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lunedì 8 agosto 2022

Le prime elezioni senza la sinistra, che c'è ma non si vede. La disastrosa gestione Letta e il voltafaccia di Calenda facilitano la vittoria della peggior destra

 

Il bacio di Giuda

Saranno le prime elezioni politiche senza la sinistra in campo. Non perché manchino i simboli e le sigle, beninteso: di quelli ce n'è in abbondanza, come sempre, più delle marche di detersivo al supermercato. Ma perché per la prima volta manca un'idea di sinistra - o di centrosinistra se preferite - davvero convincente di governo del Paese. Che Italia e che mondo vuole chi fa riferimento a quel campo? Cosa pensa di fare concretamente e di diverso dai conservatori sulla crisi climatica, la guerra, la pace, un'Europa che non sia succursale degli Usa e nemica di Russia e Cina, per la qualità e la dignità del lavoro, i giovani e le donne, contro le nuove povertà e diseguaglianze, per i diritti civili, il fisco, la giustizia sociale? Io non l'ho capito, nelle aggregazioni che si profilano, quali e dove sono le differenze tra progressisti e moderati. Tutti appesi, con poche e timide eccezioni, all'Agenda Draghi. Che sarà pure il meglio che passa il convento, ma è anche lo specchio della politica senza più coraggio e pensieri lunghi, del compromesso e della difesa dello status quo. Per questo la partita, il 25 settembre, non si giocherà tra centro destra e centrosinistra, bensì tra destra e centro. Con un Pd che ormai tiene dentro tutto e il contrario di tutto come la vecchia Dc e con un po' di sinistra a rimorchio, insignificante quanto mai.

Dall'altra parte c'è la peggior destra: anti-europeista, sovranista, amica di Putin e Orban, nemica degli immigrati e dei diritti civili, che non riesce a chiudere i conti col fascismo e con il malaffare. Una destra che ripresenta facce e slogan del passato: la maschera di Berlusconi con le promesse di trent'anni fa, la Flat-Tax madre dell'ingiustizia sociale, il Dio patria e famiglia della Meloni, prima gli italiani e i porti chiusi di Salvini. Ma che oltre al sostegno dei ceti più privilegiati raccoglie anche il consenso di ampi strati popolari penalizzati dalla crisi economica e sociale, dimenticati dalla politica e dall'Agenda Draghi, attirati dalle sirene dell'opposizione e dall'idea che l'autoritarismo possa rompere i giochi e cambiare il corso delle cose.

Per contrastare questa destra, le forze che si richiamano al centrosinistra avrebbero dovuto, in primo luogo, calarsi nella vita reale, occuparsi delle persone in carne e ossa, mettere in campo proposte e politiche credibili verso quell'ampia fascia di popolazione che fatica ad arrivare a fine mese, vede aumentare giorno dopo giorno i costi della vita e ridurre sempre più il valore di stipendi e pensioni, vive nel precariato, sempre più sfruttata e oppressa, con la paura della guerra e della catastrofe climatica. In secondo luogo, considerando che si vota ancora con l'orribile "Rosatellum", partorito dal Pd, avrebbe dovuto cercare di costruire il più ampio schieramento elettorale possibile tra le forze che si oppongono alla destra.

Scriverlo oggi è come sparare sulla Croce Rossa, ma da qualunque lato si guardi la faccenda il segretario del Pd, Enrico Letta, le ha sbagliate tutte. Prima schiacciandosi in modo quasi messianico sull'Agenda Draghi e sull'Atlantismo armato per l'Ucraina: scelte che hanno creato disagio in quel che resta della sinistra del partito e soprattutto tra gli elettori storici, determinando anche i primi attriti con gli alleati di Articolo Uno, che poi, alla fine, si sono comunque accucciati nella lista Democratici e Progressisti con Pd, Psi e i cattolici di Demos. 

Poi lanciando la fatwa" contro Conte con cui il Pd aveva faticosamente costruito negli ultimi anni la piattaforma propedeutica alla nascita del "campo largo". Ora, è vero che il leader dei Cinquestelle ha regalato le elezioni anticipate alla destra non votando la fiducia a Draghi nel maldestro tentativo di recuperare al Movimento parte dei consensi in caduta libera, ma che motivo c'era di buttare a mare tutto il lavoro fatto assieme, di chiudere ogni possibilità di intesa anche solo elettorale sapendo che senza il 10% di cui è accreditato il M5S nei collegi non ci sarebbe stata partita? Intesa, peraltro, cercata con Di Maio, che con la sua scissione ha innescato il patatrack, e realizzata con Fratoianni e Bonelli, che la fiducia a Draghi non l'avevano mai data. 

Infine inseguendo l'alleanza politica con Calenda, Bonino e con gli ex di Forza Italia in modo così generoso e convinto da far titolare Repubblica sulla "Bad Goderberg del Pd", finalmente diventato partito di centro, con Draghi e nella Nato senza se e senza ma. La clamorosa giravolta di Calenda, che rischia di rimettere in gioco anche Renzi, sta lì a dimostrare il livello dei leader senza spessore e della classe politica più deprimente di sempre che ci ritroviamo, ma non attenua le responsabilità di Letta, che ora può solo sperare di far perdere bene il Pd, evitando la stravittoria della destra. Ma non sarà facile. In questa politica impazzita i più spaesati e depressi sono gli elettori di sinistra. Con il rischio che l'astensionismo stavolta vada a colpire soprattutto lì. "Sono tre notti che sogno di votare il primo simbolo in alto a sinistra, ma non c'è più", commenta amaramente sui social uno di loro.

martedì 2 agosto 2022

Così il mondo rovesciato della politica s'avvicina alle elezioni del 25 settembre


Meloni premier, Berlusconi presidente del Senato, Salvini al Viminale,Tremonti all'economia, Nordio alla Giustizia, Moratti alla Scuola, Crosetto alla Difesa, Borgonzoni alla Cultura. Fantapolitica? Mica tanto, se vince la destra. Nomi provocatori? Ricordatevi i precedenti: Previti, La Russa, Scajola, Calderoli.... Avvertite qualche brivido? Vabbé, potrebbe esserci anche qualcuno più, più.... no, non più moderato... non mi viene il termine, diciamo qualcuno che si presenta meglio, più elegante, ecco: Tajani agli Esteri, Giorgetti al Lavoro, Bernini alla Sanità o alle Varie ed eventuali, la conferma di Cingolani come ministro.. contro la transizione ecologica. Nella politica dei paradossi potrebbe succedere. E le elezioni del 25 settembre sono elezioni con i paradossi al top. Non ci credete? Ecco qualche esempio.

