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martedì 17 settembre 2019

Quel che penso dell'uscita di Renzi dal Pd e della sinistra che ancora non c'è


Dunque Renzi lascia il Pd e annuncia la nascita di un suo partito di cui svelerà il nome alla Leopolda. Dice che se ne va perché nel Pd manca una visione di futuro, lui, il “nientalista” di Crozza. Perché vuol combattere Salvini e non difendersi dal fuoco amico, lo stesso che ora rivolge alla leadership di Zingaretti. E perché in quel partito lì ormai si sente un intruso: proprio lui, che ha determinato la giravolta dei democratici pro governo con gli odiati Cinquestelle e che ancora controlla i gruppi parlamentari. L'annuncio dell’uscita dal Pd e della nascita del Pdr (partito di Renzi) la fa telefonando a tutti tranne che a Zingaretti. Leggere, poi, che ha chiamato il premier dei grillini per dargli in anteprima la notizia, non ha prezzo. A entrambi, Zingaretti e Conte, manda naturalmente un bel “stai sereno “. Oggi apre Repubblica con una intervista esclusiva. Stasera sarà da Vespa. E scommetto che comparirà anche da Floris e dalla Berlinguer. È tornato gran protagonista, al centro della scena. E questo fa capire il perché lo fa e dove va. Lo fa perché lui non potrebbe mai stare in un partito, in una qualsiasi associazione e perfino in una bocciofila senza esserne il protagonista, il capo. E va dove lo porta il suo ego smisurato. Leggere questo passaggio dell'intervista a Repubblica per credere: "Il Pd nasce come grande intuizione di un partito all'americana capace di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie. Chi ha tentato di interpretare questo ruolo è stato sconfitto dal fuoco amico". Meditate gente, meditate.

Detto questo io penso che l'uscita di Renzi abbia, se non altro, il merito di fare finalmente chiarezza nel Pd. Lui non è ora l'intruso in quel partito. Lui è da sempre l'intruso nella sinistra. Il Blair di Rignano che ha sposato le tesi più liberiste e rottamato i totem del socialismo. Il rottamatore di tutto quel che sapeva di "vecchia sinistra". E su come un uomo che non è di sinistra sia riuscito a scalare il partito che della sinistra doveva raccogliere l'eredità, ci sarebbe ancora di che riflettere. Dov'erano finiti i portatori di idee e valori del Pci, Pds, Ds? Torna in mente la battuta di Nanni Moretti: "Con questi dirigenti non vinceremo mai".

Penso, perciò, che "l'intruso" doveva andarsene prima, già dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre 2016. E penso che la sinistra se non ritrova se stessa, idee e programmi alternativi al liberismo, sulla globalizzazione e lo sviluppo sostenibile, contro le vecchie e nuove disuguaglianze, non ha futuro. Così come penso che il centrosinistra se non è plurale, se non è capace di unire identità diverse attorno a un progetto di cambiamento, è destinato a essere minoranza in Italia. La nascita del Pdr potrebbe quindi, teoricamente, nel medio periodo, essere funzionale a questa pluralità. Se non fosse che c'è il fattore Renzi, che più di alleato nel campo del centrosinistra lo vedo come il vero, unico e credibile erede di Berlusconi.

Nel breve periodo credo invece che la nascita del Pdr renderà ancora più difficile il percorso della faticosa alleanza tra democratici e stellati, quindi la navigazione del governo. Credo che gli elettori del centrosinistra non saranno per niente contenti dell'ennesima scissione e che si sentiranno traditi per l'ennesima volta dai propri dirigenti: il popolo del centrosinistra è più avanti di loro, crede davvero nell'unità nella diversità, ha ancora in testa e nel cuore l'Ulivo vincente di Prodi, e continua a non sentirsi rappresentato. Credo, infine, che in una prospettiva non lontana si arriverà anche a una rifondazione del Pd, se non al suo superamento. Del resto il Pd rimane la grande incompiuta di questi ultimi vent’anni: il partito del centrosinistra nato dal notaio, con separazione dei beni, per interesse, tra i notabili di Ds e Margherita, e non da quel sentire comune tra sinistra storica e cattolicesimo democratico che pure è diffuso nel popolo del centrosinistra. Un morto che cammina, temporaneamente resuscitato da Salvini e dalla paura della destra.

martedì 10 settembre 2019

Il nuovo governo visto dalla festa nazionale dell'unità di Ravenna. Salvini come nella fiaba "Kirikù e la strega Karabà" resuscita il villaggio Pd in agonia



Erano diversi anni che non andavo a una manifestazione di chiusura della Festa nazionale dell'Unità. Domenica sono andato a quella di Ravenna. Ero curioso di capire qual era il clima dopo l'accordo Pd-Leu-M5S e la costituzione del nuovo governo. Di vedere com'è cambiata nel tempo quella kermesse. E anche di scoprire perché la si continui a chiamare dell'Unità con il "dell" attaccato ma la "U" maiuscola che era propria de l'Unità, il giornale a cui erano dedicate le feste che dopo essere stato malamente chiuso dal Pd non esiste più, se non nelle squallide manovre per tentare di salvare il nome della testata ricorrendo, addirittura, alla firma di Maurizio Belpietro come direttore responsabile. Allora parto proprio da qui, da quest'ultima questione. Il motivo, l'ha spiegato anche Zingaretti nel suo comizio, è nel valore dell'unità che il "suo" Pd vorrebbe al proprio interno, per la sua comunità e per il Paese. Un valore che al segretario è molto caro, che egli ha perseguito con tenacia interpretando bene, bisognerà pur dirlo, un sentimento diffuso tra gli elettori e i militanti del partito. "E' finita la stagione dell'io, è tornata quella del noi", dice orgogliosamente Zingaretti alzando la voce e suscitando il forte applauso del pubblico. Anche se l'impressione che si ha è che quella unità sia ancora molto di facciata, o meglio, di convenienza, e non si sa se e quanto potrà durare. Ma se unità dev'essere che sia con la "u" minuscola. E che anche le feste diventino dell'unità, non più dell'Unità, o peggio ancora de l'Unità come ancora se ne vedono in giro. Se non altro per il rispetto che si deve alla testata fondata da Antonio Gramsci e ai giornalisti che ci lavoravano, licenziati e molti ancora in causa con l'editore per il mancato riconoscimento dei loro diritti.

