti che avevano raccolto l’invito di Roberto di partecipare al suo “matrimonio di interesse” con Elvira Segreto, dopo trent’anni di convivenza, con una donazione in favore del suo progetto. Le altre sono sorte negli anni successivi in via Berti (al Saffi), a Villa Paradiso (al Savena) e in via del Lavoro (San Donato), quest’ultima gestita assieme all’Opera Marella. A Bologna l’obiettivo è di averne una in ciascuno dei sei Quartieri, ma nel frattempo altre Cucine analoghe con il logo che le contraddistingue (un tortellino), sono nate o sono in progetto in altre città della Regione e d’Italia.

Le Cucine Popolari non hanno finanziamenti pubblici, vivono di donazioni e del lavoro di circa 400 volontari (cuochi, magazzinieri, addetti alla distribuzione, nessuno retribuito). I pasti vengono preparati e distribuiti di giorno in giorno in base a ciò che è arrivato il giorno prima da vari fornitori (supermercati, catene alimentari e distributive, negozianti) o che è rimasto nelle vetrine o sulle tavole di altri donatori (aeroporto, fiera, ospedali, mense, catering, negozi) che così non viene buttato via e diventa anche lotta allo spreco.

Ma questa complessa macchina della solidarietà (raccolta dei beni, gestione dei trasporti e del magazzino, acquisto di ciò che manca, preparazione e distribuzione dei pasti) ha un costo. Ci vogliono mille euro al giorno per averla viva e in buona efficienza, 365mila euro l’anno per tenere in piedi tutta la baracca. La generosità che circonda le Cucine è grande, ma con le donazioni giorno per giorno c’è sempre il rischio che possa venire a mancare quello che serve per aprire regolarmente, distribuire un pasto e mettere a tavola i poveri vecchi e nuovi.

Così i responsabili di Civibo, l’Associazione di volontariato che dirige e gestisce le Cucine Popolari (presidente Giovanni Melli, vice presidenti Paola Marani e Roberto Morgantini, che è il volto e l’anima del progetto e delle iniziative rivolte alla cittadinanza, oltre che infaticabile tessitore di reti, relazioni e raccolta fondi) hanno deciso di lanciare una campagna per fidelizzare donatori e amici e rendere così più strutturale la rete di sostegno economico.

La campagna si chiama “uno per cento” e sta a significare che se anche un solo bolognese su cento diventasse sostenitore fisso delle Cucine Popolari, con un contributo minimo di cinque euro al mese, il futuro sarebbe assicurato. La donazione mensile (naturalmente si può versare anche più del minimo di cinque euro) la si può fare con addebito unico o trimestrale dal vostro conto corrente ed è detraibile dalla denuncia dei redditi. Il modulo per l’adesione lo potete scaricare da questo link https://www.cucinepopolari.org/donazioni/, poi lo dovete compilare e inviare via email a donazioni@civibo.it oppure consegnarlo a una delle cucine.


Mi sembra una bella iniziativa, no? E anche un’idea originale per il regalo di Natale da mettere sotto l’albero di amici e parenti. Io ho aderito e invito anche voi a farlo. Bisognerà pur salvaguardare quel patrimonio dell’umanità che sono le Cucine Popolari di Bologna e il nostro Morgan!

sabato 6 dicembre 2025

Ora che l'Amico Americano non c'è più e l'Ucraina è persa, che farà l'Europa?


E ora che si fa? Come pensa di uscirne l’Europa? E l’Italia della Meloni divisa tra il sostegno “fino alla fine” alll’Ucraina, l’appoggio di Giorgia al neo-camerata Trump e le magliette pro-Putin di Salvini? Un bel casino, direi. Dove non si sa più bene chi è il nemico, e nemmeno l’amico. E chi siamo noi. Per quattro anni abbiamo mandato quintalate di soldi e armi a Kiev per difendere giustamente l'aggredito ma soprattutto per volere di Biden nella guerra per procura tra Usa e Russia. Ci siamo appecorati all’Amico Americano rinunciando ad avere un ruolo autonomo come Unione europea, a qualsiasi serio tentativo di mediazione e soluzione politica del conflitto. Abbiamo fatto di Zelensky il campione della democrazia e del mondo libero e varato un piano da ottocento miliardi di euro per armarci contro l’Orso Russo che starebbe per invaderci. Convinti che si potesse anche vincere contro Mosca, prima potenza nucleare.