Il mondo rovesciato. Ai tempi dell'l'Unione Sovietica chi guardava con speranza o almeno con benevolenza ai paesi dell'Est era la sinistra, che, viceversa, criticava la Nato e manteneva un certo sentimento anti-yankee. Oggi i migliori amici della Russia di Putin sono Salvini e Berlusconi, e Meloni dell'Ungheria di Orban. Mentre il Pd di Letta è diventato il più atlantista e filo-Usa di tutti.

Salvini, poi, dev'essere vittima di un riflesso pavloviano. Negli anni in cui lui faceva il comunista padano al Leoncavallo, Putin era uno dei capi del Kgb. Quando Putin diventava dittatore, Salvini chiudeva i porti, mandava le ruspe nei campi nomadi, difendeva la brutalità delle forze dell'ordine al G8, nei casi Aldrovandi e Cucchi, chiedeva i pieni poteri. Percorsi paralleli? O il richiamo della campanella dei cani di Pavlov? Mah!

Sinistra, Centro, Destra. Una volta era chiaro. Da una parte stavano Pci e Psi, i partitini della sinistra radicale, parecchi cattocomunisti. In mezzo la Dc con i suoi alleati. Dall'altra parte i nostalgici di "quando c'era lui". Poi sono arrivati Tangentopoli, la Lega delle manette in Parlamento, di Roma ladrona e Forza Vesuvio, l'antipolitica, i Cinquestelle, i partiti personali. E "cos'è la sinistra cos'è la destra", come cantava Gaber, non s'è più capito. Anche se la Pulzella cos'è la destra ce lo ricorda ogni giorno, come ha osservato Corrado Auguas: "Giorgia, sarai donna, madre, cristiana ma sei anche un po' fascista".

Il Partito democratico. Doveva raccogliere l'eredità della sinistra storica (comunisti e socialisti), miscelarla con la cultura cattolica popolare, costruire una moderna forza politica riformatrice di centrosinistra. Com'è andata lo sappiamo. Più che un matrimonio è stato un rogito. Il Pd è nato dal notaio, senza comunione dei beni e con separazione delle carriere. Il patto tra i partiti contraenti (Democratici di sinistra e Margherita) si è tradotto nella convivenza in case e letti separati, con una sorta di voto di castità sentimentale col proprio popolo, la nascita del partito delle Ztl, del potere per il potere e non per cambiare l'Italia, per di più aperto alle incursioni del bandito di turno. Quando ci si è accorti che a essere il "volto gentile" del liberismo il Pd perdeva militanti, passione politica, volontari e il voto dei ceti popolari, dei poveri e degli incazzati, andava a Lega, Fratelli d'Italia o Cinquestelle, si è detto che serviva un Partito democratico un po' più di sinistra. Per costruirlo hanno chiamato alla segreteria... un democristiano. Che ha fatto dell'agenda di un banchiere, l'Agenda Draghi, la nuova frontiera delle "magnifiche sorti e progressive" della sinistra.

I Cinquestelle. Dilettanti allo sbaraglio. Cultura politica zero. Destra e sinistra pari sono. Un comico visionario, megalomane e forse impazzito come padre-padrone. Hanno raccolto l'incazzatura popolare. Volevano pensionare la vecchia politica e aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, sono diventati... la vecchia politica. Trasformisti, inaffidabili, al governo prima con la destra poi con la sinistra, dalla parte dei più disgraziati (reddito di cittadinanza) ma contro gli immigrati (decreti sicurezza). Quando hanno cominciato a evolversi un pochino e a guardare al campo progressista, Di Battista, il "Che de 'noantri", se n'è andato, Di Maio ha fatto la scissione, gli altri più destri lo hanno seguito, e il Pd che ha fatto: ha rotto con Conte e si è alleato con Di Maio. Direte, ah, ma Conte ha fatto cadere Draghi, ha detto che votava la fiducia poi non l'ha votata, ha tradito Letta, Speranza, il campo progressista. Ok, vero, è uno sprovveduto e anche un bel po' paraculo, ma da premier della pandemia non ha fatto male, votava Pd, rappresenta comunque l'anima più di sinistra del movimento. Niente, con lui la chiusura è "irrevocabile". "Come lo sparo di Sarajevo", ha rimarcato Letta. Insomma, come se Conte l'avesse assassinato, Draghi. Invece con il Di Maio cicci-cicci con Salvini e "mai col Pd che rubava i bambini a Bibbiano", quello di "abbiamo sconfitto la povertà" e del "Venezuela di Pinochet"; con la Gelmini del tunnel dei neutrini e della distruzione dell'Università; con il Brunetta ministro della funzione pubblica che odia i dipendenti pubblici; con i Calenda e i Renzi che sono diventati quello che sono (??) grazie al Pd, per poi sputare nel piatto in cui hanno mangiato e fondare nuovi partiti contro il Pd; ecco, con tutta questa bella gente porte aperte come alla Renault. Sarà stato l'influsso francese su Letta? Mah!