Dopo di che la cosa che più mi ha colpito ieri a Ravenna è il miracolo compiuto da Salvini. Affidandosi alla madonna e baciando rosari, non solo è riuscito a fare il più incredibile degli autogol; non solo è riuscito a far cadere il governo e a far saltare un'alleanza con i Cinquestelle che giorno dopo giorno ingrassava l'ex Ministro della Paura e la sua Lega come il mostro che prosciugava la fonte del villaggio nella favola "Kirikù e la strega Karabà"; ma è addirittura riuscito a resuscitare il Pd, che fino all'altro ieri era il classico morto che cammina. L'aria che si respirava domenica a Ravenna era euforica, il clima tra i militanti e gli elettori era di ritrovata fiducia, direi perfino di entusiasmo. Poche le facce tristi, scettiche, silenti. Tanti gli applausi e i "Nicola Nicola Nicola" ritmati al segretario. Tanto che, a un certo punto, il pubblico s'è messo a cantare non solo "Bellaciao", ma perfino "Bandiera rossa", sollevando da lì a poco le critiche dei renziani. Del resto quell'aria nuova, mi sembra, è quella che si respira anche nel Paese. Più per il sollievo di vedere Salvini fuori dal Viminale e la trucida Lega all'opposizione che per la fiducia nella nuova alleanza Pd-M5s, direi. Ma tanto è. E Zingaretti, non so se credendoci davvero o se per motivare ancor più la truppa, coglie la palla al balzo e annuncia "adesso cambia tutto, da domani si volta pagina, finisce l’era del populismo, chiudiamo la stagione dell’odio e apriamo quella della politica della speranza”. Mettendo un'enfasi che a me è sembrata eccessiva sulle potenzialità del nuovo governo e dello stesso Pd, e spandendo aspettative che non si sa quanto potranno effettivamente realizzarsi nel quadro degradato e ancora avvelenato della politica attuale e nella difficile situazione socio-economica in cui ci troviamo. Ma questo è solo il mio parere. Chi vivrà vedrà.

L'altra cosa che mi ha colpito, positivamente, è che da Zingaretti ho ascoltato finalmente anche qualche pensiero lungo. Il primo rivolto al governo: "Per evitare che torni la destra, che è forte nella società - ha detto - bisogna che i nostri ministri non pensino ai prossimi dieci mesi, ma alla bambina o al bambino che in queste ore sta nascendo a Palermo, a Ravenna, a Milano”. Il secondo è sull'idea di sviluppo e sul clima. "Il mondo brucia - ha gridato il segretario - si consuma in maniera molto più veloce di quanto ci si potesse immaginare. L'Italia nuova sarà quella dello sviluppo sostenibile. Ai ragazzi di questa Europa i nostri padri hanno garantito la pace. La nostra missione etica e culturale ora, in questo secolo, è quella di pensare a un modello di sviluppo diverso, basato sulla sostenibilità ambientale e sociale per i prossimi 100 anni". Il terzo è sull'Europa, con una sfida mooolto impegnativa: "Dobbiamo riscrivere la storia - dice Zingaretti - negli anni Venti di questo secolo ci batteremo perché l'Italia possa guidare un movimento che porti entro la fine del prossimo decennio all’elezione diretta del presidente degli Stati Uniti d’Europa". Ha volato troppo alto? Probabile. Ma sentire qualche idea, qualche ragionamento che va oltre i cori anti-Salvini e guarda al futuro, al possibile ruolo del Pd e della sinistra nel complesso mondo di oggi, un po' rincuora.

L'ultima constatazione, negativa nella sua banalità, è che non ci sono più i partiti e le feste di una volta. Quando c'era il Pci la manifestazione di chiusura della Festa nazionale de l'Unità era un grande fatto di popolo: centinaia di migliaia di persone arrivavano da tutta Italia per ascoltare il segretario che parlava in ampi spazi aperti. Domenica a Ravenna Zingaretti ha tenuto il suo comizio sotto a un tendone, in uno spazietto, davanti a qualche migliaio di persone. E quelle che venivano da fuori, mi è parso, erano più che altro quelle sul palco: Gentiloni, i ministri, gli altri dirigenti del Pd. Più qualche sparuto gruppo organizzato. Ma tant'è.



giovedì 29 agosto 2019

L'accordo di governo tra Cinquestelle e Centrosinistra: più dubbi che certezze. Ora Conte dimostri di essere uno statista e non il paraculo che è finora sembrato



Una settimana fa, quando la crisi di governo era ancora in alto mare, in bilico tra doppi forni ed elezioni, avevo previsto l'accordo Cinquestelle-Centrosinistra e il reincarico a Conte https://www.globalist.it/politics/2019/08/24/salvini-di-maio-e-renzi-tre-piccoli-uomini-dominus-della-nuova-politica-italiana-2045449.html. Scrivevo che "tutto sommato sarà un bene per il Paese, se non altro per fermare la deriva fascioleghista in cui stavamo precipitando. Ma non so se lo sia per la politica italiana, che ha un disperato bisogno di recuperare credibilità tornando a formare classe dirigente. E non so se lo sia per la sinistra, che ha anch'essa un disperato bisogno di ritrovare se stessa e una ragion d'essere nel mondo nuovo e globalizzato di oggi".

Oggi, dopo aver ascoltato il discorso del presidente incaricato, e quello di ieri di Di Maio all'uscita dal Quirinale, non so se compiacermene. Né della previsione azzeccata, né dell'auspicio. Di positivo, oggi, vedo l'uscita dal Viminale di Salvini, che ancora ieri ha vietato lo sbarco alla nave italiana Mare Jonio che ha salvato 98 naufraghi, di cui 22 bambini, mentre almeno 6 persone sono annegate; e vedo il suo passaggio dalle stelle di governo (il boom di consensi virtuali conquistati seminando odio e razzismo, le elezioni invocate per avere "pieni poteri") alle stalle dell'opposizione (con l'autogol clamoroso della crisi d'agosto e i tentativi patetici di tornare indietro). Di positivo anche se bizzarro, almeno per quelli come me che sono di sinistra, vedo anche l'incredibile anomalia di un Paese che nel momento di maggior consenso alla destra, al sovranismo e al populismo si appresta a varare un governo che, almeno sulla carta, è quello più spostato a sinistra di sempre, con dentro anche pezzi della "sinistra sinistra". Un governo, si potrebbe anche dire, espressione di un vasto quanto minoritario, variegato e finora assai mal rappresentato elettorato di centrosinistra che va dagli ex comunisti ed ex democristiani ai riformisti di stampo socialista, cattolico e liberale, dall'ambientalismo all'antipolitica e all'astensione "di sinistra"; in altre parole, da Fratoianni a Bersani, da Zingaretti a Renzi, da Fico a Prodi.