Poi l’Amico Americano è diventato Trump e la realtà si è capovolta. Ha cominciato a flertare con Putin. Tra imperatori o aspiranti tali ci si intende. Tappeti rossi e vigorose strette di mano. Un accordo di “pace imperiale” sbattuto in faccia a chi vorrebbe una "pace giusta”. “Tu, Vlad, ti prendi Crimea e Donbas, io la Groenlandia e il Canada”. “Va bene Donald, ma toglimi Zelensky e i Volenterosi dalle balle, e la Nato dalle porte di casa”. “Ok, ma in Medio Oriente e in America Latina lasci fare a me”. Potere, zone di influenza e affari. Poi Trump che dice a Zelensky, a Von der Leyen, alla Ue, a Macrom, Starmer, Merz: “Avete aspettative irrealistiche sulla guerra in Ucraina. Non avete le carte. Un’ ampia maggioranza in Europa vuole la pace, ma voi questo desiderio non lo traducete in politica perché siete arroccati in governi instabili di minoranza”.

Un colpo tremendo all’Unione Europea e ai leader dei principali paesi europei, ad eccezione di Orban e Meloni. Il primo perché fa da ufficiale di collegamento tra Trump e Putin, la seconda perché è della stessa pasta del “Mondo Maga” e finora l’unica post-fascista capo di governo di un paese fondatore della Ue. Entrambi comunque nazionalisti euroscettici. E, come si sa, cane non mangia cane. 

Insomma, lo scenario che non ti aspettavi. Da un lato c'è lui, The Donald, il più svalvolato e megalomane dei presidenti americani, "il grande pacificatore" che dopo aver messo fine a otto guerre (così sostiene) ha fatto carte false per avere il Nobel per la pace ma si è dovuto accontentare della medaglia sostitutiva che ieri gli ha messo al collo il capo del calcio mondiale, lo svizzero con cittadinanza italiana Gianni Infantino, presidente della Fifa e altro grande amico dei dittatori. Dall'altro c'è la nuova strategia Usa enunciata nel documento “National security strategy” che vede l’Europa e in particolare l'Unione europea non più come alleato ma come entità avversa, sfruttaterice dell'America e  nemica delle libertà e del popolo, considera l'Alleanza atlantica (Nato) ormai un peso e l'immigrazione come il male assoluto da combattere.

Gli States che per ottant’anni sono stati la guida dell’Occidente capitalistico e della democrazia, i gendarmi del mondo libero e l’ombrello sotto cui si è riparata l’Europa, ora ci vogliono abbandonare. Predicano la pace ma vogliono un altro ordine mondiale fondato sulla potenza (la loro) e sul nazionalismo che da sempre è padre di tutte le guerre. Sono gli Stati Uniti ma lavorano per gli Stati Nazione, in cui ognuno pone i propri interessi al di sopra delle unioni, degli organismi e dei trattati sovrannazionali, che – dicono – “hanno ormai fatto il loro tempo”.

L’imperatore Trump immagina questo Nuovo Ordine in blocchi egemoni che si affrontano per mediare in modo transazionale i propri interessi di potere e denaro, con buona pace del multilateralismo. In altre parole, vuole spartirsi il mondo in zone di influenza, in accordo diretto con gli altri suoi simili (Putin, Xi Jinping, Erdogan), con i quali medita di fare molti affari. E il vicepresidente Vance, il predicatore messianico, questro Nuovo Mondo lo immagina con nazioni sovrane costruite su basi identitarie, religiose, perfino etniche, (con la difesa della razza fino a ieri confinata negli angoli più oscuri della storia che diventa politica ufficiale degli Usa), naturalmente depurato dall’immigrazione “irregolare”.

Entrambi, e come loro Elon Musk, lo vogliono fare, questo mondo dei ricchi e potenti, sostenendo sfacciatamente in Europa "i partiti patriottici" e i loro leader, a cominciare da quelli dell'estrema destra sovranista, identitaria, post-fascista e anche neo-nazista (il partito della Meloni in Italia, il Rassemblement national di Le Pen e Bardella in Francia, l’Afd in Germania, Reforme Uk di Farage in Inghilterra, Diritto e Giustizia in Polonia, Fidesz di Orban in Ungheria). In questo contesto l’Unione Europea, per la Nuova America, è la nemica della sovranità delle Nazioni e la “promotrice attraverso sconsiderate politiche migratorie, di una cancellazione della civiltà occidentale”. Una visione che definire neo-imperialista e suprematista è riduttivo. Ma anche una ingerenza geopolitica incredibile. Una cosa mai vista prima. Solo la Meloni, in questa situazione, riesce a "non vedere incrinature tra Usa e Ue”.