Legge elettorale. Ma il controsenso dei controsensi è come la sgangherata truppa che si richiama in qualche modo al centrosinistra si appresta a presentarsi alle elezioni. Il Rosatellum è una porcata più della porcata di Calderoli. Premia chi si apparenta, chi nei collegi si coalizza per lo stesso candidato, a prescindere dalle idee e dalle posizioni che si hanno, insomma dall'alleanza politica. Ebbene, Fratelli d'Italia, Lega, Forza Italia e satellitini, che pure non vanno d'accordo quasi su niente e marciano l'un contro l'altro armati, sono subito diventati "parenti". Nel campo opposto, invece, "parenti serpenti". Letta che dice no no no e ancora no a Conte. Calenda che dice no a Di Maio e a quei bolscevichi di Fratoianni e Bonelli. Fratoianni che dice no a Gelmini e Brunetta. Renzi che va da solo solamente perché nessuno lo vuole. Insomma, un'Armata Brancaleone. Parente di Tafazzi. Incrociamo le dita e teniamoci stretti.

lunedì 25 luglio 2022

L'Agenda Draghi e il listone centrista contro la destra fascioleghista. Il disagio degli elettori di sinistra per la linea e la gestione del Pd di letta

Chi ha fatto cadere il governo Draghi a otto mesi dalla scadenza naturale della legislatura e nella situazione drammatica che stiamo vivendo - clima, guerra, pandemia, crisi economica e sociale - ha procurato un grave danno al Paese. I calcoli di parte hanno prevalso sul bene comune ed è sperabile -ma non probabile - che alle elezioni i cittadini se ne ricordino. Si vota il 25 settembre. Il tempo è poco. La legge elettorale è pessima, spinge a formare coalizioni di forze anche molto diverse tra loro più che a valorizzare le idee, i programmi, le identità di ciascuna. Ma quella che si sta profilando non è una sfida tra centrodestra e centrosinistra, bensì tra la destra fascio-leghista e un grande centro moderato e liberista più o meno mascherato.

"O noi o la Meloni", dice Enrico Letta. Che chiude a qualsiasi ipotesi di intesa con i Cinquestelle "traditori", anche a quelle minimali ma indispensabili per sperare di vincere nei collegi uninominali. Apre invece a Di Maio, Calenda, Brunetta, Gelmini e afferma: “Se non convinciamo a votare per noi elettori che stavano con il centrodestra, la partita non si gioca nemmeno”. Il governatore dell'Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, che molti vedono come prossimo segretario del Pd, va oltre e si lancia nell'ardua impresa di andare a prendere i voti di quei Cinquestelle a cui i democratici un giorno sì e l'altro pure mettono le dita negli occhi. Letta propone poi un listone di "Democratici e Progressisti" col quale garantirebbe l'elezione anche di esponenti della sinistra di Articolo Uno, ma non di quelli di Italia Viva. Un veto probabilmente destinato a cadere, dal momento che mezzo Pd è ancora renziano. Il segretario di Articolo Uno, Roberto Speranza, si è già detto disponibile a stare dentro quella lista. Renzi invece ha detto che se non lo vogliono correrà da solo.

Uno scenario che alimenta un profondo disagio negli elettori di una sinistra finora completamente tagliata fuori dai giochi. Non convince l’Agenda Draghi come nuova frontiera del progressismo. Non convince l'idea che possa bastare un cartello elettorale centrista, per quanto ampio, per battere le destre. Non si accetta che i valori e le istanze della tradizione socialista (giustizia sociale, dignità del lavoro, diritti, ambiente, pace) siano lasciati nelle mani di Conte, di personaggi come De Magistris e della sinistra più radicale.

Sui social ci sono esponenti dell'ala non democristiana del Pd per niente convinti della linea e della gestione del segretario, militanti perplessi, persone che hanno sempre votato quel partito che questa volta non intendono subire il ricatto del meno peggio contro la destra, cittadini della sinistra-sinistra che meditano di non andare a votare e diversi che annunciano invece l'intenzione di votare Cinquestelle come gesto di ribellione agli attacchi violenti, considerati in gran parte immotivati, a Giuseppe Conte. Su change.org è partita anche una petizione per invitare Letta, Speranza e Bersani a "guardare avanti e a riprendere il confronto tra Centrosinistra e Cinquestelle", dal momento che i loro "valori e programmi hanno contenuti e profili ampiamente compatibili per una piattaforma comune col Campo progressista". Altri ritengono che bisognerebbe lavorare per costruire un "rassemblement" tra le forze della sinistra storica e radicale, i movimenti dell'ambientalismo e del pacifismo, il civismo e anche il M5s di Conte. Una lista che potrebbe dare la rappresentanza politica e parlamentare che si merita al popolo di sinistra stringendo patti elettorali con il listone lettiano, almeno nei collegi uninominali.

domenica 24 luglio 2022

Scusate il ritardo e la latitanza sul blog: ecco il riepilogo dei commenti politici nella mia rubrica su Globalist

La pattuglia di opinionisti di Globalist

Negli ultimi mesi ho trascurato molto questo blog, un po' per pigrizia, un po' perchè, nel frattempo, ho inaugurato sulla syndication online Globalist ("Quotidiano internazionale senza odio e senza frontiere" www.globalist.it) una rubrica settimanale di opinione politica dove in gran parte scrivo ciò che scrivevo nel blog. 

Cerco quindi goffamente di recuperare questa mia latitanza dal blog pubblicando di seguito i link ai commenti usciti in questo mio periodo, nell'ordine dal più recente al primo della serie. 