Detto questo, ciò che si va profilando è soprattutto il "governo delle giravolte". Con un premier che 15 mesi fa prometteva a braccetto con Salvini e Di Maio "un anno bellissimo", che ha avallato e firmato le peggiori leggi e i peggiori provvedimenti di destra (decreti sicurezza, porti chiusi, legittima difesa), e che ora descrive invece un Paese in profonda crisi da risollevare con un altro progetto politico e riformatore all'insegna della "novità". Con un vice premier (Di Maio) che considera destra e sinistra "superate", che rivendica per intero la politica perseguita e attuata nell'ultimo anno dall'alleanza Cinquestelle-Lega, pretende che il programma stellato diventi il programma di tutto il governo e incensa il Conte Pio come il campione di un "nuovo umanesimo", roba che De Gasperi, Moro o Berlinguer gli fanno un baffo a quello lì. Con chi nel Pd mai e poi mai avrebbe anche solo accettato di dialogare con i grillini, figurarsi l'alleanza (#senzadime) e in questa crisi si è rivelato il primo sponsor del governo giallorosso, a prescindere. E con un segretario del Pd che ha inutilmente invocato discontinuità e svolta ma è stato costretto, dai suoi amici e compagni di partito quasi più che dai suoi alleati di governo, a ingoiare il Conte Bis e le sparate di Di Maio, che è ancora quello del "mai con il partito di Bibbiano che ruba i bambini alle madri". Il povero "Zinga", che si è comunque dimostrato di gran lunga il più equilibrato di tutti nella conduzione di questa crisi dell'assurdo, avrebbe preferito andare alle elezioni provando, nel frattempo, a ricostruire un "fronte largo" di centrosinistra, qualcosa che nelle intenzioni somigliava molto all'Ulivo di Prodi. Probabilmente non ci sarebbe comunque riuscito, vista la vocazione di Renzi a sfasciare tutto quel che sa di vecchia sinistra per riprendersi il partito o farsene uno suo personale (come del resto vuol fare Calenda). Ma l'uomo di Rignano, i gruppi parlamentari e il ceto politico che s'è impadronito del Pd, con qualche assist esterno politico e mediatico di rilievo, lo hanno di fatto costretto a dire sì "governo delle giravolte".

La morale è che ci troveremo con un esecutivo e una maggioranza dove i due alleati principali, Cinquestelle e Pd, manifestano un approccio ai problemi e una visione del Paese e delle politiche necessarie per salvarlo, in molti casi diametralmente opposte. Con entrambi i partiti divisi al loro interno: il M5S tra chi voleva rimanere con la Lega o andare a votare e chi era invece propenso all'intesa coi democratici; il Pd tra chi voleva andare alle elezioni, anche per ridefinire identità e contenuti del proprio campo, chi era invece propenso a tentare la strada di una nuova alleanza di governo in chiave europea, anti-populismo e anti-Salvini ("Orsola" o similari) e chi l'accordo con gli ex nemici numero uno Grillo e Casaleggio l'ha voluto a prescindere, per spregiudicatezza politica e smania di potere. Che dire? Se queste sono le premesse è difficile immaginare che un simile governo possa reggere a lungo, che ci sia davvero discontinuità e svolta, e che dentro quest'alleanza la sinistra possa ritrovare la sua anima e la strada del suo rilancio. Si può solo sperare che gli interpreti principali delle giravolte siano tolti di torno, che il lavoro comune al governo possa servire da decantazione per trovare una sintonia vera, di idee, programmi e soluzioni, tra stellati e democratici, sintonia che probabilmente c'è in una parte dei loro elettori ma non nei loro dirigenti. Per questo non si può che rimpiangere il rigore calciato al vento sei anni fa dai grillini dopo la "non vittoria" del Pd, quando la possibilità di far nascere un'alleanza sui contenuti e avviare una fase nuova per l'Italia c'era eccome. Per questo oggi bisognerebbe che parecchi big del Pd e del M5S avessero almeno il buon gusto di chiedere scusa al buon Bersani.

mercoledì 29 maggio 2019

La destra conquista Predappio e per prima cosa il nuovo sindaco annuncia la riapertura della tomba del Duce. In un mio libro la storia di quando il Presidente del Consiglio Adone Zoli, democristiano predappiese, si fece convincere da Donna Rachele a riportare a casa la salma di Mussolini, col benestare del sindaco comunista

Per la prima volta dal dopoguerra Predappio è stata conquistata alle elezioni comunali dalla destra. Il neo sindaco, Roberto Canali, sostenuto da Salvini e Meloni, ha dichiarato che per prima cosa farà riaprire tutti i giorni la cripta del Duce, che era stata chiusa. Perché, ha spiegato, "Mussolini richiama ancora tanta gente, turismo e commercio a Predappio girano attorno alla sua figura". E a proposito delle tensioni e delle polemiche per le adunate che almeno tre volte l'anno - nelle ricorrenze del 29 luglio (nascita di Benito), 28 aprile (morte) e del 28 ottobre (marcia su Roma) - portato nella cittadina romagnola orde di nostalgici e neofascisti con camicie nere, fez e saluti romani, dice: "Per me queste cose sono superate. Serve solo buonsenso e lasciare annacquare le tensioni". Insomma, par di capire che con l'aria che tira nel Paese e con la nuova giunta comunale, d'ora in poi a Predappio sarà festa tutto l'anno. Per i neri, s'intende. 



Ma com'è nato il fenomeno del turismo nero a Predappio? E qual è la storia di questa città di fondazione? Io ho provato a raccontarlo nel libro "Gli intrighi di una Repubblica" (Pendragon, 2012) su quando San Marino era l'avamposto del comunismo in Occidente e i governi degli Stati Uniti e dell'Italia, con l'aiuto determinante della Cia e della Dc, organizzarono un colpo di stato per rovesciare i socialcomunisti al potere, insediando un governo fantoccio a Rovereta, al confine tra Italia e San Marino, subito presidiato dai blindati italiani e riconosciuto dagli Usa. E' il primo giorno di ottobre del 1957. Presidente del Consiglio è un predappiese doc, il democristiano Adone Zoli. Che qualche mese prima, d'accordo con Donna Rachele e col benestare del sindaco comunista, ha fatto portare a Predappio la salma del Duce. 
Di seguito ampi stralci del capitolo 8 del libro dedicato proprio a questa vicenda.






.... Nei giorni cruciali del ribaltone a San Marino, quando gli Usa, il segretario Dc Fanfani e il ministro dell’Interno Tambroni sollecitano il governo italiano a stringere la morsa attorno ai social comunisti e ad insediare l’autoproclamato governo provvisorio democristiano e socialdemocratico, il presidente del Consiglio, Adone Zoli, temporeggia, non si decide a sposare la linea dura, a chiudere la partita con i "rossi" mandando i carabinieri e i blindati a Rovereta. Perché quest’omone dalla faccia buffa e bonaria, dall'anima contadina e romagnola prima che democristiana, tentenna? Per capirlo bisogna spostarsi indietro di qualche mese, all'estate del 1957, e a qualche chilometro di distanza dal monte Titano, nella vicina Predappio. Di cui, però, prima bisogna raccontare un po’ la storia. Una storia recente, perché fino agli anni Venti Predappio non esisteva proprio.