Come ne uscirà l’Europa, ci chiedevamo? E come pensano di affrontare questo nuovo scenario le forze politiche che in Europa si richiamano alla sinistra? Continuando a puntare sul riarmo e sull’economia di guerra? E contro chi? Contro l’Orso Russo o anche contro l’Amico Americano diventato nemico, forse perfino più insidioso di Putin? Io credo che sarebbe folle insistere su quella strada. Più che le armi, le posture muscolari, il ritorno alla naja, credo che servirebbe un pensiero. Un nuovo pensiero politico europeo. Il coraggio di rilanciare il sogno degli Stati Uniti d’Europa. Difficile da trovare nell’Europa pervasa dai nazionalismi, che vira verso le democrature se non verso nuovi regimi autoritari. 

Ma almeno la sinistra ci potrebbe provare. Partendo semmai (può sembrare paradossale ma non lo è affatto) dal documento più di sinistra che io oggi vedo sul mercato: la nota pastorale diffusa ieri dalla Conferenza episcopale italiana, “Educare a una pace disarmata e disarmante”. Ci sono molti concetti e spunti interessanti, proposte di buon senso, condivisibili. Qualche titolo: la pace e il disarmo obiettivi strategici, no al piano Von der Leyen e alla logica della forza che produce solo altra forza contrapposta, no a nuove escalation della tecnologia militare e nucleare, necessità di formare le coscienze per uscire dalla logica della guerra, distinguere tra difesa europea e riarmo, costituzione di una agenzia unica per il controllo dell'industria militare e del commercio di armi, rinforzo della legge 185 del 1990 contro il traffico di armamenti, boicottaggio delle entità finanziarie che investono in war bond, basta stellette per i cappellani militari, servizio civile obbligatorio. Al tempo stesso rilancio dell'Unione Europea, delle politiche sociali, contrasto alle diseguaglianze, alla crisi climatica, contrasto a tutte le discriminazioni all'ntisemitismo e all'islamofobia, alla disinformazione, sì invece alle politiche di inclusione, integrazione, solidarietà e cooperazione internazionale I capi della nostra sinistra potrebbero cominciare da lì. O candidare il Matteo buono, il presidente della Cei e cardinale di Bologna Matteo Zuppi, a capo dell'opposizione. 

giovedì 30 ottobre 2025

Italiani sempre più poveri ma il governo guarda altrove. E se invece di parlare di riarmo, ponte dello Stretto e separazione delle carriere si occupasse dei salari?

 

Tra le grandi questioni che angosciano i cittadini del mondo in questi anni bui - le guerre, i disastri causati dai cambiamenti climatici, la povertà e le diseguaglianze crescenti, la paura del futuro – ce n’è una che è peculiarmente italiana nel contesto europeo: quella dei salari. Troppo bassi, sempre più bassi, per molti ormai insufficienti a vivere decorosamente, tanto da costringere quote crescenti di famiglie non solo dei lavori più poveri ma anche del fu ceto medio, a rinunciare a beni, servizi e attività considerati indispensabili per avere una vita dignitosa: l’accessibilità alla casa, all’istruzione e alle cure, la possibilità di fare viaggi, di andare a un concerto, a teatro o al cinema, di iscrivere i figli a una attività sportiva o ricreativa. Solamente il rito dell’aperitivo e del mangiare fuori sembra strenuamente resistere.

Una situazione di crisi e depressione crescente in cui lo scopo principale della società sembra diventato quello di far soldi: dall’industria che al supermercato fa arrivare confezioni con il 20% di prodotto in meno allo stesso prezzo di prima, al proprietario immobiliare che ti affitta un sottoscala a mille euro al mese; dallo specialista che ti chiede un rene per una visita o un intervento, all’elettricista o all’idraulico che spara cifre da capogiro per cambiare una presa o un rubinetto, a meno che non lo paghi in nero; fino al dehor del centro che ti fa pagare venti euro un tagliere coi i salumi della coop e 8-10 euro un calice di vino o uno spritz. Ovunque ti giri trovi gente che cerca di cavare sangue dalle rape, e le rape siamo noi, cittadini e consumatori.

Eppure, in questo scenario triste. gran parte della politica, il nostro governo, parla d’altro: di riarmo, di separazione delle carriere dei magistrati, del ponte sullo Stretto. E quando parla d’economia, lo fa per dire che va tutto bene madama la marchesa: il Pil, lo spread, l’occupazione, i conti. Ma dove vivono? Che Paese raccontano, questi?