Scusate, se ci riesco, cercherò da qui in avanti di essere più presente e puntuale. 


 https://www.globalist.it/politics/2022/07/21/draghi-cade-campo-largo-fallito-e-nessun-melenchon-ma-giorgia-meloni-la-madre-cristiana-allorizzonte/

https://www.globalist.it/world/2022/07/12/linps-fotografa-litalia-delle-diseguaglianze-e-meno-male-che-ce-il-reddito-di-cittadinanza/

https://www.globalist.it/green/2022/07/04/clima-invece-di-salvare-tutti-insieme-il-pianeta-dalla-distruzione-pensiamo-alle-guerre-e-a-tornare-al-carbone/

https://www.globalist.it/politics/2022/06/27/i-ballottaggi-dicono-che-la-destra-si-puo-battere-ma-che-la-sinistra-e-marginalizzata-nel-centro-sinistra/

https://www.globalist.it/politics/2022/06/22/guerra-ucraina-di-maio-enrico-berlinguer/

https://www.globalist.it/politics/2022/06/14/per-vincere-letta-dovrebbe-promuovere-un-nuovo-ulivo-ma-ci-vorrebbero-pensieri-lunghi-e-gioco-di-squadra/

https://www.globalist.it/politics/2022/06/08/referendum-perche-per-la-prima-volta-in-vita-mia-non-andro-a-votare/

https://www.globalist.it/world/2022/05/31/dopo-pandemia-migliori-buoni-propositi-ciao-ciao/

https://www.globalist.it/intelligence/2022/05/24/cia-atlantismo-destra-e-mafia-cosi-il-terrorismo-in-italia-e-passato-attraverso-lamico-americano/

https://www.globalist.it/intelligence/2022/05/17/putin-denazificare-ucraina-battaglione-azov/



giovedì 14 aprile 2022

Quelli che non ascoltano il Papa perché vogliono spezzare le reni alla Russia

"La guerra non è la soluzione, la guerra è una pazzia, il cancro che si autoalimenta a distruzione e morte. Ogni guerra è una sconfitta della politica, una resa vergognosa alle forze del male. Per fermarla c'è bisogno di dialogo, di negoziato, di ascolto, di capacità diplomatica, di una politica lungimirante per costruire un nuovo sistema di convivenza non più basato sulla potenza, sulle armi e sulla deterrenza". Parole di Papa Francesco. Parole sagge, di grande ragionevolezza. Parole purtroppo sempre più isolate. Contraddette perfino dalla Chiesa ortodossa, ignorate dai governi e dalla politica dell'Occidente, declassate dai media. Il potere sembra aver cancellato la parola pace per indossare l'elmetto.

Si chiedeva l'altra sera a "diMartedì" Pierluigi Bersani: "A poco a poco sta venendo fuori la convinzione (Biden,Von Der Leyen, Borrel , Draghi, Letta) che si fa la guerra finché non c'è un vincitore e un vinto sul campo. Si dessero una regolata (i guerrafondai europei e italici). Noi cosa vogliamo fare? La vogliamo fermare questa guerra? Noi, Italia, Europa, Stati Uniti, siamo s'accordo?"

No, non lo siamo. Anzi, loro, i potenti, non lo sono. Perché le persone normali la vorrebbero invece fermare questa sporca guerra. Vorrebbero che si perseguisse con ogni mezzo il cessate il fuoco, il dialogo, il compromesso possibile. Lo ha certificato, sempre a "diMartedì", l'ultimo sondaggio di Pagnoncelli. Nonostante la grancassa mediatica pro Zelensky e guerra alla Russia, solo il 24% degli italiani è d'accordo di inviare ancora armi all'Ucraina, mentre il 62% vorrebbe alleggerire il sostegno militare a Kiev e trovare così la strada per riaprire il dialogo con Mosca. Non è il né né (né con Zelensky né con Putin). E nemmeno, io credo, una sorta di scongiuro o di tifo pro resa del paese invaso: arrendetevi che così torna la pace e noi ci salviamo. No, io credo che sia il buon senso popolare. Il timore, fondato, che l'escalation (militare, politica, mediatica) porti dritto dritto dove si dice di non voler andare: alla terza guerra mondiale e nucleare.

Del resto, chi al di là delle parole la vuole davvero fermare questa guerra? Non certo gli Usa, che da anni riarmano l'Ucraina e allargano la Nato contro la Russia. E che ora annunciano un altro stanziamento di tre miliardi di dollari per armare ancor più il fido Zelensky, non solo con armi difensive ma con elicotteri, carri e artiglieria. Non certo Biden che alza continuamente i toni contro Putin: "dittatore sanguinario", "macellaio", "non può restare al potere" (quindi guerra ad oltranza alla Russia fino al cambio di regime), "responsabile di genocidio". Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti. E genocidio, per la Treccani, significa "sistematica distruzione di una popolazione, una stirpe, una razza o una comunità religiosa". Gli orrori e le distruzioni in Ucraina li abbiamo visti tutti. Ma il bilancio ufficiale delle vittime civili dall'inizio del conflitto, secondo l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, è finora di 1.793 morti, di cui 294 donne e 69 bambini. C'è una bella differenza.

"Se tutto è genocidio niente è un genocidio", ha commentato ieri dalla Gruber Lucio Caracciolo. Uno dei pochi che ne sa davvero e che ragiona lucidamente. "Mi pare chiaro che una parte dell'amministrazione americana ha deciso di provare a farla finita con il nemico storico e vuole perciò continuare la guerra. Così come gli altri nemici storici: la Polonia, i baltici, ora anche gli scandinavi con Finlandia e Svezia a un passo dall'Alleanza Atlantica. Così finisce che se Putin si affaccia alla finestra dalla sua San Pietroburgo vede la Nato". Come dire, l'ostilità anti-russa rischia di prolungare e allargare la guerra fino a chissà quando e fino a chissà dove. Se si vuole raggiungere almeno una tregua, perché a questo punto è difficile immaginare la pace, bisogna abbassare i toni, smettere di riarmare e intavolare seriamente una trattativa (Usa-Russia, Zelensky-Putin) per raggiungere un onorevole compromesso.

Il potere però va in un'altra direzione. La presidente della Commissione europea e il suo ministro degli Esteri sempre più allineati agli Stati Uniti e ai leader europei più agguerriti contro la Russia (Polonia, Slovacchia, Romania, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia). Draghi, Letta e Di Maio li seguono a ruota, con il segretario del Pd più atlantista di tutti, favorevole all'invio di altre armi all'Ucraina e all'embargo del gas russo. E col premier pronto a dirottare una parte consistente dei miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnnr), faticosamente conquistati, verso altre destinazioni legate direttamente o indirettamente alla guerra: riarmo, bollette, accoglienza, fino alla costruzione di una nuova base militare all'interno della riserva naturale di San Rossore.