La storia comincia il 29 luglio 1883: il giorno in cui nasce Lui. E’ figlio di una maestra elementare, Rosa Maltoni, e di un fabbro ferraio con la passione per la politica, Alessandro Mussolini: un socialista anarchico che ebbe un ruolo importante nella storia del socialismo romagnolo. Fu grazie al suo impegno, ad esempio, che Andrea Costa, nel 1882, venne eletto alla Camera dei deputati. Per la sua storica elezione risultarono infatti decisivi i circa mille voti che Mussolini padre era riuscito a convogliare sull'amico e compagno anarco-socialista. Ma Alessandro era anche un uomo assai focoso. Tanto che una volta, a inizio secolo, a una consultazione elettorale, quando scoprì che lo scrutinio stava facendo vincere i liberali e perdere i socialisti, rubò le urne del seggio e scappò via con tutte le schede; salvo poi essere ripreso e arrestato. Che Alessandro Mussolini sia un passionale lo si capisce anche dai tre nomi che sceglie per il figlio primogenito: Benito in memoria di Benito Jàrez, leader rivoluzionario ed ex presidente del Messico; Amilcare, come il patriota anarchico Amilcare Cipriani; Andrea, come il suo il suo amico e maestro Andrea Costa, figura storica del movimento anarchico in Romagna e, per l’appunto, primo deputato socialista italiano.

Benito, Amilcare, Andrea Mussolini nasce in una povera casa in località Dovia, frazione del Comune di Fiumana. La casa dove, trentatré anni prima, era nato anche Alessandro e dove si era appena rifugiato per qualche giorno Giuseppe Garibaldi durante la sua fuga verso Venezia dopo il fallimento della Repubblica Romana, nel 1849. Una casa con appena due stanze, di cui una adibita a cucina dove Benito e il fratello Arnaldo passano gran parte del loro tempo. Nello stanzone ai piedi della scala c'è, invece, la bottega da fabbro del padre Alessandro, che diventa anche luogo di incontro del movimento anarco-socialista, visto con molta preoccupazione dalla moglie Rosa Maltoni, che cerca più volte di frenare l’impeto e l’attività politica del marito. Predappio ancora non esiste. C’è Predappio Alta, con le sue origini antiche, il borgo e il castello medioevale, famosa per la bontà del suo Sangiovese e per le cantine quattrocentesche della Rocca. Queste ultime sono di proprietà della famiglia Zoli, che nel 1887, quattro anni dopo la nascita di Benito Mussolini, darà i natali ad Adone, un altro figlio di quella terra che farà parlare di sé. Pochi decenni dopo, Predappio Alta e Fiumana non esistono più, vengono cancellate dal fascismo, mentre Dovia diventa Predappio, città di fondazione, costruita dal niente a misura e immagine del Duce e del fascismo.

Benito da giovanissimo si forma sui libri e le riviste custodite in casa di Alessandro. La sua crescita culturale di autodidatta del marxismo e dell’ideologia anarco-socialista sui generis, la sua indole rivoluzionaria e anche la sua anima anticlericale prendono forma in quelle due povere stanze, sotto l’influenza del padre. Quando imbocca la strada che lo porterà a diventare il Duce del fascismo, la casa natale di Dovia diventa ancor più inadeguata. Così la famiglia Mussolini si trasferisce in un’altra abitazione della zona: Palazzo Varano, che diventerà dagli anni Venti il Palazzo del Podestà e dopo la Liberazione sarà la sede del Comune di Predappio. Nella sala del Consiglio c’è ancora il “trono” dove sedeva Lui. E dal balcone del suo ufficio, ancora si vede la scala a freccia che punta Rocca delle Caminate, la residenza estiva del Duce, dove dopo la caduta del fascismo si tenne anche il primo Consiglio dei ministri della Repubblica di Salò. Il Palazzo, lo scalone, la piazza, la chiesa: tutta Predappio viene edificata dal 1920 applicando l’iconografia del regime. I maggiori architetti dell’epoca, chiamati dalla propaganda del regime, la modellano come città prototipo dell’architettura razionalista. Addio all'antico borgo contadino e alla culla del Sangiovese, c’è solo Predappio che da allora in poi sarà “la città del Duce”, e basta. Nel 1923, a quarant'anni dalla nascita e a pochi mesi dalla presa del potere, la casa natale viene donata dagli abitanti di Predappio a Benito Mussolini. E il Duce la trasforma in una casa della propaganda fascista.

C’è però un problema: nella nuova Predappio, la città modello del fascismo, non vuole andare ad abitare quasi nessuno degli abitanti della valle. Quelli di Predappio Alta vogliono rimanere nelle povere case che si raccolgono attorno all'antica rocca. Quelli delle case sparse di Fiumana, di Dovia e dintorni vogliono restarsene dove sono nati e cresciuti i loro genitori e i loro nonni. Così, per evitare che il disegno degli architetti e del regime non diventi un clamoroso flop, Benito Mussolini chiama l’industriale Giovan Battista Caproni, l’Agnelli dell’aeronautica italiana, e gli ordina di costruire a Predappio, lassù, in mezzo alle colline, lontano dalle grandi vie di comunicazione, niente meno che una fabbrica di aeroplani. Per superare la “stranezza logistica” di quel nuovo insediamento, farà poi costruire a Forlì l’aeroporto.

Agli inizi degli anni Trenta gli aerei della Caproni sono la base per la costruzione delle nuove squadriglie nazionali di bombardamento. Così il Duce coglie, come si suol dire, due piccioni con una fava. La nuova fabbrica inizia la sua attività nel 1935. Gli aerei vengono costruiti nelle officine, quindi smontati e trasferiti all'aeroporto di Forlì per l’assemblaggio. L’occupazione arriva rapidamente fino a mille operai e popola progressivamente Predappio. Allo stesso tempo, la Caproni diventa il simbolo della potenza e dell'infallibilità del regime fascista con la costruzione degli aerei trimotori Savoia Marchetti S.M. 81 Pipistrello. Finita la guerra, la Caproni aeronautica di Predappio viene chiusa e quasi interamente smantellata. Ma nei due tunnel a 60 metri sotto terra, lunghi 130 metri, dove venivano prima costruiti e successivamente nascosti i caccia durante la guerra per metterli al riparo dai bombardamenti, c’è ora un progetto di alcune prestigiose università (il “Progetto Ciclope”) per far nascere un laboratorio internazionale unico al mondo per lo studio delle turbolenze degli aerei. Pare, infatti, che quelle gallerie siano il non plus ultra per quel tipo di esperimenti.

Nel 1957 il Duce, il fascismo e la Caproni sono finiti tutti da tempo a testa in giù. Adone Zoli, il politico contadino, l’antifascista cattolico che ha fatto carriera nella Dc, dopo essere stato per due volte ministro (Giustizia e Bilancio) nel giugno di quell'anno succede ad Antonio Segni e diventa Presidente del Consiglio dei ministri. La vedova di Mussolini, Rachele Guidi, tornata nel frattempo a vivere a Predappio, va dall'illustre concittadino, che conosce bene per via dei solidi legami che esistono tra le rispettive famiglie, e gli dice: “Adone, cosa facciamo del corpo di Benito? Mica possiamo lasciarlo in eterno nascosto nei sotterranei di un convento nel milanese. Diamogli un po' di pace, riportiamolo a casa”.