L’ultimo aggiornamento sui salari è di ieri e l’ha fornito l’Istat. Nel terzo trimestre del 2025 i salari reali degli italiani sono diminuiti dell’8,8% rispetto al gennaio 2021. Le retribuzioni aumentano nominalmente ma non tengono il passo dell’inflazione e del caro vita, così il potere d’acquisto continua a calare. L’Italia si conferma pecora nera in Europa. Il nostro stipendio medio lordo mensile, secondo Ocse e Eurostat, nel 2023 era di circa 2.729 euro, contro una media europea di 3.155 euro. I lavoratori italiani guadagnavano dunque, in media, 429 euro in meno al mese rispetto a un lavoratore europeo, pari a oltre 5.000 euro all’anno. E dal 2023 a oggi il divario si è ulteriormente allargatro. Le ragioni di questo divario sono molte, a cominciare dallo scandaloso ritardo con cui vengono solitamente rinnovati i contratti collettivi di lavoro. Con il governo Meloni, il ritardo dei rinnovi è aumentato in media da 18,3 a 27,9 mesi. Il contratto dei dipendenti pubblici del triennio 2019-2021, per dire, è stato rinnovato solo a dicembre 2022 e i soldi in busta paga sono arrivati quattro anni dopo l’inizio del periodo che avrebbe dovuto coprire. E anche il contratto in vigore, scaduto nel 2024, non è stato ancora rinnovato e nemmeno il nuovo è alle viste. Nel privato va ancora peggio, ci sono contratti scaduti da sei-sette anni e anche più non ancora rinnovati. Ritardi che, come capisce anche un bambino, contribuiscono a far perdere valore reale alle retribuzioni, ai soldi che abbiamo in tasca.


Salari e stipendi dovrebbero garantisce al lavoratore la copertura dei bisogni primari e lasciare un minimo di margine per gli imprevisti e le spese extra. In Italia per una larga fascia di lavoro dipendente da tempo non è più così. Negli ultimi trent'anni le retribuzioni reali nel nostro paese invece di crescere sono calate. La diminuzione del nostro potere d'acquisto si è accentuata a partire dal 2008, e ha avuto un ulteriore peggioramento soprattutto nel biennio 2022-2023 a causa dell'inflazione. Questo senza considerare il reddito dei milioni di persone che hanno un lavoro sottopagato e in particolare quello degli immigrati, che guadagnano in media il 26,3% in meno dei lavoratori italiani.

Andando a ritroso, sempre secondo l’Ocse, le retribuzioni medie degli italiani rispetto al 1990, in termini reali, sono rimaste sostanzialmente ferme (+ 0,36%). A differenza del resto d’Europa dove le retribuzioni medie sono state quasi ovunque in costante crescita, come si può vedere dal grafico d'apertura. Nei paesi baltici salari e stipendi sono addirittura triplicati negli ultimi 25 anni, e in diversi paesi dell’Europa centrale sono raddoppiati. In Francia e Germania sono cresciuti più della media Ocse, che è del 33%; in Svezia del 72%, in Irlanda dell’82%. Nella “povera” Spagna il salario minimo è cresciuto del 61% tra il 2018 e oggi, passando da 735 a 1.184 euro, mentre quello medio è aumentato del 4% negli ultimi due anni. In Italia invece siamo rimasti al palo, il governo ha bocciato il salario minimo proposto dall'opposizione, intanto proliferano i contratti a termine, il lavoro precario e sottopagato, lo Stato e gli Industriali non rinnovano i contratti, così un operaio o un impiegato guadagna mediamente dai quattro ai cinquemila euro in meno all’anno rispetto a quelli degli altri paesi europei più sviluppati.

L’ultimo "Dataroom" di Milena Gabanelli ha fatto qualche esempio concreto sulla perdita di valore dal 2019 a oggi di salari e stipendi. Un bidello con oltre 35 anni di carriera sei anni fa guadagnava 1.918 euro lordi al mese, con il rinnovo del contratto triennale 2019-2021 è arrivato a 2.013 euro e nel 2024 a 2.094 euro, con un aumento lordo complessivo del 9,17%. Ma nello stesso periodo l’inflazione è stata del 20,6%, e quindi ha perso più del 10% in valore reale. Per mantenere invariato il potere d’acquisto del reddito netto avrebbe dovuto guadagnare 3.269 euro in più all’anno. Le misure fiscali decise dai governi hanno ridotto parzialmente il danno di 1.194 euro, tra taglio del cuneo e revisione delle aliquote Irpef. La perdita definitiva dal 2019 a oggi è quindi di 1.756 euro l’anno.
Un prof di scuola superiore con 28-34 anni di carriera partiva nel 2019 da 2.885 euro lordi mensili, è salita a 3.029 euro nel 2021 e a 3.144 nel 2024. L’aumento lordo è stato dell’8,98%, la perdita di potere d’acquisto di 3.754 euro annui. Con i benefici fiscali già descritti la perdita di potere d'acquisto a oggi è di 2.307 euro l’anno.