Solo la Germania e la Francia sembrano aver ben compreso che gli interessi americani sono opposti a quelli dell'Europa e provano a distinguersi, a prendere qualche distanza dagli ultras della guerra. Con la Germania che però nel frattempo riarma pesantemente (102 miliardi di euro) e dopo quasi ottant'anni di castigo torna a essere anche potenza militare, non solo economica, con tutto quel che ne consegue. Intanto le spese militari mondiali sono già salite del 2,6% nell'ultimo anno (quando gli sforzi di tutti avrebbero dovuto concentrarsi sulla pandemia e sulla ripartenza dopo la pandemia) raggiungendo la cifra monstre di 1.981 miliardi di dollari.

In questo contesto, i pochi che ancora perseguono testardamente la ragionevolezza chiedendo dialogo e mediazione vengono etichettati come amici di Putin. Quasi che non fosse sufficientemente chiaro a tutti, tranne forse a Salvini, Berlusconi e Meloni, chi è Putin . Quasi che ci fosse - quando in realtà non c'è - un atteggiamento di equidistanza tra aggressore e aggredito, chi sta dalla parte dell''autocrate e chi delle vittime, che poi sono i civili, i popoli, ucraino o russo che siano. Così Lucio Caracciolo diventa ora per Gianni Riotta "il portabandiera dei Putinversteher (colui che capisce Putin), con il perenne bla bla sul peccato originale Occidente”. Così persone come Laura Boldrini e Barbara Spinelli, e perfino l'Anpi, vengono messi all'indice come putiniani. Tira una gran brutta aria. Il pensiero unico avanza. Anche contro il Papa. Il poco risalto con cui i media hanno dato la notizia della clamorosa contrarietà di Kiev alla decisione del pontefice di far portare la croce lungo la Via Crucis a due famiglie, una ucraina e l'altra russa, insieme, ne è la prova. E alimenta la russofobia che ha già spinto la Bicocca a censurare il Dostoevskij di Paolo Nori e diversi teatri a cancellare "Il lago dei cigni" di Cajkovskij. Se continua così non finirà bene. E non solo in Ucraina.

mercoledì 30 marzo 2022

"Lo rifarei", l'amarcord emozionante di Ciccio Riccio. Un quarto di secolo di storia d'Italia vista e vissuta da un funzionario del Pci-Pds-Ds

E' un viaggio nella militanza e nella passione politica lungo un quarto di secolo quello che ci regala Francesco (Ciccio) Riccio col suo "Lo rifarei", edito da Strisciarossa con prefazione di Gianni Cuperlo, da qualche settimana in libreria. Il viaggio di un funzionario del Pci, Pds, Ds, di quei funzionari troppo spesso descritti come grigi burocrati, persone d'apparato sempre protette, paracadutate da un incarico all'altro, della serie sempre meglio che lavorare. Ciccio, classe 1949, nativo di Locri e calabrese a vita, trasferitosi neanche vent'enne a Bologna per studiare e laurearsi in medicina, ci racconta la sua "vita di partito da via Barberia a Botteghe Oscure" (sottotitolo del libro), una vita da militante prima e da dirigente poi. Semplice iscritto e segretario della sezione Fregnani di Bologna, responsabile scuola poi stampa e propaganda, poi capo ufficio stampa alla Federazione bolognese, responsabile nazionale delle feste de l'Unità, presidente della società Arca editrice del giornale, Tesoriere del Partitone. Ma non è un libro autobiografico il suo. E' un tuffo nella storia recente d'Italia, un amarcord dei passaggi più tragici ed esaltanti vissuti dai comunisti italiani dentro quella storia. Dalle vittorie degli anni Settanta (la grande avanzata del Pci, il divorzio, l'aborto) alla "vetrina rotta" del Settantasette bolognese, dal rapimento e dall'assassinio di Moro (e del Compromesso storico inviso ai russi e affondato dagli americani) alla tragica morte di Enrico Berlinguer, dalla caduta del Muro di Berlino alla Svolta di Occhetto e alla nascita del Pds, dalla "gioiosa macchina da guerra" appiedata dalla "discesa in campo" di Berlusconi alla clamorosa sconfitta alle comunali di Bologna del 1999, dall'epopea delle feste nazionali de l'Unità alla chiusura de l'Unità, da Tangentopoli alla vittoria dell'Ulivo di Prodi, dai Ds, Margherita e Asinello alla nascita con "amalgama mal riuscita" del Partito democratico a cui Ciccio non ha mai aderito. Il viaggio di un compagno che molte di quelle vicende le ha vissute in prima persona, spesso da protagonista, raccontato con grande passione ma anche con leggerezza e ironia, prima a puntate su Facebook poi raccolto e sistemato nel libro. Una narrazione di piacevolissima lettura dalla quale emergono episodi, aneddoti, storie, soprattutto le persone di quella straordinaria comunità con cui Ciccio ha lavorato, o che hanno lavorato con lui. Pescando nella sua memoria di elefante le ricorda minuziosamente, una per una, con nomi, caratteri, pensieri, battute, manie, umanità varie. L'umanità bellissima del compagno Francesco Neri, ad esempio, l'amministratore delle feste de l'Unità prima di Ciccio, che alle sette della sera faceva il giro degli stand, andava in direzione, diceva oggi incassiamo cento e alla conta erano novantanove o centouno. Quel Francesco Neri che non aveva mai chiesto niente, "perché non si chiede al partito, si dà", e aveva un solo desiderio che Ciccio gli esaudì: portare Massimo D'Alema, il segretario, a pranzo nella sua casa di campagna di Mirandola. Il racconto di quel pranzo vale da solo l'acquisto e la lettura del libro.

