Gianni e Paolo hanno da poco compiuto i diciotto anni quando ricevono la cartolina precetto che li chiama alle armi con l’esercito di Salò. Ne parlano tra loro. Devono decidere se andare a combattere con i fascisti, disertare e darsi alla macchia o andare con i partigiani. Conoscono la sopraffazione e i disastri del regime, non sono digiuni di politica, respirano l’antifascismo di casa. Fanno la loro scelta, in solitaria.
Imelde, classe 1923, sorella maggiore di Gianni, lo ricorda ancora quel giorno. “Una sera se ne andarono di casa senza dire niente a nessuno. A loro si aggregò anche Mario Pirini, loro coetaneo e nostro vicino di casa. Per una settimana rimasero nascosti in un casolare della zona che fungeva da base partigiana, poi tornarono a casa, ma solo per rifornirsi di viveri, cambiare vestiti e ripartire, tra la nostra costernazione. È stata l’ultima volta che li abbiamo visti”.
Quando scoppia la guerra la famiglia Tassoni è composta da tredici persone. Il capostipite Pietro e Virginia Matteuzzi, sposata in seconde nozze; il figlio Agostino con la moglie Stella e le figlie Lidia e Antonietta; l’altro figlio di primo letto Luigi (Gigiatt) con la moglie Gaetana (Mercede) e quattro figli: Imelde, Angelo (Nino), Giuseppe (Peppino), Giovanni (Gianni) più il cugino Paolo. Dopo l’8 settembre le Pioppe diventano un porto di mare che dà riparo a tutti: sfollati, partigiani e dall’autunno del 1944 anche tedeschi.
“Ce n’erano dei buoni e dei cattivi – ricorda Imelde - una sera uno di loro, ubriaco, cercò di insidiare noi ragazze, ci salvammo scappando dalla finestra. Poi ci requisirono la casa e fummo costretti a dormire nella stalla”. Se i muri potessero parlare, quelli delle Pioppe ne avrebbero da raccontare. Anche quando tutto quel via vai di amici, nemici, sofferenza, dolore e speranze sembrava finalmente finito. Alla vigilia della liberazione l’abitazione principale fu colpita da un colpo di artiglieria sparato non si sa da chi. “Il proiettile entrò da una finestra, trapassò il muro della cucina e si andò a conficcare nell’armadio della camera da letto della nonna. Per nostra fortuna non scoppiò. Avrebbe fatto una strage”.
Mezz’ora prima i nazifascisti hanno fatto uscire dai capannoni tutti i civili rastrellati. Vogliono farli assistere all’esecuzione. Tra loro c’è anche Cesarino Rizzoli, il testimone oculare della strage del Mazzacavallo. “Ci tirarono fuori verso le 16 dai cameroni dove ci avevano tenuti tutto il tempo rinchiusi senza né acqua né cibo. Poco dopo arrivarono con i condannati. Alcuni li dovettero portare a braccia perché non erano in grado di camminare per le torture subite. Riconobbi Collina, Negrini e uno dei Tassoni. Li allinearono lungo il muro che stava di fronte a noi”.
Gli otto condannati vengono messi al muro. Un ufficiale tedesco che parla italiano dice al pubblico dei rastrellati che verranno fucilati con onore, al petto e non alla schiena perché catturati con le armi in mano. Subito dopo il comandante del plotone di esecuzione dà l’ordine: “Pronti, puntate, fuoco”. Sei si afflosciano a terra come sacchi vuoti. Due cadono appoggiati di schiena uno contro l’altro, quasi a volersi sorreggere anche da morti. L’ufficiale si avvicina, spara un colpo di pistola alla testa a entrambi.
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| In primo piano, Imelde al fianco di Mario Neri, l'unico partigiano della battaglia ancora vivente. |
La mattina dopo apprendono da uno sfollato che il sopravvissuto Ramirez la sera prima è passato da casa della sorella, l’ha informata dei morti e degli arresti e l’ha sollecitata a trasferirsi subito per evitare rappresaglie. Dei due cugini Tassoni e di Pirini però non si hanno notizie. Da due vicine di casa che sono andate a Medicina a cercare i loro mariti rastrellati, Imelde e Fernanda imparano che là è stato portato anche un Tassoni. Dunque, l’hanno preso. Ma chi dei due? Gianni o il cugino Paolo? Sarà ferito? Avrà fame, bisogno di vestiti? Cosa gli faranno ora? E che fine avrà fatto l’altro? Domande senza risposta che angosciano le loro famiglie.
Il giorno dopo, lunedì, Imelde parte in bicicletta per Medicina con una sporta di viveri e vestiti. Riesce ad avvicinare un suo zio che era tra i rastrellati. Le dice che otto partigiani sono stati catturati e fucilati il pomeriggio prima e che lui e altri civili sono stati obbligati a scavare delle fosse comuni per quei poveri ragazzi. Vede il volto di Imelde cambiare colore e deformarsi, si affretta a precisare che tra i cadaveri non ha visto Gianni o Paolo. Poi però aggiunge che li avevano conciati così male che era difficile riconoscere qualcuno. Imelde si precipita sul luogo dell’esecuzione, vede i cumuli di terra fresca, si inginocchia, piange, non può fare altro. Ritorna a casa con mille pensieri per la testa e l’angoscia nel cuore: come dirlo alla famiglia, quali parole usare? E quel terribile tarlo: sarà tra i fucilati? E quale dei due?