Un commesso di IV livello parte nel 2019 da 1.584 euro lordi al mese e sale a 1.802 nel novembre 2025, con un aumento del 13,77%. Con l’inflazione al 20,6% il suo potere d’acquisto si è ridotto di 2.458 euro l’anno, danno sceso poi a 993 euro l'anno con il taglio del cuneo e la riduzione Irpef.
Un responsabile vendite (quadro) che nel 2019 guadagnava 2.620 euro lordi mensili, a novembre 2025 raggiunge i 2.933 euro, con un aumento dell’11,94%, ma l’inflazione gliene mangia 3.129, che con le misure governative scendono a 1.683 euro l’anno.

In tutti i casi singoli analizzati, dunque, i salari reali si sono ridotti perché i datori di lavoro, pubblici e privati, non adeguano le retribuzioni al ritmo dell’inflazione, i rinnovi contrattuali arrivano con anni di ritardo e gli aumenti non riescono a compensare la crescita dei prezzi. "Il potere d’acquisto - ci dice il Dataroom - non si salvaguarda con la riduzione delle tasse ma con il rinnovo dei contratti di lavoro e gli aumenti salariali". Ma nessuno al governo sembra preoccuparsi di questo. Loro fanno i sovranisti, nell'interesse della Nazione ma col culo degli altri.

domenica 25 maggio 2025

Corsa Rosa, lo scoop postumo dell'ex organizzatore Giovanni Michelotti: "Quella volta che aiutai Gimondi a vincere il Giro"

Oggi, domenica 25 maggio 2025, sul Corriere della Sera c’è un’intervista molto bella di Aldo Cazzullo e Marco Bonarrigo a Eddy Mercks, nella quale il “cannibale” del ciclismo ricorda tra l’altro la rivalità ma anche l’amicizia con Felice Gimondi, le sue sfide epiche con i campioni di allora e il suo amore per l’Italia https://www.corriere.it/cronache/25_maggio_25/eddy-merckx-intervista-c6a9d76a-ef1f-49d2-92d9-e706f7663xlk.shtml?refresh_ce. Così mi è tornato in mente un inedito di quel periodo che anni fa mi svelò l’ex “deus ex machina” della Corsa Rosa, Giovanni Michelotti, per un quarto di secolo vice del direttore Vincenzo Torriani. L’avevo già pubblicato nel 2015, ma mi sembra ancora interessante. Uno scoop mai smentito, a Giro in corso.

L'arrivo vittorioso di Felice Gimondi alle Tre Cime di Lavaredo

“Adesso le racconto una storia che non ho mai raccontato a nessuno. Ma mi deve promettere di non scriverla finché io sono in vita, perché non voglio che il protagonista ne sia danneggiato”. Era la primavera 2012 quando Giovanni Michelotti, per un quarto di secolo vice di Vincenzo Torriani e “deus ex machina” del Giro d’Italia, mi raccontò questa storia e mi fece fare questa promessa. Giovanni se n’è andato nell’ottobre del 2014, e Felice Gimondi, il campione protagonista del racconto, ci ha lasciati il 16 agosto 2019. Quel segreto, che è un pezzo di storia del nostro ciclismo, si può dunque svelare.


Ero andato a trovare Michelotti a casa sua, a San Marino, per raccogliere materiale e testimonianze sul libro a cui stavo lavorando, “Gli intrighi di una Repubblica”, ambientato nel primo dopoguerra proprio sul Titano, quando quel piccolissimo Stato, poi diventato paradiso fiscale e simbolo del capitalistico più sfrenato, fu per dodici anni l’enclave del comunismo in Occidente. E per abbattere il governo socialcomunista che anche dopo la sconfitta del fronte popolare del 1948 continuava a vincere tutte le elezioni, fu addirittura organizzato dalla Cia e dal governo italiano un colpo di Stato. Michelotti aveva avuto un ruolo in quella storia. Da imprenditore e democristiano emigrato in America aveva ricevuto dalla Dc l’incarico di organizzare un volo charter per il rimpatrio dei sammarinesi finalizzato a vincere le elezioni del 1955. Da grande organizzatore qual era lo fece, portò un centinaio di sammarinesi degli States a votare sul Monte, ma anche quella volta vinsero i socialcomunisti e dopo nessuno voleva più pagare agli emigrati il viaggio di ritorno.

Nel ricordare i fatti di quella incredibile storia che tanto ricorda la saga di Peppone e Don Camillo, tra aneddoti e risate, Giovanni si era sciolto e aveva deciso di raccontarmi anche un episodio inedito del Giro d’Italia del 1967, il primo dei tre vinti da Felice Gimondi. È l’8 giugno 1967 e il campione da battere è il francese Jacques Anquetil, all’epoca trentatreenne e ormai a fine carriera. Gli emergenti sono Gimondi, 25 anni, e il ventenne fiammingo Eddy Merckx. E’ la 19esima delle 24 tappe previste e la maglia rosa è sulle spalle di Silvano Schiavon, discreto scalatore ma solo un comprimario del Giro. Si parte da Udine e si arriva alle Tre Cime di Lavaredo: tappa durissima con arrivo inedito, al termine di una salita molto impegnativa. La strada che conduce ai 2.320 metri del rifugio Auronzo è stretta, ripida e sterrata. Per di più quel giorno sulle Tre Cime nevica.