Ciccio Riccio con Zangheri, qualche annetto fa
 Ciccio entra nel Pci all'inizio degli anni Settanta, quando per entrarci, come ricorda Cuperlo nella sua bella prefazione, "non è che pagavi l'obolo e, oplà, eri bello reclutato". No, entrare nel Pci "significava bussare alla porta della sezione (se-zio-ne non circolo) con due compagni già conosciuti che ti introducevano (e garantivano per te) e chiedere l'iscrizione con tessera, diritti e doveri inclusi". Una roba che, chiosa Cuperlo, "se a quel tempo uno avesse detto ma perché non facciamo eleggere il segretario da tutti i cittadini, ecco ti avrebbero non proprio gentilmente accompagnato all'uscio". Fa vita da militante Ciccio, la sera in sezione a discutere dell'universo mondo e preparare iniziative, la domenica a diffondere l'Unità su e giù per le scale in via Fondazza "ad ascoltare i problemi e le lamentele dei cittadini e a consegnare alla vecchietta il giornale che rappresentava il suo unico contatto col mondo esterno". Da militante vive le tensioni del 1977, l'assassinio di Francesco Lorusso, il Pci per la prima volta contestato da sinistra (è nel servizio d'ordine che difende D'Alema dall'attacco degli autonomi alla festa della Fgci a Palazzo Re Enzo, dove "volarono botte da orbi"), i momenti drammatici del caso Moro e della morte di Berlinguer. Poi diventa funzionario e negli anni dirigente via via sempre più di primo piano del partito.

Di Bologna ci fa rivivere gli stucchi e soprattutto i fasti politici di palazzo Marescotti-Brazzetti, storica sede del Pci bolognese in via Barberia 4, e quelli giornalistici della redazione de l'Unità nel sottotetto con travi a vista restaurato da Pierluigi Cervellati, allora diretta dal compianto amico comune Rocco Di Blasi. Emergono da quelle pagine tutta la forza politica e organizzativa del Partitone emiliano, ma anche le lotte interne per la segreteria (Ugo Mazza insidiato da "fini e simpatici intellettuali" sia miglioristi che di sinistra, "tutti formati nella mitica sezione universitaria Jaime Pintor" (Carlo Monaco, Antonio La Forgia, Sergio Sabattini), la nomina di Mauro Zani "che tutti stimavano e che nel 1999 avrebbe potuto essere un ottimo sindaco di Bologna" se i Ds non avessero fatto harakiri. Tra gli aneddoti, le nozze di Ciccio celebrate da Walter Vitali, sindaco e dirigente politico "affetto da una sorta di moto perpetuo che lo portava durante alcune noiose riunioni del Comitato federale a spostarsi continuamente da una parte all'altra della sala, senza fissa dimora".

Poi la chiamata a Botteghe Oscure da parte di Walter Veltroni "capace in pochi minuti di presentarti un mondo a colori" e a cui non si può dire no anche se hai "Bologna nel cuore", anche se la città e la "FederazionePiùGrandeDell'Occidente, così, tutto attaccato, sono per te "come la placenta da cui è difficile staccarsi". Del palazzo simbolo del Pci, "col grande atrio di Giò Pomodoro", Ciccio ci descrive gli ambienti, l'atmosfera, l'organizzazione, "i bellissimi occhi della segretaria che chiamavo Oci Ciornie", i servizi e benefit a disposizione di chi aveva la fortuna di stare lì, il lavoro quotidiano a cominciare dalla preparazione della rassegna stampa "col taglia e incolla" e dalla distribuzione delle mazzette dei giornali "gratis per i funzionari eccetto l'Unità che ciascuno era tenuto a pagare", gli uffici dei massimi dirigenti del partito, il sesto piano più "in" che dava sul grande terrazzo con vista su Piazza Venezia "dove ti capitava di incontrare Nanni Loy e Ettore Scola e quando c'era un casino di compagne voleva dire che era arrivato Massimo Ghini, o il principe De Gregori". "Ogni piano, ogni stanza raccontava un pezzo della nostra storia, quella più intima e più gloriosa. Dall'ambulatorio al sesto piano, dove vissero in poca tollerata intimità Togliatti e Nilde Iotti, al balcone centrale dove Berlinguer rispondeva all'orgoglio dei militanti dopo le storiche vittorie del 1975-76 col suo sorriso dolce e indimenticabile". L'addio a Bottegone fu un trauma. "Quando lasciammo quel palazzo avevamo tutti il magone. Era il fortilizio di un passato che non torna".

Ciccio ci fa poi entrare dentro la pancia e la testa delle formidabili feste de l'Unità, dove la comunità dei comunisti italiani dava il meglio di sé. Quelle che andavano sul sicuro in Emilia-Romagna (Bologna, Modena, Reggio), quelle di Firenze e Genova, le prime in montagna, sulla neve. Macchine complesse, una organizzazione che doveva girare alla perfezione per coordinare migliaia di volontari, accogliere milioni di persone, realizzare la connessione sentimentale tra la politica del partito e il suo popolo, curare le relazioni e le iniziative politiche nazionali e internazionali, garantire buoni incassi per finanziare al meglio il partito "anche facendo le pulci alla grammatura del sale, come aveva insegnato il compagno Francesco Neri". Feste delicate soprattutto dopo l'Ottantanove "quando casca tutto" e bisogna gestire la svolta, il passaggio dal Pci al Pds. E qui si Ciccio ci porta dentro il congresso del 1990 a Bologna, al Palasport, con le mozioni Natta, Ingrao e Cossutta, l'ultimo vecchio simbolo, le ultime suonate dell'Internazionale e di Bandiera rossa, le lacrime di Occhetto, e dentro quello fondativo alla Fiera di Rimini nel 1991 "che mise la falce e il martello, in piccolo, ai piedi della Quercia" e si concluse con lo smacco della mancata rielezione di Occhetto. "L'80% che come me aveva aderito alla mozione del segretario era determinato e convinto, nessuno era felice", sintetizza, svelandoci poi un aneddoto sulla nascita della Quercia. "La storia del simbolo fu avvolta da totale mistero. Per un mese Bruno Magno, capo dei grafici, solitamente presente in ufficio all'alba, si dileguò. Arrivava di tanto in tanto e furtivamente si infilava nell'ufficio di Veltroni con una cartellina ben celata sotto la giacca... Ho il privilegio, con pochi, di avere ricevuto in dono da Bruno un acquerello del simbolo che conservo gelosamente. L'originale lo chiesi in prestito per la festa nazionale di Bologna di quell'anno. Bruno mi disse che non tornò mai indietro".

Arrivano Tangentopoli, il crollo della fiducia nei partiti, la stagione delle stragi di mafia, Falcone, Borsellino, l'elezione di Scalfaro alla Presidenza della Repubblica, il primo esecutivo di tecnocrati guidato da Ciampi, lo sdoganamento dei fascisti che apre la strada al ventennio berlusconiano, il monopolio televisivo Mediaset regalato al Cavaliere da Craxi, i referendum di Segni per l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti e l'introduzione del maggioritario. E' la morte dei partiti tradizionali, l'inizio della stagione dei partiti personali. Con il ricordo nostalgico del simbolo Pci "primo in alto a sinistra" e della corsa a presentare la lista. "A Bologna, davanti alla Corte d'Appello poco prima dell'apertura arrivava il compagno civetta, con una borsa che conteneva la finta lista. Tutta l'attenzione dei competitori cadeva su di lui. A quel punto il pacchetto di mischia apriva il varco attraverso il quale, con scatto da centometrista, si incuneava il compagno Farolfi con la busta vera".

Dopo le dimissioni di Occhetto va in scena la sfida D'Alema Veltroni. Ciccio è molto legato al leader maximo. "Dopo l'episodio di Palazzo Re Enzo nel 1977, rividi D'Alema per le politiche del 1979. La federazione di Bologna mi inviò in Calabria per la campagna elettorale. D'Alema, allora segretario della Fgci, venne a fare iniziative elettorali e si fermò in zona per tre giorni. Siccome ero l'unico a possedere un mezzo di trasporto, fui incaricato di accompagnarlo nel giro elettorale. Abile oratore, riscuoteva ovunque grande successo. Andammo in posti difficili, sempre accolti con entusiasmo dai compagni. Nei trasferimenti tra un comizio e l'altro parlammo a lungo e ci conoscemmo meglio. Nacque allora una stima e un'amicizia che durò nel tempo e permane tuttora". La Repubblica tifava Veltroni. Presentava D'Alema come il prepotente ritorno in campo dell'apparato del Pci, dei funzionari, dei quadri. Dio l'avesse salvato quel Pci. Purtroppo non c'era più. Con Veltroni ho sempre avuto un rapporto di amicizia, costruito negli anni di lavoro con lui al sesto piano di Botteghe Oscure. Un giorno, quando ormai era chiaro il dualismo, gli dissi: Spero che tra te e D'Alema non si giunga allo scontro, sai bene con chi mi schiererò. Capì perfettamente e nulla cambiò nei nostri rapporti".

Infine la nomina a tesoriere con lo stigma di dalemiano. "Ma non mi ci mandò D'Alema, mi scelse Zani, allora coordinatore della segreteria. Fui convocato al secondo piano, ultima stanza in fondo al corridoio, ufficio sobrio con mobili in vetro. Andò subito al sodo. Venivamo entrambi da Bologna. Era un dirigente stimato da tutti. Non era gratuitamente empatico. Ma se ti sorrideva trasmetteva fiducia. A Bologna in una bolsa riunione a un certo punto disse: compagni se non avete cose particolarmente originali da dire non è necessario intervenire. Un mito. Mi accomodai. Dire che ero a mio agio è troppo. Ti occuperai della tesoreria del partito - mi disse - e Amato Mattia de l'Unità". E' l'incarico più delicato per Ciccio. "Il tesoriere faceva parte di diritto della segreteria e doveva eleggerlo il congresso. Quindi un grande potere autonomo, non soggetto ad alcuno, neanche al segretario nazionale. C'era il partito che decideva la politica e le conseguenti iniziative e il tesoriere che decideva se e come finanziarle". Il debutto è all'insegna del "non c'è una lira". La fine del finanziamento pubblico e la crisi di fiducia nella politica hanno cambiato tutto. Le difficoltà economiche, l'editoria che è un buco nero, l'indebitamento monstre. "Quando presentai i numeri in segreteria mi concessi una battuta: con un debito pari al nostro la Montedison è fallita. Complessivamente qualche centinaio di miliardi di lire". Cominciano i tagli. I simboli da salvare sono l'Unità e Rinascita. In questo disastro c'è un aneddoto gustoso. "Un giorno D'Alema mi presentò a Vittorio Gassman come il debitiere del partito. Si doveva andare a pranzo, ero in imbarazzo. Ci pensò lui: non si preoccupi, pago io". L'amico Cuperlo arricchisce il ricordo. In realtà "andammo a pranzo in Piazza Campitelli con Gassman, D'Alema e Ettore Scola. Al debitiere, Gassman tese la mano dicendo quasi a scusarsi: io solo un risottino eh, non ho preso neanche il secondo".

Alle elezioni del 1996 nella grande arca dell'Ulivo bisogna trovare un posto in lista per la responsabile delle casalinghe "che aveva lasciato Berlusconi e aveva anche due cognomi. Chiamammo quasi tutti, ricevemmo cortesi dinieghi. Nessuno voleva rinunciare". Lo fece Ciccio. "Conclusa la notte delle liste Zani si avvicinò e mi disse: mi dispiace ma non c'era più un posto. E io: non l'ho mica chiesto. E lui di rimando: per questo mi dispiace". A tarda notte la vittoria dell'Ulivo si profilava già. "Scesi da D'Alema per fargli gli auguri di compleanno, aveva compiuto 47 anni. Si alzò, mi venne incontro intonando all'alba vincerò".