Quella dei resti di Mussolini è un’altra storia che merita di essere ricordata. Catturato a Dongo dai partigiani mentre cerca di fuggire in Germania travestito da tedesco, fucilato assieme a Claretta Petacci il 28 aprile 1945 a Tremezzina, oggi Mezzegra, in provincia di Como, portato il giorno dopo a Milano ed appeso a piazzale Loreto, Benito viene dapprima sepolto nel cimitero milanese di Musocco, in una tomba anonima. Ma un anno dopo il segreto viene scoperto dai nostalgici del Fascio. Nella notte tra il 22 ed il 23 aprile 1946 la tomba è individuata dal neofascista Domenico Leccisi e dai suoi complici, che trafugano il cadavere. Nella fuga precipitosa, la bara scivola alla presa dei tombaroli, cade a terra, si apre, e nell'urto dal cadavere di Mussolini, già martoriato, si staccano alcune falangi di una mano. Solo nell'agosto successivo, dopo diverse peripezie, si riesce a recuperare la salma del Duce. Il Presidente del Consiglio, De Gasperi, decide di nasconderla in un luogo più sicuro del cimitero e chiede per questo il supporto all'arcivescovo di Milano. La bara viene così parcheggiata a Cerro Maggiore, paese alle porte di Milano, nei sotterranei del convento dei frati cappuccini. E lì rimarrà per 11 anni, fino a quando non diventa Premier Adone Zoli.

Il presidente del Consiglio, dunque, si fa convincere da Donna Rachele a seppellire il Duce nella tomba di famiglia, nel cimitero di San Cassiano. Zoli chiama il sindaco di Predappio, Egidio Proli, e gli riferisce la proposta della vedova di Benito. Proli, che è un comunista sanguigno e tutto d'un pezzo, gli risponde più o meno così: “A me Mussolini non m’ha fatto paura da vivo, figuriamoci se mi fa paura da morto”. E’ fatta. Le spoglie del Duce tornano a casa. Il trasporto avviene in due tappe, su un’auto anonima scortata da un frate, Carlo da Milano, e da un alto funzionario di polizia, Vincenzo Agnesina, che raggiunge il cimitero di San Cassiano di Predappio attorno a mezzogiorno del 30 agosto 1957.

Appena la notizia si diffonde, i predappiesi si arrabbiano moltissimo: di Mussolini ne hanno avuto abbastanza. Vanno dal sindaco e gli chiedono conto del ritorno a casa del “puzzone”, come l'avevano chiamavano dopo la sua morte. Partigiani e antifascisti, i vertici dei partiti e delle associazioni della sinistra insorgono. Edidio Proli viene messo in croce da tutti. Ma lui scrive una lettera, pubblicata da l’Unità, e dice che non c’entra, che non ne sapeva niente, che ha fatto tutto il governo, che la colpa è di quel "democristianone" di Adone Zoli. Quest’ultimo però non ci sta a prendersi la responsabilità e le colpe dell’operazione. Così scrive al sindaco comunista in carta intestata della Presidenza del Consiglio e ricorda a Proli, mettendola nero su bianco, la frase pronunciata nel loro colloquio: “.. non abbiamo paura dei vivi, vuole che abbiamo paura dei morti?”. Apriti cielo. Si scatena una polemica ferocissima, fuori e dentro il partito, a Predappio, in Romagna, in Italia. E la guerra di propaganda tra comunisti e democristiani su di chi è stata la colpa del ritorno del Duce a Predappio, durerà anni.

Intanto i resti di Benito sono stati sistemati nella cripta sotterranea della famiglia Mussolini dove in seguito verranno poi sepolti anche la moglie, Rachele Guidi, i figli Bruno, Vittorio e Romano. Il ritorno a casa del Duce, però, cambia un'altra volta il corso della storia della città. Predappio, da poco riconquistata alla libertà e alla democrazia, diventa meta di un continuo e crescente pellegrinaggio di fascisti, nostalgici e curiosi, ma anche di tanti, troppi giovani che arrivano con look da ultras, indossando simboli nazi-fascisti, e che sono attirati dall'iconografia nazi-fascista, dal mito dell’uomo forte e dal fascino della violenza. Nel libro delle visite dilagano le svastiche e i “boia chi molla”. Le presenze sono centomila l’anno: trecento persone che ogni giorno vanno a Predappio per vedere la tomba del Duce, visitare la sua casa natale e i palazzi del Podestà - ancora oggi sede del Comune - e del Fascio; per acquistare busti e manganelli nei tre negozi tre di souvenir che fanno i soldi a palate con i gadget “made in China” del fascismo. Senza contare le adunate in camicia nera e saluti romani per le ricorrenze del 29 luglio (anniversario della nascita di Benito), 28 aprile (morte) e del 28 ottobre (marcia su Roma).

In quelle tre date simbolo i raduni fascisti vengono benedetti da padre Giulio Maria Tam, il prete vangelo e manganello, una stazza da gigante (“la tonaca è la mia camicia nera taglia XXL”, dice), seguace del vescovo francese ultra-tradizionalista Marcel Lefebvre, scomunicato dalla Chiesa. Curioso personaggio, don Tam. Valtellinese di origine, figlio di democristiani, un fratello leghista, un altro che è stato consigliere regionale dei Ds in Lombardia, nipote di Angelo Maria Tam, una terziaria domenicana che aveva dedicato la vita a Dio e al Duce, faceva l’ausiliaria nella Repubblica di Salò e venne fucilata alla fine della guerra dai partigiani, Giulio Maria Tam viene stregato dal fascismo quando ha appena 15 anni, alimenta da prete più la fede nel Duce che in Dio fino a diventare una icona dei neo-fascisti e neo-nazisti di mezzo mondo. A Predappio padre Tam va a fare la “pastorale fascista” celebrando messa per Mussolini, dove puntualmente esordisce così: “Camerati, nel nome del padre, del figlio e dello spirito santo”. Segue saluto romano. Alle elezioni europee del 2004 si candida con la lista Alternativa sociale della “Ducia”, la nipote di Benito, Alessandra Mussolini. E alle comunali del 2009 a Bologna è il candidato sindaco in pectore per Forza Nuova, ai cui militanti tiene corsi di formazione. Il loro leader, Roberto Fiore, secondo il don in camicia nera allungata è “un bell'esempio di padre di famiglia: ha avuto 11 figli tutti dalla stessa donna”. Oltre che per i raduni di Predappio e le candidature con la destra neo-fascista, padre Tam negli ultimi anni sale agli onori della cronaca per la sua crociata contro “l’invasione islamica”, che conduce canticchiando al ritmo di “papaveri e papere” la seguente filastrocca: “E adesso per gli islamici / adesso arriva il bello / rosario e manganello! / rosario e manganello”.