“I corridori faticavano a stare in equilibrio – racconta Michelotti - le migliaia di appassionati che si erano radunati lungo gli ultimi chilometri di quella salita si erano sentiti in dovere di spingerli più del solito, anche per evitare che scivolassero sul fondo fangoso e innevato. Quel giorno, d’accordo con prefetto di Belluno, avevo schierato un migliaio di alpini sul percorso. Stavano lì dalle 7 del mattino, per scaldarsi bevevano grappa, al pomeriggio erano quasi tutti ubriachi, anche loro si misero a spingere i ciclisti, se li buttavano da uno all’altro divertendosi come matti: un macello”.

Tutti gli atleti, chi più chi meno, beneficiano delle spinte. Tranne uno, il ventiduenne Vladimiro Panizza, scalatore puro, al suo primo anno da professionista che in quella bufera tenta la fuga per la sua prima vittoria, ma viene ripreso e superato a pochi chilometri dall’arrivo dai campioni in lotta per il primato. Al traguardo Gimondi precede Mercks e Motta, stacca il favorito Anquetil e si prende la maglia rosa. Panizza arriva stremato e in lacrime.

“Ma il mio amico e compagno di tante avventure, Sergio Zavoli, il mitico cronista Rai al Giro, sempre alla ricerca di argomenti di rilievo per il ‘Processo alla tappa’ che teneva incollati al teleschermo milioni di spettatori, trasformò le spinte ai campioni e le lacrime di Panizza nel caso del giorno, fino a convincere Torriani ad annullare la tappa. Io lo seppi quando la notizia dell’annullamento era già diventata ufficiale e ne fui molto contrariato. È vero, c’erano state spinte, ma non mi pareva giusto vanificare il gesto atletico di un corridore come Gimondi. E men che meno mi andava giù che quella decisione finisse per penalizzare l’italiano e premiare il francese”.

Gimondi è infuriato e minaccia di ritirarsi. “Dipendesse da me, domani non si parte; se mi obbligano farò il turista”, dichiara. La sua squadra, la Salvarani, lo convince a ripartire. Il giorno dopo, nella tappa da Cortina a Trento vinta da Adorni, la maglia rosa passa ad Anquetil. La tappa successiva, da Trento a Tirano, comprende altre due salite impegnative: il Tonale e l’Aprica. Michelotti, che ancora non ha digerito la decisione di due giorni prima, aspetta l’occasione buona per rendere giustizia a Gimondi. E l’occasione si presenta in quella terzultima tappa. Il campione bergamasco va subito all’attacco e stacca Anquetil sul Tonale. Nella discesa, però, il francese rientra. In fondo, a Ponte di Legno, c’è il rifornimento. Gimondi lo salta e riparte all’attacco, distanziando di qualche decina di metri il suo avversario.

“Quando vedo Felice allungare in fondo alla discesa del Tonale – racconta Michelotti – mando due motociclisti a fare blocco dietro, con l’ordine tassativo di non fare passare nessuno, nemmeno la macchina della Rai con Zavoli e la telecamera. Poi con l’ammiraglia affianco Gimondi nel gruppetto di testa e gli dico ‘dai che andiamo’. Lui è uno sveglio, capisce al volo e si mette in scia. Poi dico al mio fedele autista, Isidoro, il più bravo del Giro, l’unico che conosce le mie intenzioni: dai, accelera, se riusciamo mi vendico delle Tre Cime. L’abbiamo portato via così, Felice. Nel tratto in discesa fino agli 80-90 all’ora, sul piano a 50-55. Poi sulle rampe dell’Aprica lui ha fatto il resto, è arrivato al traguardo con più di quattro minuti di vantaggio, si è ripreso la maglia rosa e ha vinto il Giro. Io sono stato l’unico testimone di quel suo straordinario volo fino a Tirano. Nessuno ha potuto documentare l’aiutino. Nemmeno Zavoli riuscì a scoprirlo. Nel dopo tappa e nei giorni successivi si vociferava. Anche Sergio raccontò che qualcosa di strano era accaduto, ma se lo immaginò soltanto perché le immagini non le aveva. A distanza di anni, Raphael Geminiani, direttore sportivo di Anquetil, mi venne ad accusare apertamente di avere favorito Gimondi ai danni del suo corridore. Ma’Gem’ era un personaggio pittoresco, un gran chiacchierone, soprattutto dopo aver bevuto qualche bicchiere. Avevamo le stesse origini romagnole, era un amico, la protesta finì con un’altra bevuta e una pacca sulle spalle. Non l’ho mai confessato a nessuno quel che ho combinato quel giorno, e nemmeno Gimondi l’ha fatto. È stato l’unico gesto antisportivo della mia lunga carriera. Ma era sacrosanto, un atto di giusta riparazione a un campione che stava strameritando la sua prima vittoria al Giro”. Al traguardo finale di Milano Gimondi vince la Corsa Rosa con 3’36 su Franco Balmamion e 3’45 sul francese.