L'addio a via dei Taurini. Nel 1992 Ciccio è presidente di Arca, la società editrice de l'Unità. "Il guaio era che qualcuno allora pensò che Repubblica ci rappresentasse, quindi l'Unità diventava quasi residuale". Si adopera per fare entrare i privati nel capitale sociale, gli interlocutori sono Marchini e il Gruppo Angelucci. Non sarà sufficiente a salvare il quotidiano fondato da Antonio Gramsci. Aneddoto. "Si discusse anche della direzione del giornale. L'amministratore delegato Prario girava con una cartellina con una sigla, FR, le iniziali di un notissimo giornalista di Repubblica oggi al Corriere della Sera. Andai a parlare con Veltroni. Mi disse, Ciccio, guarda che di FR a l'Unità ne abbiamo tanti". Il 31 dicembre 1999 chiudono le cronache, l'anno dopo il giornale cessa le pubblicazioni. "Andai da Peppino Caldarola, ci trovammo uno di fronte all'altro a piangere". Il giornale tornerà poi in edicola in formato mignon, prima con l'apprezzata coppia Colombo-Padellaro, poi con gestioni più sfortunate, tra altre chiusure e resurrezioni, fino al 2017, nell'era Renzi.

Infine la diatriba infinita "sul trattino" ("Io non l'avrei mai tolto. So cos'è il centro, di più conosco la sinistra. Non ho mai capito cos'è il centrosinistra") e la mai digerita caduta del primo governo Prodi per mano di Bertinotti e la nomina di D'Alema a presidente del Consiglio con i suoi strascichi velenosi. Anche se come andarono le cose sembra sia stato finalmente chiarito, "a distanza di anni D'Alema affermò di essersi pentito di aver accettato l'incarico per non aver valutato le incomprensioni all'interno del partito". Da premier, alle regionali del 2000 D'Alema "decise di impegnarsi nella campagna elettorale. Poteva anche non farlo visto il ruolo istituzionale. La sera dello scrutinio ci trovammo a Palazzo Chigi con Latorre, Velardi, Cuperlo, la segretaria Ornella Massimi. Eravamo in ansia tendente a depressione. A tarda notte telefonò da casa. Andate pure a dormire, tanto abbiamo perso. Domani mi dimetto. Era il primo capo del governo a dimettersi dopo un'elezione locale".

martedì 22 marzo 2022

La guerra e l'incubo del signor G che si sveglia dopo un mese in coma

 

Bilancio dell'ultimo mese.

Immaginatevi un signor G qualsiasi come nel monologo di Giorgio Gaber. Un signore un po' anonimo, una persona come tante, che legge i giornali, naviga sul web, segue i social, moderatamente ambientalista, pacifista e di sinistra, con una sua idea di società e di mondo, sollevato dalla fine dell'emergenza pandemia, sospeso tra fiducia e scetticismo nella ripresa economica, preoccupato della crisi climatica e dello scontro crescente tra Usa e Cina per la supremazia mondiale. Ebbene, il signor G a metà febbraio ha avuto un incidente ed è finito in terapia intensiva. Un mese in stato di coma. A metà marzo si risveglia, alle prime luci dell'alba. E' solo nella stanza, non ci sono medici, infermieri. Entra l'uomo delle pulizie, il signor G gli chiede di accendergli la tivù, l'inserviente non sa, lo accontenta, pulisce la stanza e se ne va.



Due ore davanti alla tivù.

La Russia ha invaso l'Ucraina. L'Europa è in guerra come ottant'anni fa. Piovono bombe sui centri abitati e sui civili, intere città sono devastate. Gli uomini del paese aggredito erigono trincee, combattono strada per strada, resistono all'aggressore. Milioni di donne, vecchi, bambini, animali costretti a nascondersi e vivere nei rifugi, sottoterra, o a sfollare nei paesi vicini. Nelle città assediate manca il pane, l'acqua, l'elettricità, la connessione internet. Nei paesi europei che si sono schierati contro l'aggressore cominciano a scarseggiare gas, petrolio, generi di prima necessità. Per fare il pieno di benzina ci vuole un mutuo, il raddoppio del costo dell'energia mette in crisi le famiglie e fa chiudere le fabbriche. Riaprono le centrali a carbone, si ricomincia a trivellare l'Adriatico, si importa grano e granoturco ogm dal Canada e dall'America. Molti miliardi del Next Generation Eu stanziati per il rilancio e la trasformazione ecosostenibile e digitale dell'economia europea vengono dirottati su nuove emergenze: approvvigionamento energetico, effetti delle sanzioni economiche alla Russia, contenimento dell'inflazione, accoglienza di milioni di profughi di guerra. La spesa per la difesa passerà dalla media europea attuale dell'1,3% del Pil al 2%. Romania e Estonia sono già al 2,5%, l'Italia ha deciso quasi all'unanimità di portarla da 25 a 38 miliardi di euro l'anno (104 milioni al giorno), la Germania ha stanziato 100 miliardi per il suo riarmo. Intanto il virus dato per morto è risorto, siamo nella quarta ondata.

Il signor G è atterrito. E' rimasto per tutto il tempo con lo sguardo fisso sulla tivù, in apnea, incapace di fare qualsiasi movimento, di deglutire, di spiccicare parola. Entrano due infermiere. Lo guardano. Guardano la tivù accesa sulle all-news. Si guardano. Un brivido. Una gli si avvicina e sussurra: da quanto tempo è sveglio? Il signor G non risponde, chiude gli occhi, non muove un muscolo, due lacrimoni gli scendono sulle guance. L'infermiera tira un sospiro di sollievo: "Un riflesso condizionato, è sempre in coma, meno male, pensa se si svegliava. Ma chi sarà stato quel cretino che ha acceso la tivù?"