Predappio diventa prigioniera di tutto questo carico di simboli e di ideologia nostalgica. E perde la storia e la memoria di tutto quel che non è Duce e Fascio. Non si ricorda più del papà di Benito, Alessandro, l’idealista anarchico, poi socialista focoso, che mandò Andrea Costa in Parlamento diventandone amico fraterno. Dimentica Adone Zoli, il secondo figlio di questa terra diventato presidente del Consiglio. Deve rimuovere, perfino, la ricorrenza della Liberazione della città, avvenuta il 28 ottobre 1944: lo stesso giorno della marcia su Roma. E anche quella ricorrenza non è per caso. I soldati inglesi e polacchi, assieme ai partigiani, erano alle porte del paese già da diversi giorni, ma vollero aspettare la data simbolo de 28 ottobre per entrare per costruire un altro simbolo: la città del Duce liberata nel giorno della marcia su Roma. Una decisione che si rivelerà un clamoroso boomerang. A partire dal 1957, tutti i 28 ottobre arrivano infatti a Predappio i pullman con centinaia di camicie nere. Portare in piazza quello stesso giorno gli antifascisti, fare arrivare i partigiani e i militanti di sinistra con il fazzoletto rosso al collo per ricordare la liberazione della città dal nazi-fascismo, diventerebbe molto pericoloso. Così a Predappio, dal 1957, la Liberazione si festeggia sei mesi dopo, il 25 aprile......










venerdì 26 aprile 2019

Giornata bellissima a Cà di Malanca con Nunziatina e Marescotti. "La ragazza ribelle" conquista anche giovani e giovanissimi



Giovedì 25 aprile sono saliti in un migliaio fin lassù, a Cà di Malanca, ai 721 metri di altitudine della vetta appenninica, sul crinale che divide le valli del Lamone e del Sintria, la Romagna dalla Toscana. E molti, moltissimi erano giovani. In tanti si sono arrampicati a piedi, dal fondovalle o da Croce Daniele, dove finisce la strada comunale asfaltata. Altri in auto, percorrendo l'ultimo ripido tratto che porta alla casa che  ospitò i partigiani tra l'autunno del 1943 e l'autunno 1944, fu sede di alcuni battaglioni della 36esima Brigata Garibaldi "A. Bianconcini" comandata da Luigi Tinti, "Bob" e teatro di una delle più cruente battaglie tra truppe tedesche e combattenti per la libertà, che oggi ospita un importante Centro di documentazione sulla Resistenza. Cà di Malanca non è solo uno dei luoghi simbolo della Resistenza. E' un luogo dell'anima oltre che della memoria: come Monte Sole, come la casa dei fratelli Cervi a Gattatico. Ed è anche un posto bellissimo, con i suoi boschi, i suoi prati, la splendida visuale che da lì si ha sulla catena appenninica e sulle valli.

A centinaia tutti gli anni vengono qui a festeggiare il 25 aprile, la Liberazione dall'occupazione tedesca e dal nazi-fascismo, la fine della guerra, la conquista della libertà e della democrazia. Quest'anno erano di più. Venuti a incontrare Annunziata Verità, la mitica Nunziatina, uno degli  ultimi testimoni viventi di quel periodo, della brutalità del fascismo; venuti ad ascoltare il racconto della sua straordinaria e quasi incredibile vicenda umana e politica pubblicato nel libro "La ragazza ribelle" (Carta Bianca Editore, 128 pagine con ricco inserto fotografico, prezzo di copertina 15 euro). Il libro è il romanzo rocambolesco ma straordinariamente reale ispirato alla storia di una piccola grande donna romagnola. La vita quasi mitologica di Annunziata Verità, antifascista fin dal'adolescenza, fidanzata prima e compagna poi di due figure simbolo della lotta contro la tirannide (Marx Emiliani, nome di battaglia Max, giustiziato a Bologna alla fine del 1943, e il perseguitato politico Riccardo Donati, Barisan), staffetta partigiana, condannata a morte e fucilata a soli 18 anni, sopravvissuta all'esecuzione fingendosi morta sotto i cadaveri di altri quattro sventurati finiti davanti al plotone di esecuzione assieme a lei. Poi, ferita ed esausta, con i repubblichini alle calcagna, in fuga avventurosa fino a raggiungere le formazioni partigiane in montagna e la miracolosa salvezza. Una storia che evidenzia anche il ruolo di primo piano - troppo a lungo sottovalutato - delle donne nella Resistenza.



"La ragazza ribelle" narra la vicenda umana e politica di una "donna coraggio" che dopo la fine della guerra prima va a testimoniare in decine di processi contro i criminali in camicia nera, poi, lei così piccola e minuta, va a cercare di persona i suoi aguzzini rimessi troppo presto in libertà, li trova, li affronta senza paura, li spaventa e li mette in fuga. E' la storia "della donna che visse due volte", come ha scritto Gabriele Albonetti nella sua bella prefazione riecheggiando il classico della letteratura gialla di Boileau e Narcejac e il famosissimo film di Hitchok. Una donna diventata icona dell'antifascismo e della Resistenza, e che nel dopoguerra - con le sue scelte amorose fuori dagli schemi, il lavoro da bidella al liceo, le immagini pubblicate nel libro di lei alla guida della Vespa, a cavallo, in minigonna - sarà testimone del percorso di emancipazione femminile verso l'eguaglianza e la parità di diritti che farà poi grandi passi avanti nel decennio riformatore degli anni Settanta.



A Cà di Malanca, dopo il "pranzo del partigiano" (400 pasti serviti ai tavoli, ma in centinaia hanno mangiato al sacco nei prati che circondano l'edificio) c'è stata la celebrazione ufficiale, con l'inaugurazione della bandiera di Cà di Malanca (una goccia di memoria che bagna i petali di una rosa, realizzata dagli studenti delle classi IIA e IIB coordinati dall'insegnante Beatrice Ferrari, dell'Istituto Persolino-Strocchi di Faenza), gli interventi dei dirigenti dell'ANPI (Franco Conti e Sauro Bacchi) e del vice sindaco e assessore alla cultura di Faenza, Massimo Isola. Poi la presentazione del mio libro, con una emozionata Nunziatina sulla sua carrozzina, la giovane storica Chiara Cenni a coordinare il dialogo con l'autore e l'attore Ivano Marescotti che ha letto con grande maestria ed efficacia alcune delle pagine più drammatiche de "La ragazza ribelle" facendo commuovere tutti. Alla fine in tanti sono andati a stringere la mano e ad abbracciare Nunziatina, chiedendole la firma sulle copie del libro. C'era anche la Rai, che l'ha intervistata e ha realizzato due servizi sulla festa della Liberazione a Cà di Malanca. La musica del Trio Bella Ciao ha concluso la manifestazione, con la gente che in coro cantava la canzone simbolo del partigiano e batteva le mani. Una giornata davvero bellissima ed emozionante.  