Dopo la morte di Michelotti, prima di pubblicare questa inedita pagina dell’epopea del Giro, chiamai Gimondi, il campione che è stato tra i pochi al mondo a vincere tutte e tre le grandi corse a tappe (Giro, Tour e Vuelta), vincitore del campionato del mondo nel 1973 e di numerose classiche, nonostante la concorrenza in quegli anni del “cannibale”, Eddy Mercks. Felice ricordava benissimo quei giorni al Giro e quella tappa. E non smentì la ricostruzione di Michelotti, un uomo che ricordava con grande affetto e stima: “Era un grande, un organizzatore nato – mi disse - un duro che sapeva ascoltare i corridori e imporre le regole giuste in corsa. Le faccio solo un esempio delle sue capacità. In una ricognizione lungo un percorso trovammo delle gallerie non illuminate, molto pericolose. Andammo dalla direzione corsa a lamentarci. Il giorno dopo, in corsa, Michelotti aveva schierato in quelle gallerie i motociclisti con i fari accesi per illuminarle e renderle sicure”.

Sulla tappa delle Tre Cime, mi disse: “Sì, ci furono molte spinte. Qualche manata l’avevo presa anch’io, ma fui tra i più puliti. Per questo mi arrabbiai così tanto”. E di quella che lo vide trionfatore a Tirano, raccontò: “Quel giorno ero deciso a riprendermi la maglia. Partii una prima volta sui tornanti del Tonale, dove riuscii a staccare Anquetil. Poi, nella discesa verso Ponte di Legno, Jacques stava per rientrare. In fondo c’era il rifornimento. Io lo saltai e questo fece la differenza. Ripresi un po’ di vantaggio, continuai ad attaccare, lo staccai di nuovo. Forse sfruttando anche qualche scia. Capita a tutti i corridori di farlo. Ma dopo la discesa e il piano c’era l’Aprica. E lì non contano le scie, non c’è aiutino che conti: ci vogliono le gambe. Il mio successo l’ho costruito su quelle rampe. E al traguardo sono arrivato con più di 4 minuti di vantaggio su Anquetil”.
Così andarono le cose. Vinse il migliore. Con la manina invisibile e amica di Giovanni Michelotti, il duro ma giusto degli anni d’oro del nostro ciclismo.

giovedì 6 marzo 2025

Trump, Putin, l'Ucraina e l'Europa senza più leader che sa solo pensare alla guerra

Abituati da ottant’anni a garantire fedeltà politica agli Usa in cambio della protezione Nato che ci assicurava sicurezza e pace, abbiamo seguito pedissequamente la linea Biden nella guerra per procura in Ucraina tra le due superpotenze nucleari. Abbiamo mandato quintalate di armi e soldi all’aggredito, prima con la motivazione sacrosanta che bisognava aiutare l’aggredito a difendersi dall’aggressore, poi, via via, arrivando a sostenere che l’obiettivo era sostenere Kiev fino alla caduta di Putin e alla “vittoria finale” contro Mosca. Abbiamo fatto di Zelensky, che ha messo al bando undici partiti di opposizione, soppresso la libertà di stampa e fatto approvare dal Parlamento una legge che vieta qualsiasi ipotesi di trattativa e mediazione con la Russia, il campione della democrazia e dei valori del Mondo Libero. Senza riuscire a mettere in campo, in questi tre anni di guerra, una sola vera iniziativa diplomatica per provare a far tacere le armi, trovare una soluzione politica al conflitto e riportare la pace in Europa.

Poi è arrivato il ciclone Trump ed è cambiato tutto. Alla Casa Bianca si è insediato un clan di esaltati e super miliardari che pensa di comprarsi Panama e la Groenlandia (trattative già in corso), annettersi il Canada come 51esimo stato a stelle e strisce, alzare un muro invalicabile col Messico, deportare due milioni di palestinesi per fare di Gaza la riviera dei ricchi, colonizzare Marte e nel frattempo impiantarci nel cervello un microchips per poter competere con l’intelligenza artificiale, dopo aver fatto un bel po’ di pulizia di immigrati, omosessuali, poveracci, minoranze e tutto ciò che è woke. Oligarchi in missione per conto di Dio, affaristi senza scrupoli che si sentono legittimati a comandare in nome del popolo bue che li ha votati, imperialisti che pensano di potersi spartire e dominare il mondo a loro piacimento, e che in quanto tali trattano solo con i loro pari, potenti o dittatori che siano, non con chi non ha le carte, i soldi o la forza politica, tecnologica e militare per abitare il Mondo di Sopra. Così, dal giorno alla notte, la Russia non è più il nemico, con Putin si possono fare buoni affari, così come con Netanyahu in Israele, con il principe bin Salman in Arabia Saudita, perfino con l’ex terrorista islamico al Jolani che ha preso il potere in Siria. Che sarà mai se Putin si riprende un po’ di quel che era suo, o se Netanyahu si prende Gaza, la Cisgiordania, un pezzo di Libano e di Siria per fare il grande stato di Israele dal fiume al mare come diceva la Bibbia? Non c’è più nessun Soldato Zelensky da salvare, e chissenefrega di quegli straccioni degli ucraini e dei palestinesi. In quanto all’Europa, la Guerra Fredda è finita, Trump e Putin sono pappa e ciccia, il “grande nemico” non è più la Russia ma la Cina. Gli europei la pensano diversamente, temono l’Orso Russo? Fatti loro. Gli Stati Uniti ora pensano ai propri interessi, America first, non offrono più protezione a chi non ha nemmeno finito di saldare le rate del mutuo della Seconda guerra mondiale e ha fatto l’Ue per fregare l’America sull’economia. Se vogliono la Nato se la devono pagare, e se vogliono continuare a fare affari con noi devono pagare dazio.


Bel quadretto, eh! Fatto sta che questa sorta di tardo imperialismo, o colonialismo di ritorno, ha demolito in un amen tutte le certezze dell’Europa e mandato in confusione tutti i leader degli “stati guida”. Oddio, l’Amico Americano non c’è più, l’Asse Transatlantico si sta dissolvendo, la battaglia tra il bene e il male non si sa più da che parte sta, e mo’ che si fa? Panico nell’Unione europea. L’Ucraina da frontiera della democrazia e della libertà sta diventando merce di scambio tra Usa e Russia, Zelensky e con lui l’Europa gli ostacoli alla trattativa di pace, coloro che si oppongono al cessate il fuoco e alla fine della guerra finché non ci sarà “una pace giusta”, che però nessuno sa spiegare qual è, dal momento che appare fuori dalla realtà che Kiev possa riprendersi la Crimea e il Donbass, o entrare nella Nato. Così se ne vedono e se ne sentono di tutti i colori. Il premier laburista Starmer che guida la reazione della Unione europea di cui l’Inghilterra non fa più parte, che pare rinvigorito e a suo agio nel nuovo scenario imperiale. Quello francese Macron, anatra zoppa della politica nel suo paese ma che si crede De Gaulle, offre generosamente agli europei la protezione della propria deterrenza nucleare, con i quali però è disposto a condividere solo i costi, non a mollare la valigetta. Entrambi, Starmer e Macron, che vorrebbero mandare le truppe sul confine ucraino, così, tanto per aumentare il casino e i rischi di Terza guerra mondiale. La presidente della Commissione europea, la baronessa Von der Leyen, che se ne esce con la proposta folle di un piano di riarmo europeo (si chiama proprio così, Rearm Europe) da 800 miliardi di euro l’anno, fuori dal patto di stabilità, destinato a impoverirci tutti, come se domani dovessimo entrare in guerra con la Russia. E proprio mentre la Russia si sta mettendo d’accordo con l’America. Con la Polonia e i Paesi Baltici che, se fosse per loro, marcerebbero già su Mosca guidati da Zelensky, e con la Germania del nuovo cancelliere Merz e della Grosse Koalition tra Cdu e Spd che vara un mega piano di riarmo da 200 miliardi di euro. Tutti armati fino ai denti, ma per difenderci da chi? Da Putin o da Trump? O da noi stessi europei? Dai nostri nazionalismi? Dalle destre estreme che governano in undici dei ventisette stati dell’Unione che, sotto sotto, tifano per Trump o stanno con Putin? Dalla Germania che riarma e torna a far paura? Dall’Inghilterra che vuol tornare imperiale? Dalla Francia che rispolvera la grandeur? In questo momento drammatico io spero che tra questa delirante classe dirigente europea ci sia qualcuno che rinsavisce, che capisca che non si può garantire la sicurezza con le armi in un’Europa dove già ci sono tre potenze che hanno migliaia di atomiche, che la strada giusta per la pace non è quella della forza ma quella del dialogo, dell’amicizia, della cooperazione internazionale. E spero che l’Italia si tiri fuori da questa follia.