Passano tre giorni senza che la famiglia abbia altre notizie. Imelde non si dà pace. “Il giovedì torno a Medicina, incontro due della Brigata Nera. Uno lo conosco, è il segretario del fascio di Castenaso. Gli chiedo se c’è un Tassoni tra i fucilati. Mi fissa, sembra riflettere, poi dice: stai tranquilla, qui non c’è tuo fratello. È una risposta ambigua. Potrebbe esserci mio cugino Paolo. Gli salterei al collo. Gli domando come fa a saperlo. Si allontana senza rispondermi. Penso a cosa posso fare. Decido di andare nella zona della battaglia. Vado nelle case dei contadini, chiedo se hanno visto o saputo qualcosa, se nascondono dei partigiani. Niente. Vado anche a casa dei miei zii Salmi che abitano vicino al Mazzacavallo. Mi dicono che Paolo è stato catturato. Anche loro sono stati rastrellati poi rilasciati. A Medicina hanno visto passare i prigionieri scortati dai tedeschi. Tra loro c’era mio cugino”.
“Torno a casa ma non ho il coraggio di dirlo ai miei, non voglio spargere altra angoscia prima di avere la conferma di quello che ormai so. La domenica con un’altra sorella di Mario Pirini, Elsa, andiamo dal parroco di Vigorso. Gli chiediamo se al cimitero sono stati seppelliti dei partigiani. Due, ci dice. Il becchino ha tenuto i loro oggetti personali”. Elsa va a cercare il becchino. A Imelde non bastano gli oggetti, che non sa nemmeno se Gianni e Paolo ne avevano con sé, vuole vedere chi sono quei due sottoterra. Va a cercare il custode del cimitero, non c’è, gli dicono che è andato a casa, a Persiceto. Prende la bici e pedala fin là, una quindicina di chilometri. Lo trova, è comprensivo, accetta di tornare con lei al cimitero di Vigorso. Chiedono aiuto a un contadino che si arma di una pala per rimuovere i cumuli di terra. Scavano.
“I due cadaveri sono in un’unica buca, nella terra nuda, sovrapposti. Affiora il viso del primo. Non è né di Gianni né di Paolo. Imparerò successivamente che è il corpo di Medardo Bottonelli, caduto alla Corazzina. Scopriamo le gambe dell’altro. Dai pantaloni capisco che non è nessuno dei due. Un grande senso di sollievo mi attraversa. Mi riprendo. Poi penso che potrebbe essere Pirini. Strappo un bel pezzo di stoffa, la porto alla famiglia. Elsa intanto è tornata a casa a mani vuote. Appena vede quel lembo di fustagno lancia un grido: nooo, i pantaloni di Mario”. Disperazione, pianti. La conferma che Pirini è caduto in battaglia al Mazzacavallo.
A casa Tassoni invece passa un’altra settimana di angoscia in attesa di notizie che non arrivano. Finché Imelde viene a sapere che sabato 4 novembre, nel pomeriggio, un contadino di Fiesso ha avvistato un cadavere nel fiume Idice, ma poi ha piovuto molto e la piena se l’è portato via. L’angoscia continua. “Il mercoledì successivo viene a casa nostra un operaio della Todt e ci dice che in un’ansa del fiume, circa un chilometro a valle del Mazzacavallo, c’è un corpo impigliato negli arbusti, in acqua. Anche il mio fidanzato, Arturo Giusti, riformato dopo la campagna di Russia, ha dovuto andare a lavorare con la Todt. Ha visto il cadavere, forse l’ha riconosciuto”.
All’alba del giorno dopo Imelde e le cugine Lidia e Antonietta partono in bicicletta per andare sul posto, attente a non farsi scoprire dai tedeschi che sono ancora in zona. “Scendiamo l’argine, subito ci appare il cadavere. È a pelo d’acqua, a pancia in su, in un’ansa, trattenuto dai rami pendenti di un salice. L’acqua è limpida, lo riconosco subito, è mio fratello Gianni. Stranamente non provo dolore, disperazione. Non mi viene da piangere. Ho pianto tutte le volte che ho immaginato o sognato il momento del ritrovamento. Ora invece sono quasi sollevata. Ringrazio il fiume di avermelo restituito. Potrò riportarlo a casa il mio fratellino. Potremo dargli una sepoltura. Piangerlo assieme. Muoviamo con un bastone il cadavere che galleggia, lo tiriamo a riva. Sono passate due settimane dalla battaglia ma il viso è incredibilmente intatto, solo un po’ gonfio. Ha una ferita da arma da fuoco alla gola”.
Il giorno dopo Imelde e Lidia vanno dal custode del cimitero di Castenaso. Devono recuperare il corpo di Gianni ma non si può portarlo via dal fiume così, spoglio, dopo tanto tempo passato in acqua, serve una bara. Il custode ha delle vecchie casse di legno in deposito, gliene ne dà una. Poi vanno da un contadino e si fanno prestare il cavallo e il carretto per il trasporto. Arturo, il fidanzato di Imelde, lavora poco lontano al rafforzamento delle difese tedesche sull’Idice. Quando finisce il turno e i sorveglianti si allontanano, con alcuni compagni raggiunge le due donne. Assieme, con cavallo e carretto, arrivano all’ansa del fiume. Con delle corde gli uomini recuperano il cadavere, lo mettono nella cassa. Fa già buio quando attraverso le cavedagne giungono al cimitero dove depositano la cassa. Il giorno dopo, con lo stesso carretto, vanno da un falegname al Trebbo di Reno a comprare una bara vera. Tornano, avvolgono Gianni in un lenzuolo bianco, lo trasferiscono in quella cassa, possono finalmente seppellirlo dignitosamente. Il corpo del cugino Paolo e degli altri sette fucilati a Medicina, sepolti sommariamente nelle due fosse comuni fatte scavare dai rastrellati, verranno recuperati soltanto nelle settimane successive.

