"La ragazza ribelle" - credo di poterlo dire senza falsa modestia - è un libro, una storia che prende. Andava scritta. E sono molto felice di averlo fatto e di vedere che conquista il cuore e la mente delle persone, anche di quelle più giovani. 
Il 15 aprile a Faenza, la città di Nunziatina, nell'ex chiesa barocca di Santa Umiltà ora splendido Auditorium del Liceo Scientifico e Classico "Torricelli", dove lei ha fatto la bidella per un quarto di secolo, sono venuti in tanti ad ascoltare la sua storia. La prof Gloria Ghetti, moglie dello scrittore Maurizio Maggiani (Premi Strega e Campiello), che ha promosso l'iniziativa, non voleva che gli studenti delle quinte classi partecipassero per "dovere didattico". Così l'ha organizzata al pomeriggio, affinché si sentissero liberi di partecipare o meno. Ebbene, l'auditorium si è riempito di ragazzi che hanno l'età di quando Annunziata Verità, per tutti Nunziatina per quel suo corpo piccolo ed esile, fu condannata a morte e fucilata dai fascisti della Brigata Nera faentina. La prof ha fatto coordinare l'incontro a una studentessa, Giulia, che aveva già letto il mio libro "La ragazza ribelle" ispirato alla storia al limite dell'incredibile della protagonista, le era piaciuto e aveva imposto a sua madre di leggerlo: una cosa che mi ha colpito, perché di solito è il contrario che accade. E Giulia il 25 aprile è andata in diretta sul programma di Radio 3 "Tutta la città ne parla", ed è stata bravissima a spiegare perché quella storia  ha conquistato i ragazzi come lei. Quelli che erano all'Auditorium hanno seguito con attenzione la presentazione, in rigoroso silenzio, commossi. Nunziatina, che oggi ha 93 anni e ha partecipato con gioia a quell'incontro, anche lì seduta sulla sua carrozzina, si è emozionata a sentire raccontata quella sua vita da film. E' riuscita a dire poche cose, ma ad ogni suo breve intervento nell'Auditorium si respirava l'affetto e l'abbraccio di tutti i ragazzi a quella nonna così speciale. Alla fine qualcuno le ha chiesto: "Lei che ha vissuto quella incredibile esperienza cosa vorrebbe dire ai diciottenni di oggi, a quelli che sono qui". E lei, senza esitazione: "Abbasso il fascismo. Viva il 25 aprile". E' seguito un grande applauso.



Due giorni dopo a Sassuolo, nella grande Aula magna dell'Istituto "Volta", Nunziatina non ce l'ha fatta ad esserci, ma la sala era comunque affollata di studenti delle quinte classi dell'Istituto tecnico "Alberto Baggi" venuti all'incontro promosso dal prof di lettere, Corrado Chiarello, e a seguire con attenzione la mia presentazione del libro e la lezione sulla Resistenza dello storico Francesco Maria Feltri. Altre scuole dell'Emilia-Romagna si sono fatte avanti, altri incontri seguiranno, il primo il 31 maggio con gli alunni delle terze medie delle "San Rocco" di Faenza. Sono iniziative che confortano nella fase di rimozione della storia e ritorno ai fantasmi del passato (intolleranza, razzismo, antipolitica, voglia dell'uomo solo al comando) che stiamo vivendo. Coltivare la memoria è cibo per la pace. E rincuora l'interesse e la partecipazione dei diciottenni di oggi per questa storia di memoria e coraggio. Una partecipazione che a me è sembrata politica prima che sentimentale, anche se la parola politica è probabilmente tabù per molti di quei ragazzi.



Nelle prossime settimane altri incontri con i ragazzi (il prossimo il 31 maggio con le terze nedie delle scuole San Rocco di Faenza) e altre presentazioni seguiranno. Ne sono programmate fino al prossimo settembre. Nunziatina è diventata una star, tutti la vorrebbero. Lei, a 93 anni, non può andare a tutte. Ma a quelle con i ragazzi sì, lì non vuole mandare: "Studiate la storia - dice - pensatela come volete, mai più il fascismo". E quando se li vede attorno, interessati, coinvolti, sul volto le si accende finalmente un sorriso.

















giovedì 11 aprile 2019

Sul Titano a raccontare per "L'Italia del Giro" quando San Marino era comunista e per rovesciare il "governo dei rossi" gli Usa e la Dc organizzarono un colpo di Stato


L'intervista con Edoardo Camurri per "Viaggio nell'Italia del Giro", andata in onda domenica 19 maggio su Rai 2 e Rai Storia


Sei anni fa, il 12 aprile 2013, presentai al Teatro Titano di San Marino, con Sergio Zavoli, "Gli intrighi di una Repubblica"(Pendragon editore), il libro che racconta di quando, nel primo dopoguerra, la Repubblica più antica del mondo era diventata l'avamposto del comunismo in Occidente e uno dei simboli della Guerra Fredda. E per porre fine al governo dei "rossi" fu addirittura ordito un colpo di Stato con la regia della Casa Bianca e dall'allora giovane vice presidente Richard Nixon.

Sembra incredibile dirlo oggi, ma andò proprio così. Le sinistre unite continuavano a vincere tutte le elezioni, anche dopo il 1948. La Dc di Fanfani, Scelba e Bigi a San Marino - nonostante il governo italiano facesse di tutto per strangolare economicamente quello dei rossi sammarinesi - non riusciva a scalzare i social-comunisti. Gli Stati Uniti premevano per far finire quell'anomalia impedendo tra l'altro il pagamento a San Marino dei danni di guerra provocati da un bombardamento degli Inglesi.

Dall'altra parte, coi social-comunisti sammarinesi si schierarono figure simbolo del socialismo come Ho Chi Minh, Zagladin, Togliatti, Nenni, Calamandrei, mentre il segretario del Partito comunista sammarinese Giacomoni, gran combattente ma quasi analfabeta, veniva accolto come una star e invitato a parlare alla tribuna dei principali congressi del Comintern. 

La piccola Repubblica, per finanziarsi e sopravvivere all'embargo Occidentale, arrivò ad aprire nel 1948 un Casinò che ebbe un enorme successo (arrivavano con i pullman dalla Riviera), tanto che Scelba - sollecitato dal Vaticano - ordinò il blocco dei confini mandando per due anni polizia e carabinieri a presidiarlo, finché il governo sammarinese fu costretto a chiudere la casa da gioco. 

Alle elezioni del 1955 pareva che la vittoria dei democristiani sui socialcomunisti fosse a portata di mano, e per agevolarla la Dc e gli Usa spinsero un imprenditore sammarinese emigrato in America - Giovanni Michelotti, personaggio straordinario che per ben 25 anni sarebbe poi stato i deus ex machina e vice di Torriani del Giro d'Italia - a organizzare il rimpatrio dei suoi connazionali per votare Dc. Michelotti lo fece, riempì un charter, ma alle elezioni rivinsero i rossi e a quel punto nessuno pagava più il viaggio di ritorno agli emigrati, che furono costretti ad attendere il volo per un paio di mesi, ospiti in una residenza del Vaticano a Roma.   
  
Così per riuscire a rovesciare il governo legittimo del Titano fu infine organizzato - tra agosto e ottobre del 1957 - un vero e proprio colpo di Stato, pianificato all'ambasciata americana di Firenze con la regia della Cia e dell'allora vice presidente Nixon. Vennero corrotti e convinti a passare dall'altra parte alcuni socialisti: quello decisivo fu tal "Piciulà", che portò la minoranza a diventare maggioranza e fu poi ricompensato con la proprietà della casa statale dove prima abitava in affitto e un lavoro da cantoniere. 

Nella notte del 31 settembre 1957 a Rovereta, al confine tra San Marino e Italia, venne insediato un governo fantoccio che Italia, Stati Uniti e altri paesi Occidentali si affrettarono a riconoscere, con il governo italiano che mandò i blindati dell'esercito a presidiarlo, la polizia e i carabinieri a bloccare nuovamente i confini della piccola Repubblica, fino alla resa dei "rossi", a metà ottobre.

La presentazione del libro a San Marino andò molto bene, così come quella organizzata in precedenza a Rimini, sempre con Sergio Zavoli come ospite d'onore e autore della prefazione (a lui sono molto grato per l'aiuto che mi ha dato a ricostruire quella storia). E anche il libro è andato bene. Tuttavia, mi sarei aspettato che su una vicenda al limite dell'assurdo come quella, perlopiù semisconosciuta in Italia, qualcun altro ci lavorasse sopra, rilanciasse la storia, chessò, che un regista decidesse di farci un film o almeno un docufilm. Invece non è successo. 

In compenso nei giorni scorsi mi ha cercato Edoardo Camurri - giovane e brillante giornalista, scrittore, conduttore televisivo e radiofonico Rai - e mi ha invitato a raccontare un po' di quella storia per la trasmissione di Rai 3 "Viaggio nell'Italia del Giro", in occasione della tappa del Giro Rosa che arriverà sul monte Titano. Questa mattina (giovedì 11 aprile) sono andato a girare l'intervista nella Prima Torre di San Marino, la "Rocca Guaita" dove nel medioevo si rifugiava il popolo durante gli assedi. L'intervista andrà in onda il 19 maggio, giorno della tappa sammarinese. Camurri mi ha detto che alla fine dell'intervista potevo anche esprimere un desiderio davanti alla telecamera: l'ho espresso. Chissà che ora a qualcuno non venga in mente di girarlo quel film su quella storia incredibilmente fantastica. Non si sa mai. 

mercoledì 27 marzo 2019

L'omaggio di Faenza alla "ragazza ribelle": tanta gente, calore e commozione alla prima presentazione del libro

E' stata una serata di quelle che non si dimenticano, che mi porterò dentro per sempre. E la cosa più bella è stato vedere l'abbraccio caloroso e affettuoso dei presenti, ma credo di poter dire della sua città, a Nunziatina. Lei era vestita elegante, con la sua immancabile giacca rossa, i capelli freschi di parrucchiera, il fazzoletto dell'Anpi al collo. Ed era emozionata, molto emozionata. Non se lo aspettava quel grande abbraccio, tutto quell'affetto. Non ce l'ha fatta a parlare. Ma è stato bellissimo vederla firmare parecchie copie del libro, prestarsi alle diverse richieste di selfie dei suoi concittadini. La vera star della serata, com'era giusto che fosse. Che coglieva il meritato riconoscimento alla sua vita da partigiana (sempre) e alla sua storia da film.





Era emozionata ma felice, Nunziatina . Oggi, con la complicità di sua nipote Federica, mi ha scritto un messaggio di ringraziamento commovente. Come commovente è stata tutta la presentazione di ieri, martedì 26 marzo, nella sala del Consiglio comunale di Faenza. La sala era strapiena. Si respirava emozione, partecipazione, vicinanza. In tanti sono voluti venire a salutare Nunziatina e a scoprire la storia de "La ragazza ribelle" che molti conoscevano ma solo un poco, a pezzetti. Su di lei, piccola grande donna coraggio, aleggiava, da una parte, un'aura quasi mitologica per quella storia incredibile di una ragazza di 18 anni sopravvissuta alla fucilazione e anche al colpo di grazia della squadraccia fascista che l'aveva condannata a morte per l'agguato a un repubblichino al quale lei, così come gli altri quattro civili fucilati assieme a lei, era del tutto estranea, ma che per i neri era comunque "colpevole di complicità con i ribelli" e perciò andava giustiziata; dall'altra parte, vigeva tra i tanti che l'hanno conosciuta, compresi quelli che le sono stati più vicini, una sorta di timore più umano che riverenziale di chiederle di ricordare, di descrivere cose, dettagli di quella sua esperienza allucinante. Così la sua storia per intero lei non l'aveva mai raccontata prima, anche perché non è facile raccontare per chi certi orrori li ha vissuti sulla propria pelle, e nessuno di conseguenza l'aveva mai scritta. Poi lei ha deciso di raccontarsi con me, non so bene perché, e il libro, se posso dirlo, senza alcuna vanteria, ha il merito di aver messo assieme tutti i pezzi, i detti e i non detti, le testimonianze e i riscontri documentali, e di aver ricostruito il mosaico, la memoria completa di quei fatti accaduti nella lontana estate del 1944 e che ora, visto quello che sta accadendo in Italia e nel mondo, sembrano un po' meno lontani. Questo, credo, è il motivo del successo dell'iniziativa e del libro.





La partecipazione e l'apprezzato intervento della presidente nazionale dell'Anpi, Carla Nespolo, così come il patrocinio del Comune di Faenza e il saluto del vicesindaco e assessore alla cultura Massimo Isola, hanno dato maggior spessore e un giusto rilievo anche istituzionale alla serata. Chissà che non sia foriero anche di qualche riconoscimento formale ad Annunziata Verità, che non guasterebbe proprio. Gabriele Albonetti, autore della prefazione, è stato come al solito bravo a inquadrare il contesto e a mettere in rilievo, in particolare, non solo la figura di Nunziatina ma il ruolo delle donne nella Resistenza, troppo a lungo sottovalutato. A Sauro Bacchi e agli altri esponenti dell'Anpi di Faenza e dell'Associazione Cà di Malanca va il mio sentito ringraziamento per come hanno sostenuto la pubblicazione del libro e organizzato la presentazione di ieri. Un grazie anche all'Istituto storico della Resistenza, allo Spi-Cgil e all'Auser che hanno collaborato alla pubblicazione e diffusione del libro.





Che altro dire? Che adesso ci aspetta un bel tour. Parlo al plurale perché alle prossime presentazioni tutti vogliono la Nunziatina. Lunedì 15 aprile ci sarà l'incontro, chiesto dagli insegnanti, con le quinte classi del Liceo Scientifico di Faenza dove Annunziata Verità è stata per molti anni bidella. Per mercoledì 17 analoga richiesta è stata fatta dall'Istituto tecnico Alberto Baggi di Sassuolo. Poi il 25 aprile la festa della Liberazione a Cà di Malanca, quest'anno dedicata proprio alla "ragazza ribelle", con Ivano Marescotti che verrà a leggere brani del libro. Prima, domenica prossima, 7 aprile, alle 17, questa volta senza la Nunziatina, presentazione alle Librerie Coop nell'ex cinema Ambasciatori di Bologna, con Luca Bottura. A presto e ancora grazie a tutti. 







Qui trovate la rassegna stampa e video sul libro aggiornata: