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mercoledì 12 maggio 2021

Bologna, la polpetta avvelenata di Renzi e le primarie di coalizione senza coalizione


Matteo Lepore e Isabella Conti


Maurizio Ferrini a "Quelli della Notte" l'avrebbe spiegata così: "Lo dice la parola stessa". E il mitico Vujadin Boskov probabilmente così: "Coalizione è quando coalizione c'è". Per la Treccani coalizione significa "accordo, unione, intesa, più o meno temporanea fra partiti, su un programma concordato, per la formazione di un governo". Quindi una coalizione presuppone che più partiti si alleano per governare insieme un paese, una regione, una città, in questo caso Bologna, con obiettivi comuni. Se poi la coalizione è di centrosinistra, dovrebbe essere scontato che i partiti che la compongono siano portatori di idee e valori simili, o quanto meno concordanti. In tale contesto, le primarie di coalizione dovrebbero rappresentare il cemento dell'alleanza, con i partiti alleati che chiamano i loro elettori ai gazebo - i loro, non quelli di altri - per scegliere il candidato sindaco più forte in vista delle elezioni vere del prossimo autunno.

C'è questa alleanza a Bologna? No, non c'è. C'è una coalizione di centrosinistra? No, non c'è. Di certo, al momento, c'è solo il Pd. Se le primarie le vincerà Matteo Lepore - il candidato dem considerato più di sinistra e delfino del sindaco Virginio Merola - ci saranno anche la sinistra sinistra (Coalizione civica e Coraggiosa) ed entreranno i Cinquestelle, ma è probabile che si sfilerà Italia Viva e certo che resteranno fuori Azione di Calenda e i centristi di Bologna civica (area Casini, i commercianti di Giancarlo Tonelli). Se le vincerà Isabella Conti, sindaco in carica di San Lazzaro e figura simbolo di Italia Viva, i Cinquestelle resteranno fuori ed è probabile che si sfilerà anche la sinistra sinistra, mentre è certo che ci sarà Italia Viva e probabile che entreranno anche i civici che ora gravitano sul centrodestra.

Quindi, se l'alleanza ancora non c'è e la coalizione di centrosinistra è così ballerina, che primarie sono quelle del 20 giugno? A cosa servono esattamente? Non a mobilitare la coalizione, dal momento che la sua composizione dipenderà da chi sarà il vincitore. E nemmeno a scegliere il candidato sindaco più forte del centrosinistra, dal momento che se vince la Conti la futura giunta probabilmente non sarà nemmeno più di centrosinistra. Con tanti saluti all'alleanza che il Pd sta faticosamente cercando di costruire con il M5S.Clamorosa è poi la posizione assunta da Bologna civica: Tonelli ha dichiarato che andrà ai gazebo a votare Conti, e se vincerà Lepore si candiderà a sindaco contro di lui con una sua lista. Una situazione kafkiana, specchio dello stato di confusione in cui versa il Pd, in cui gongolano soltanto Renzi e il centrodestra, già al lavoro per mandare i propri elettori ai gazebo a votare Conti e condizionare così l'esito delle primarie. Un caos favorito da un regolamento "tafazzi" che prevede la preiscrizione all'albo degli elettori del centrosinistra soltanto per il voto online, e solo per chi ha lo Spid, mentre ai gazebo è richiesta soltanto una firmetta in calce a un manifesto di intenti al momento del voto.

Gestione disastrosa, dunque. In un anno e più il Pd prima non è riuscito a individuare un candidato forte che si imponesse da sé (il "briscolone" di bersaniana memoria), e dopo non ha trovato l'accordo su un candidato unitario, diviso com'è tra ex comunisti, ex democristiani e renziani in sonno. Per un anno sono stati in pista i "semplici bastardi" del sindaco Virginio Merola: gli assessori Lepore, Alberto Aitini e Marco Lombardo (questi ultimi della corrente post renziana Base Riformista). Poi è arrivato Lo Renz d'Arabia, ha piazzato la sua polpetta avvelenata lanciando la candidatura di Isabella Conti e ha mandato in tilt il Pd. Due dei tre candidati Dem, Lombardo e Aitini, quest'ultimo era anche segretario cittadino del Pd, sono già saliti sul suo carro. E con la candidata di Renzi si sono schierati anche l'ex segretario delle federazione (Francesco Critelli), un consigliere regionale (Giuseppe Paruolo) e l'europarlamentare Elisabetta Gualmini, che si è offerta di costruire il programma per Bologna assieme alla Conti. La quale sorvola sul fatto che ha ancora tre anni di mandato a San Lazzaro e che se vince il suo Comune verrà commissariato. Intanto cerca di smarcarsi dal suo scomodo sponsor sostenendo che "non è renziana ma isabelliana", ma una parola una sul Rinascimento arabo o l'Autogrill non l'ha ancora pronunciata.

 

venerdì 7 maggio 2021

Bologna, il 20 giugno la sfida ai gazebo tra Lepore e Conti. L'ombra ingombrante di Renzi, compromesso al ribasso sulle regole e coalizione ancora incerta


Isabella Conti con Renzi










Matteo Lepore al lavoro, con il figlioletto


Pd, Italia Viva, la sinistra-sinistra di Coraggiosa e Coalizione Civica. Sono questi i partiti che domenica 20 giugno parteciperanno alla sfida dei gazebo tra Matteo Lepore e Isabella Conti per scegliere il candidato sindaco del centrosinistra alle comunali di Bologna che si terranno in autunno. I Cinquestelle hanno deciso che di non aderire alle primarie di coalizione. Non vogliono impegnarsi a sostenere un vincitore chiunque sia. Se Sarà Lepore, alle elezioni vere si presenteranno assieme al centrosinistra. Se sarà Conti andranno per conto loro. Si tengono le mani libere anche Azione di Calenda e i centristi (i commercianti dell'Ascom e l'area che fa riferimento a Casini), pure loro interessati a salire sul carro solo se vincerà la "moderata" Conti.
 
Domani (sabato) l'altro candidato del Pd, Alberto Aitini, potrebbe annunciare il suo sostegno alla sindaca di San Lazzaro e presentarsi in ticket con lei alle primarie. Sarebbe la conferma della clamorosa spaccatura che esiste tra i Dem, con i nostalgici di Renzi, buona parte della corrente "Base riformista" ed esponenti di primo piano del partito come l'euro deputata Gualmini e il consigliere regionale Paruolo pronti a votare l'esponente di un altro partito contro Lepore, "delfino" del sindaco Merola e candidato del Pd, considerato troppo "di sinistra" e troppo legato al mondo della vecchia "ditta" bersaniana.
Lunedì si riunirà il comitato promotore delle primarie, nel quale siederà un rappresentante per ciascun partito della coalizione. E sempre da lunedì, fino al 20 maggio si potranno raccogliere le firme per le candidature. Chi intende correre ai gazebo ne dovrà consegnare almeno novecento. Per i candidati indicati dai partiti della coalizione le firme non sono necessarie, ma sia Lepore sia Conti sono intenzionati a raccoglierle ugualmente. 

Il primo per rafforzare la rete della sinistra tradizionale che lo sostiene (Cgil, circoli Arci, il volontariato laico delle Cucine popolari, le Sardine, parte dell'associazionismo e del mondo economico e cooperativo). La seconda per cercare di smarcarsi dal suo ingombrante sponsor e di presentarsi come indipendente, senza simboli e bandiere. Per farlo si è dimessa dalle cariche che aveva nel partitino di Renzi (componente dell'Assemblea e della cabina di regia nazionale), arrivando ad affermare: "Non sono renziana sono isabelliana". E, addirittura, a sostenere che "dopo essere stata la spina nel fianco del Pd, ora lo sono per Renzi". A crederci, tuttavia, sono in pochi. "La differenza tra Lepore e lei", è il commento che va per la maggiore in città "è che il primo è il candidato del Pd e non si vergogna di dirlo, la seconda è la candidata di Renzi e di Italia Viva ma cerca di nasconderlo".
 
Al tavolo della coalizione e nella direzione del Pd sono state anche definite le regole per le primarie. Si potrà votare online, da remoto, solo se si ha già una identità digitale, lo Spid. Ci si dovrà registrare sulla piattaforma "partecipa" del Partito democratico e pagare con carta di credito i canonici due euro. Ai gazebo, invece, si voterà nel modo tradizionale, mettendo la croce sul nome del candidato nella scheda di carta e non al computer, nella piattaforma digitale. In questo caso non ci sarà pre-registrazione. Basterà presentarsi con un documento di identità, sottoscrivere il modulo di adesione al manifesto del centrosinistra e pagare i due euro. Primarie aperte, dunque, come volevano la Conti e Italia Viva, che confidano non solo nel voto dell'ala più moderata e renziana del Pd, ma anche in quello degli elettori di altri partiti. Che poi questi, se non vincerà la Conti, andranno ugualmente a votare per il centrosinistra alle elezioni vere, è tutto da vedere. Così come appare tutt'altro che scontato che Italia Viva resterà nella coalizione se a vincere sarà Lepore. Con i Cinquestelle che dicono "con Conti sindaco noi non ci saremo" e con la sinistra-sinistra che di Renzi e Italia Viva non ne vorrebbe proprio più sapere.

venerdì 23 aprile 2021

Renato Emaldi, il "professore" comunista che convinceva i giovani ad andare in montagna con i partigiani



Una delle passate celebrazioni al cippo

Il 23 aprile del 1944 al "Casone" di Casale veniva assassinato dai fascisti Renato Emaldi, il "professore" comunista di Fusignano mandato dal partito nella zona di Brisighella a convincere i giovani alla lotta armata di montagna. Per ricordarlo, in questo periodo di cerimonie vietate per pandemia, l'ANPI di Brisighella, sezione "Giuseppe Bartoli", ha pubblicato il capitolo del libro "I comunisti nella terra dei preti" che ho scritto assieme a Viscardo Baldi.

Il "Casone" era la casa dei miei nonni. A ospitare e sostenere Emaldi nella sua azione politica e insurrezionale fu anche la mia famiglia paterna, in particolare lo zio Serafino, l'"azdor" di casa, il più comunista e politicizzato di tutti. Il giorno che l'uccisero, con Renato, nel bosco, nel tentativo di nasconderlo e sottrarlo alla cattura, c'era un altro dei miei zii, Dino, allora poco più che ragazzo. Fu testimone di quel vigliacco assassinio. 

Renato Emaldi è il secondo da destra, seduto


Qui i link al sito dell'ANPI 
e al capitolo del libro 
Di seguito, un estratto che ho sistemato per facilitare la lettura. 

Il cippo

"Alto, robusto, capelli castani, viso lentigginoso, vestito sempre elegante con cravatta o papillon, portamento austero, colto e con l’eloquio forbito. Da giovane sembra un dandy. Da uomo maturo - quando si rifugia in montagna per sfuggire ai fascisti che gli stanno dando la caccia - non ha perso il suo fascino: gli piacciono le donne e piace alle donne. Ma è sugli operai, i braccianti, i mezzadri, soprattutto sui giovani che ha un forte ascendente. Diffonde la cultura antifascista, l’idea comunista, la consapevolezza che per cacciare i fascisti e i tedeschi invasori è necessario mettersi in gioco, fare ciascuno la propria parte, rischiare. Nei mesi drammatici dopo l’8 settembre 1943 saranno diversi i giovani delle campagne e delle colline brisighellesi che risponderanno al suo appello, prenderanno un fucile e andranno con i partigiani in montagna a combattere contro la tirannide e per la libertà. Renato Emaldi, il “professore” per alcuni, “l’eterno studente” nel libro a lui dedicato da Gian Luigi Melandri, nasce nel 1888 a Fusignano e ha una cinquantina d’anni quando si stabilisce prima a Fognano poi a Valpiana per nascondersi alle camicie nere, organizzare il Partito Comunista clandestino e i primi gruppi della Resistenza in montagna. Viene da una famiglia di origini nobili e di ideali repubblicano-garibaldini. Suo padre Giuseppe è rettore del Collegio Carducci di Forlimpopoli, dove ha studiato Benito Mussolini. Fin da giovanissimo si impegna nelle lotte studentesche e nel 1914 partecipa da protagonista alla “Settimana Rossa”, rimediando un ordine di arresto: per sfuggire alla cattura si rifugia per alcuni mesi a San Marino. Viene poi graziato e rientra a casa, ma poco dopo viene mandato al fronte. Nella Grande Guerra prende i gradi prima di sergente poi di ufficiale ricevendo anche una croce al merito, lui che è pacifista e restio alle armi. Rientrato sano e salvo, riprende gli studi e si laurea a 33 anni in fisica, all’Università di Bologna. 

...Viene bastonato la prima volta dai fascisti a Lugo nel 1921, poi in diverse altre occasioni quando le camicie nere, dopo aver aggredito e ucciso l’ultimo sindaco socialista, Battista Emaldi, vanno al potere anche nella sua Fusignano. A Faenza Renato Emaldi instaura un intenso rapporto politico con un gruppo di intellettuali antifascisti e tra l’estate e l’autunno del 1943 ha un ruolo rilevante nelle manifestazioni organizzate per festeggiare la caduta di Mussolini (il 25 luglio) e l’armistizio (l’8 settembre). Il 26 luglio parla nella Piazza del Popolo a nome del PCdI. Quando la guerra continua, viene nominato rappresentante del PCdI nel CLN di Faenza. I fascisti ricominciano a dargli la caccia e lui per sfuggire alla cattura viene nascosto a Fognano, dal partigiano Amedeo Liverani, (Ravasol), nella casa di una signora che diventerà poi sua amante. Successivamente, quando il cerchio attorno a lui si stringe, si rifugia nella chiesa di Valpiana del prete antifascista don Giulio Bartoli, prozio del poeta Pino Bartoli (partigiano, azionista, poi repubblicano e futuro sindaco di Brisighella). 

A Fognano, Renato tiene stretti contatti con Ravasol - che nel suo diario di partigiano racconterà poi gli ultimi mesi di vita del “professore” - e con Gildo Montevecchi (perseguitato politico, capo partigiano, primo sindaco comunista eletto di Brisighella). Assieme a loro e ad altri comunisti e antifascisti recupera le prime armi (un mortaio, dell’esplosivo, alcune pistole, 25 fucili) e organizza il primo gruppo di lotta partigiana armata: 15 uomini che partendo da Sant’Eufemia salgono in montagna verso Monte Colombo e Cà Malanca agli ordini del comandante "Libero", il capitano di fanteria Riccardo Fedel che ha disertato per unirsi ai resistenti. A fine novembre sfugge per un soffio alla cattura: i fascisti fanno irruzione in casa dell’amante ma lui non c’è più. Secondo una delle ipotesi che verranno fatte per spiegare il suo assassinio, durante la perquisizione le camicie nere si fanno consegnare dalla donna un suo pettine e un fazzoletto che risulteranno decisivi per attirare Emaldi nella trappola mortale in cui cadrà il 23 aprile del 1944. Il “professore” si nasconde per alcuni giorni nella casa di un contadino, ai Poggiali di Casale, poi trova rifugio alla Chiesa di Valpiana. Lì, invece di restare nascosto, tiene i collegamenti tra le squadre partigiane di pianura e le brigate di montagna, riceve dalla federazione del PCdI l’incarico di preparare un opuscolo di propaganda da divulgare tra i giovani, si incontra spesso con Gildo Montevecchi, Ravasol e altri al Casone di Tura, gira casa per casa facendo opera di proselitismo per organizzare un Gap (Gruppo di azione partigiana) autonomo tra Valpiana e la Valle di Tura. Nel frattempo comincia una relazione con la giovane maestrina di 25 anni che insegna nella scuolina del prete a Valpiana. 

Il 23 aprile Ravasol impara che i fascisti hanno scoperto dove Renato si nasconde e che sono già partiti, a piedi, per raggiungere Valpiana e arrestarlo, o ucciderlo. Ravasol incontra Serafino Visani, l’"azdòr" del Casone e il comunista più politicizzato della famiglia, e gli chiede di correre ad avvisare Emaldi del pericolo. Serafino lo tranquillizza dicendogli che il professore è atteso a pranzo proprio al Casone, quindi che a quell’ora avrà già lasciato il suo rifugio. I fascisti, infatti, alla Chiesa di Valpiana non lo trovano. Trovano però, in un cassetto, le tracce della sua presenza: documenti, lettere, un orologio e una penna stilografica. E picchiano selvaggiamente il prete e la maestrina per farsi dire dove è andato Emaldi. Ravasol, nel suo diario, sosterrà che a fare la spia non sono né il prete né la maestra, bensì il contadino del prete, per duemila lire di ricompensa (dopo la morte del “professore” il contadino verrà fucilato dai partigiani). I fascisti puntano sul Casone e organizzano un vasto rastrellamento, da più fronti. Un ragazzo dei Visani, Aurelio, di appena 16 anni, che sta di guardia sui monti, si accorge del trambusto e corre a casa a dare l’allarme. Un altro Visani, il 18enne Dino, viene mandato a nascondere Renato nel bosco, al di là del Rio Pistrino. 

I fascisti arrivano al Casone quando il professore non c’è più. La ricerca continua. Due di loro si travestono da partigiani, con il fazzoletto rosso al collo, vanno verso il bosco e cominciano a chiamare «professore, professore». Emaldi li sente, li scorge, gli sembrano partigiani o sbandati, va loro incontro, li tiene comunque sotto il tiro della sua pistola e li disarma. Gli dicono che sono due ex militari dell’esercito passati con i partigiani di Corbari, che hanno avuto un combattimento, sono riusciti a fuggire e sono venuti a cercarlo per unirsi al suo gruppo. Per rassicurarlo, uno di loro gli mostra un pettine e il fazzoletto sequestrati alla sua amante di Fognano come segno di riconoscimento. Renato si fida, fa recuperare le armi ai due fascisti travestiti da partigiani che si dicono affamati e li invita a seguirli fino al Casone «dove vi daranno sicuramente qualcosa da mangiare». Ma appena oltrepassano il Rio Pistrino uno dei due, Francesco Cattani, fascista faentino soprannominato Pirtò, estrae la pistola di tasca e gli spara prima alla testa poi al petto. 

Tre colpi mortali, verso le cinque del pomeriggio. Dino Visani, testimone diretto dell’agguato, racconterà poi che i due assassini subito dopo cominciarono a festeggiare con una macabra danza attorno al cadavere e che Pirtò gli era apparso da subito un tipo «animalesco, con una faccia da delinquente», mentre l’altro lo aveva insospettito perché «aveva stivali lucidi ed era ben vestito». " ... Poco dopo dal bosco spuntano altri fascisti nascosti: la banda è composta da sette-otto persone di cui tre carabinieri. I fascisti tornano al Casone, prelevano Aurelio, Dino e Domenico Visani per portarli alla caserma dei carabinieri di Fognano e costringono Serafino a prendere un biroccio, a caricarci sopra il cadavere di Renato Emaldi, a coprirlo con una coperta lercia lasciandolo con i piedi penzolanti dal pianale in segno di ulteriore spregio e a trasportarlo fino al cimitero del paese per mostrarlo ai cittadini come un trofeo. I Visani vengono interrogati, minacciati e poi rilasciati. Un sottufficiale “buono” dei carabinieri avvisa Serafino di nascondere al più presto Dino, che ha disertato, «perché se lo imparano i fascisti che non si è presentato nell’esercito repubblichino vengono su e fanno una strage». Il giorno dopo i fascisti arrestano Ravasol, Gildo e altri partigiani.

A un centinaio di metri dal Casone, nei pressi del rio Pistrino e del luogo dell’agguato, c’è ora un cippo che ricorda l’assassinio di Emaldi. Il 23 aprile di ogni anno si tiene la commemorazione di quel professore di Fusignano, figura prestigiosa sul piano politico e culturale, venuto sui monti di Brisighella a dirigere l’attività clandestina del Partito Comunista e ad organizzare la Resistenza. Un “eterno studente” che per convincere i giovani alla causa della libertà e del socialismo scriveva: «Il problema morale, sociale e politico di oggi è un problema eminentemente di educazione. Finché non ci si renderà reso conto dell’importanza dell’educazione per la propria emancipazione, finché si continuerà nella strada fino a oggi percorsa della rassegnazione, dell’indifferenza e della sottomissione, non si farà che prorogare all’infinito la condizione di uomini angariati e vilipesi. I quali ogni volta che, esasperati dalle sofferenze e dalle ingiustizie, verranno spinti dall’istinto di classe ad ergersi in piedi di fronte ai dominatori, essendo politicamente e moralmente immaturi, saranno inesorabilmente sopraffatti e ogni loro anelito sarà, dai vampiri del capitale, soffocato nel sangue... È compito degli uomini che credono nel progresso e nella democrazia fare si che questa gigantesca battaglia si combatta sul terreno di una discriminazione profonda e radicale delle nuove concezioni contrapposte alle precedenti e sostenute dalle nuove armi civili del pensiero e della ragione».

martedì 20 aprile 2021

Elezioni Bologna, la sfida Conti-Lepore riapre i giochi e resuscita qualche fantasma. Pro e contro della sfida ai gazebo di coalizione

Isabella Conti e Matteo Lepore

Prima sembrava una partita di curling
Per un anno il dibattito sui candidati sindaco di Bologna è andato avanti col fascino e l'appeal di una partita di Curling. Un vincitore annunciato. Le solite polemichette sugli schemi di gioco. La depressione pandemica. L'incertezza sulle primarie e le elezioni vere. Sugli spalti poco pubblico e piuttosto annoiato. Poi è arrivato lui, il Lo Renz d'Arabia, col suo inconfondibile stile e apriti cielo. Uno due tre casino. Un altro bel "staisereno" a Letta. Il panico nel Pd. Giochi riaperti. Tutto di nuovo in discussione. Divertimento assicurato. Altro che Curling.

Il delfino e gli altri
Un anno fa, dicevamo. Sul lato sinistro del Palaghiaccio, in pole position, il predestinato del Pd: l'assessore alla cultura Matteo Lepore, un passato in Legacoop, vicino alla sinistra tradizionale con legami che vanno dall'Arci ai centri sociali, dalle Cucine Popolari di Roberto Morgantini alle Sardine. Da anni studia da sindaco ed è il delfino di Virginio Merola. Sul versante destro, invece, tutti fermi, infreddoliti, in attesa di sapere quale sarà la formazione e il miglior candidato... alla sconfitta. Negli spogliatoi, a scaldarsi solo le riserve: gli assessori moderati del Pd Alberto Aitini e Marco Lombardo, l'avvocato Lgtb e dei diritti civili Caty La Torre, l'ex segretario Cisl Achille Alberani che ci prova da una vita, solo per restare nel campo del centrosinistra. "Semplici bastardi", come ebbe a definirli l'estate scorsa il sindaco Merola. Un modo per dire che non c'era bisogno di cercare i "migliori", o peggio ancora un "papa straniero" (Cofferati basta e avanza). Il candidato alla sua successione poteva benissimo essere scelto dal basso, tra le persone "cresciute a pane e politica nella società e nei quartieri". Come i suoi "ragazzi" di giunta. Una visione contrastata però da una parte degli iscritti Pd che fanno riferimento all'ex segretario della federazione, Francesco Critelli - passato a suo tempo, in un amen, con Renzi per sbarcare in Parlamento - e dai due parlamentari che negli ultimi anni si sono spartiti il controllo dei circoli bolognesi del Pd: Andrea De Maria e Gianluca Beneamati. Il primo schierato con Cuperlo e Zingaretti e a favore di una "soluzione unitaria" senza passare dalle primarie, il secondo espressione della parte cattolica e più moderata del partito. Risultato: la consultazione tra i "dirigenti" (ben 230, un numero che stride con la carestia di tesserati: 37mila nel 2019 in tutta l'Emilia-Romagna) ha visto prevalere Aitini su Lepore. 

Primarie sì, no, boh
A completare questa discussione tutta interna al Pd, sei mesi di tira e molla su primarie sì primarie no, primarie del Pd o primarie di coalizione, candidato unitario e niente primarie. Mentre nei soliti "salotti" cittadini si continuava a sfogliare la margherita dei nomi dei possibili migliori, da Romano Prodi al rettore dell'Università Francesco Ubertini, dal patron dell'Ima - la multinazionale del packaging - Alberto Vacchi, all'europarlamentare ed ex vice presidente della Regione, Elisabetta Gualmini. La sola, quest'ultima, che sia stata veramente sollecitata e tentata di accettare, per poi rinunciare e tenersi stretto il seggio di Bruxelles quando ha capito che la strada per lei a Bologna sarebbe stata tutt'altro che spianata.

Le Sardine sparigliano
A interrompere melina e caminetti, nel novembre scorso, arrivano le Sardine, che alle regionali del gennaio 2020 ebbero un ruolo fondamentale per fermare l'offensiva di Salvini e far vincere il presidente uscente Stefano Bonaccini, e che a Bologna, se si presentassero alle comunali, sono stimate dai sondaggisti al 6-7%. "Siccome nel Pd non hanno trovato un nome che metta d'accordo tutti - denunciano - si sta cercando di costruire a tavolino la candidatura a sindaco di De Maria. Conosciamo i trucchetti della vecchia politica. Basta con questo teatrino. Invece di aprire le porte ai fantasmi del palcoscenico si facciano le primarie di coalizione". De Maria, in realtà, non ha mai detto di volersi candidare, ma la presa di posizione delle Sardine comunque scompagina i giochi e rafforza Lepore, favorevole ai gazebo e in vantaggio nei sondaggi riservati su tutti gli altri possibili candidati, Gualmini compresa.

Merola candida Lepore
A quel punto, siamo a febbraio, Merola rompe gli indugi e candida il suo delfino: "Spero di consegnare la campanella di sindaco a Lepore e confido che non ci sia bisogno delle primarie", dice. A sostegno arriva anche l'accordo con De Maria e l'endorsement di Bonaccini, che si aggiunge a quelli dei segretari nazionali del Pd, prima Zingaretti poi Letta. Per restare alla metafora del Curling, pare che ora la pista sia bella liscia, con Merola intento a levigarla per fare arrivare meglio la biglia con manico del candidato all'obiettivo finale. Anche se le riserve, soprattutto Aitini, l'assessore "sceriffo" alla sicurezza sostenuto dai riformisti ex renziani, ancora non si ritirano e chiedono le primarie. Ma vabbè. Ammesso e non concesso che si facciano, Lepore ha la vittoria in pugno. La prospettiva a cui si lavora è quella di una maggioranza di centrosinistra allargata ai Cinquestelle, con i quali, dopo l'esperienza del governo Conte, il Pd sta definendo l'accordo. Uno scenario che sembra destinato ad allontanare dalla coalizione Italia Viva, vista la chiusura di Renzi agli stellati, e anche Bologna Civica, la lista di centro capeggiata dal leader dei commercianti, Giancarlo Tonelli. "Con il Pd spostato a sinistra e alleato dei grillini non trattiamo", dichiara Tonelli. Poi apre all'alleanza con la destra lanciando come candidato sindaco il casiniano Gianluca Galletti, ex ministro dell'Ambiente. Il quale, però, viene mollato da Pier Ferdinando Casini: "Se va con la destra le nostre strade si dividono".

Poi arriva Lo Renz d'Arabia: un due tre casino!
A inizio aprile, il colpo di scena. Letta incontra (per ultimo) Renzi che subito lo ripaga della cortesia da par suo. Siamo nei giorni in cui nel Pd è esplosa la questione femminile e il nuovo segretario ha di fatto imposto la nomina di due donne capigruppo alla Camera e al Senato. Un colpo da maestro per liberarsi dei renziani che ancora controllano i gruppi parlamentari, in particolare al Senato. Poche ore dopo il faccia a faccia col segretario Pd, il leader di Italia Viva lancia la candidatura a sindaco di Bologna di Isabella Conti, prima cittadina di San Lazzaro di Savena, apprezzata amministratrice del comune della cintura bolognese (al secondo mandato è stata eletta con l'81% dei voti), ma anche simbolo del renzismo e nemica giurata di una parte rilevante del gruppo dirigente del Pd per via di una spinosa questione urbanistica. All'inizio del suo primo mandato si contrappose a un mega progetto di edificazione (noto come "colata di Idice") che vedeva come protagonisti le Coop e alcuni grandi costruttori. Una vicenda che ha avuto pesanti risvolti politici e anche giudiziari. La neo sindaca bocciò il progetto e poi denunciò di essere stata minacciata dai costruttori e da esponenti del Pd. Il processo è finito in niente. I giudici hanno stabilito che se pressioni ci sono state non hanno avuto rilevanza penale e hanno chiesto l'archiviazione. Chi si era sentito diffamato dalla denuncia ha chiesto corposi risarcimenti danni alla Conti, ma anche in questo caso i giudici hanno archiviato. E' rimasto però uno strascico velenoso nei rapporti tra la sindaca e diversi dirigenti delle Coop e del Pd.

Non sono renziana, sono isabelliana
"Visto che c'è una questione femminile", dice Renzi a Letta, "andiamo insieme a chiedere alla Conti di candidarsi a Bologna". Uno shock. Il Pd subito sbanda. Lei non lo esclude, anzi. Si prende qualche giorno di tempo per riflettere. Ma fin da subito si capisce che è già lanciata verso la corsa a Palazzo d'Accursio. Marca la sua autonomia. Dice che se prima è stata "la spina nel fianco del Pd" ora "lo sono per Renzi". Perché, aggiunge, "io non sono renziana, sono isabelliana". Nei social qualcuno ironizza: "Ecco a voi la politica dell'ombelico". Riferendosi alla vicenda di Idice scrive in un lungo post: "Ho rischiato la mia casa e la stabilità della mia famiglia per essermi opposta alla colata di cemento e ai poteri forti. Chi è più coraggioso e indipendente di me?". Sembra un po' la regina cattiva nella favola di Cenerentola ("Specchio, specchio delle mie brame...") ma fa effetto. L'impressione che si ha è che la sua candidatura non sia nata dall'oggi al domani. Conti annuncia che scioglierà la riserva il 25 aprile, giorno della Liberazione, e anche questo fa pensare. Poi evidentemente capisce che sarebbe per lo meno fuori luogo e anticipa a lunedì 19, dando appuntamento ai suoi fan a una diretta Facebook.

Le fibrillazioni nel Pd
Il Pd vive giorni di grande confusione. La presidente nazionale del partito, la sindaca di Marzabotto Valentina Cuppi, definisce la candidatura Conti "calata dall'alto" e accusa Renzi di utilizzare la questione femminile "in maniera strumentale", solo per convenienza e per creare zizzania. Lo stesso Lepore, dopo aver fiutato il pericolo, la butta sulla politica nazionale: "Bologna non finirà tra i trofei di Renzi". Ma tra i democratici ci sono molti moderati pronti a sostenere la corsa della Conti. Dice ad esempio Elisabetta Gualmini: "Far passare Isabella Conti come una candidata calata o imposta dall’alto è un tentativo, oltre che triste, anche strategicamente sbagliato. Con i voti che ha preso nel suo comune, sembra molto calata dal basso. Se deciderà di partecipare alle primarie di coalizione sarà una sfida bella e entusiasmante, di quelle che solo il centro-sinistra sa mettere in campo". Anche il consigliere regionale Giuseppe Paruolo apre alla Conti. Parla di "attacchi pretestuosi" contro di lei da parte del Pd e accusa Lepore, lui sì, dice, "candidato calato dall'alto, troppo vicino ai mondi economici e mai in campo per una battaglia contro i poteri forti". 

I dubbi dei Cinquestelle e della sinistra-sinistra
Il leader degli stellati bolognesi, nonché capo di gabinetto della sindaca Raggi, Max Bugani, in una intervista a Repubblica dice che se la Conti dovesse correre e vincere le primarie, lui nella coalizione col centrosinistra non ci sarà. Poi c'è l'incognita su cosa farà la sinistra-sinistra di Coalizione Civica e della Coraggiosa di Elly Schlein e Vasco Errani, tentata di correre da sola se nella coalizione ci sarà anche Italia Viva e se la Conti dovesse prevalere.   
Di converso, la lista centrista Bologna Civica dice che Conti " è una novità importante" e sembra tornare a guardare all'alleanza col centrosinistra. Per la serie, di qua o di là che differenza fa? In questo casino, l'altro dem, Marco Lombardo, si ritira dalla corsa ed evoca lo spettro del 1999, quando le divisioni all'interno dei Ds portarono per la prima volta nella storia di Bologna alla sconfitta della sinistra e alla vittoria di Giorgio Guazzaloca sostenuto dalla destra. 

Nuntio vobis
Letta spegne sul nascere le tentazioni del Pd, che pure c'erano, di scansare i gazebo. Lunedì 19 aprile convoca a Roma lo stato maggiore del partito bolognese e convince Lepore a fare le primarie contro la sindaca di San Lazzaro. Per la serie "la paura non paga, competition is competition". Comunque vada, è il ragionamento, il candidato che uscirà vincitore dai gazebo sarà più forte per vincere le elezioni vere. Mezz'ora prima della diretta Facebook di Conti, Lepore annuncia che è pronto ad accettare la sfida. Ma insiste a tenerla sul piano della politica nazionale, della reazione alla provocazione del saudita. "Bologna voterà per restare progressista. Abbiamo fermato Salvini, fermeremo anche Renzi", dice. 
La sfidante sceglie come scenografia per la diretta un parco urbano di Bologna. Il tono e lo sguardo sono seducenti, empatici. Il discorso è sognante, forse un po' troppo. La passione sembra sincera.  Servono venti minuti a Isabella Conti per annunciare quel che si era capito: parteciperà alle primarie di coalizione. "Senza simboli e bandiere", dice, da "cittadina libera e indipendente", che corre per Bologna "non mi candido a Riad". In un successivo incontro con i media rimarca l'autonomia e cerca di fare breccia nel Pd. Ricorda la militanza nella sinistra giovanile, l'amato nonno partigiano, dice che è stata tra i fondatori del Pd, che lei è parte "di questa famiglia", della "sinistra" e che se le primarie le vincerà Lepore "lo sosterrà con trasporto". 
Sui temi non mancano i distinguo e le frecciate velenose: su asili nido, welfare, trasporti, Passante autostradale, Stadio. Si sprecano le dichiarazioni d'amore per Bologna. Dice Lepore: "Ti amo e per te parteciperò alle primarie". A Conti, addirittura, "batte il cuore" quando da San Lazzaro oltrepassa il Savena. Lei è per una "politica gentile", per "cercare l'armonia e la condivisione", mai contro sempre per. Per questo, solo per questo, si mette "a servizio" affinché Bologna possa tornare "a essere madre, a nutrire, a irradiare la sua luce". Lui c'è cresciuto, vuole farla crescere, rilanciarla con la tela che da anni tesse, e giura che non l'abbandonerà mai. 

Il marchio renziano
Non sarà facile per Conti liberarsi del marchio del suo mentore, che ancora ieri da Roma scriveva "vai Isabella, sarai una grande sindaca". "Se era così interessata a Bologna, perchè ha aspettato la nomina di Renzi e non si è messa in gioco prima?", è la domanda che gira nei social. "Isabella ha la tessera di Italia Viva - punge Lepore - e sulla scheda delle primarie non ci sono simboli ma nomi. Qindi è inutile che dica che rinuncia al simbolo. Io posso unire il centrosinistra in una coalizione larga, un'alleanza tra Pd, Cinquestelle e sinistra. Non so se Italia Viva si riconosce in questo schieramento che vogliamo costruire". 

Il mandato interrotto 
Chi si candida, chiede voti e viene eletto per un incarico pubblico lo dovrebbe sempre onorare, fino alla fine, “con disciplina e onore” come recita la Costituzione e per rispetto dei cittadini elettori. Il saltaposto ormai ricorrente è francamente insopportabile. E il modo sbrigativo e disinvolto con cui la Conti ha liquidato la faccenda non ha convinto nessuno. Subito era parsa sensibile al tema. Poi ha cominciato a dire che, in fondo, facendo il sindaco di Bologna si occuperebbe degli stessi problemi dell'area metropolitana, quindi anche di quelli di cui si occupa ora nella sua città. Nella diretta ha liquidato la questione dicendo, in sostanza, che in questi due anni si è tirata avanti, il prossimo triennio amministrativo è già tracciato, con basi solide, perchè sono state fatte scelte di governo che arrivano fino al termine della legislatura. Quindi, questo il messaggio, ora può anche occuparsi di Bologna senza creare problemi a San Lazzaro e senza avere sensi di colpa. I commenti sui social sono in gran parte a favore, ma una parte che gli chiede conto degli impegni presi, e rispetto di chi l'ha votata, c'è.  

Che succede ora?
Primarie vere possono essere un valore aggiunto per la coalizione e per Bologna. La competizione tra Lepore e Conti, quest'ultima forse in ticket con Aitini, si annuncia interessante. La sfida di genere per Palazzo d’Accursio stimolante, anche se un precedente c’è e non ha portato bene (Silvia Bertolini sconfitta da Giorgio Guazzaloca). Il vincitore uscirà comunque più legittimato e rafforzato.
I gazebo si dovrebbero aprire a giugno. Le elezioni vere, invece, si terranno in una data compresa tra il 15 settembre e il 15 ottobre.





25 aprile: documenti inediti sulle rapine in banca e le brutalità della Brigata Nera di Faenza, per ricordare cos'era il fascismo

 

"Nunziatina" a Cà di Malanca il 25 aprile 2019 per la presentazione del libro "La ragazza ribelle"















Il 25 aprile saranno passati 76 anni e per il secondo anno consecutivo non ci potranno essere, causa Covid, celebrazioni pubbliche. Non si potrà andare a Casa Cervi, a Montesole o a Cà di Malanca per ricordare cosa sono stati il nazifascismo e la Resistenza, per festeggiare la Liberazione e leggere Piero Calamandrei: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione». Intanto continuano a emergere qua e là documenti terrificanti sui crimini dei fascisti. Giuseppe (Beppe) Sangiorgi, giornalista e scrittore di Casola Valsenio (Ravenna), ad esempio, ha recuperato diverse carte su quelli commessi dalla Brigata Nera di Faenza prima in Romagna poi al Nord, dove le squadracce dei repubblichini di Salò ripiegarono nell'autunno del 1944, e me li ha girati. Verbali dei carabinieri, rapporti delle questure, atti dei tribunali, testimonianze e interrogatori, documenti dei Comitati di liberazione. Sono documenti che a leggerli fanno venire i brividi per le brutalità che raccontano. Ne ho selezionato, scannerizzato e riassunto alcuni.

LA FUGA AL NORD DELLE BRIGATE NERE
Nell'agosto del 1944 le forze alleate lanciano l'operazione Olive. La Quinta Armata americana e la Ottava Armata inglese decidono di avanzare verso Nord. L'avanzata, com'è noto, sarà lentissima e si dispiegherà soltanto nella primavera del 1945. La resistenza tedesca lungo la linea Gotica è agguerrita. I comandi anglo-americani non hanno fretta, non vogliono rischiare i loro uomini, risalgono piano lo Stivale, mandando avanti le truppe polacche, indiane, brasiliane. Dopo la liberazione di Rimini avvenuta il 20 settembre, il fronte si ferma. Si prepara l'autunno-inverno più tragico della guerra. I partigiani impegnati a combattere da soli i nazifascisti lungo tutta la catena appenninica. Le rappresaglie e fucilazioni contro "i traditori e i nemici del Fascio" (su quelle di Casale e di Rivalta, nel faentino, ho scritto i libri "L'eccidio dei martiri senza nome" e "La ragazza ribelle", con l'incredibile storia di Annunziata Verità, "Nunziatina", sopravvissuta al plotone di esecuzione). Gli eccidi dei civili culminati nelle stragi di Sant'Anna di Stazzema e Marzabotto. L'esito della guerra, tuttavia, ormai è segnato e i nazifascisti lo sanno. In Emilia-Romagna le Brigate Nere si preparano a ripiegare verso Nord.

A Faenza i repubblichini sono guidati da Raffaele Raffaeli, un capo privo di scrupoli, spietato, che assieme a un gruppo di altri brutti ceffi ha costituito una delle milizie più sanguinarie d'Italia. Fisico minuto e occhi azzurri, famiglia tutta patria, duce, odio e violenza, a poco più di vent'anni è già capo dei fascisti faentini. Ha solidi collegamenti con le gerarchie del Fascio e della Curia. Debutta facendo arrestare una quindicina di antifascisti rei soltanto delle loro idee. Non hanno commesso alcun reato, non c'è uno straccio di prova, il Tribunale è praticamente obbligato ad assolverli. A quel punto Raffaeli decide di farsi un Tribunale speciale personale nella sede del comando della Brigata Nera, a Villa San Prospero, alle porte della città. Lì, con la complicità di alcuni dei suoi sgherri e dei tedeschi, decide della vita e della morte degli antifascisti. La signorile dimora nella collina di Castel Raniero diventa il luogo della barbarie: soprusi, processi senza legge, carcerazione, tortura. Tra la primavera e l'estate del 1944 la Brigata Nera e il Tribunale di Raffaeli si rendono responsabili di una serie impressionante di crimini e violenze: rastrellamenti, rappresaglie, case incendiate, pestaggi, condanne a morte, fucilazioni. E rapine in banca. In autunno, quando gli alleati si apprestano a liberare Faenza, prima di fuggire verso Nord con la famigerata 29esima Brigata Nera Ettore Muti, Raffaeli decide che è ora di fare la "provvista". E pianifica una serie di clamorose estorsioni e vere e proprie rapine a mano armata ai danni di diversi Istituti di credito e di alcune facoltose famiglie locali.


Raffaele Raffaeli (primo a destra), segretario del Fascio e comandante della Brigata Nera 





Verbali che attestano le rapine in banca della Brigata Nera faentina






















LE RAPINE IN BANCA
Dal rapporto dei carabinieri della compagnia di Faenza sul fermo e l'interrogatorio del brigatista nero Romano Lanzoni, inviato alla Questura di Ravenna il 9 luglio 1945.

"Il 25 settembre 1944 verso le 10 il milite della Brigata Nera di Faenza, Francesco Cattani, Nello Cassani e altri tre non identificati si presentarono alla sede della Banca d'Italia, trasferita in parrocchia Celle di Faenza, e sotto la minaccia delle armi si fecero consegnare dal direttore Paramucchi Cesare la somma di lire 2.779.850 in biglietti di stato e assegni. Dopo qualche giorno, verso le ore 10, si presentarono allo stesso istituto di credito certi Casadio Raimondo con il figlio Casadio Oberdan di anni 22, Pomi Afro, Ravaioli Paolo, appartenenti alla Brigata Nera di Faenza, i quali sotto la minaccia delle armi si fecero consegnare la somma di lire 535.000 costituita tutta in monete d'argento da lire 5. Nella circostanza prelevarono inoltre il direttore Paramucchi che condussero a Villa San Prospero dove venne fatto oggetto di gravi minacce da parte del segretario politico del fascio e comandante della Brigata Nera di Faenza, Raffaele Raffaeli, da Badiali Rodolfo e Tedesco Achille, questi ultimi membri del direttorio del Fascio e mandatari dell'estorsione. Verso le 10 del 25 settembre 1944 il milite della Brigata Nera, Samoré Silvano, accompagnato da altri non identificati, si presentò al direttore della Banca Popolare di Faenza, dottor Strocchi Luigi, dal quale sotto la minaccia delle armi si fece consegnare la somma di lire 200.000. Nello stesso giorno il Cattani Francesco accompagnato da altri componenti non identificati della Brigata Nera si presentò al cavalier (cognome illeggibile, ndr) Daniele, direttore della Cassa di Risparmio e Monte dei Pegni di Faenza, al quale disse di essere stato inviato dal Raffaeli e sotto minaccia delle armi si fece consegnare la somma di lire 322.350. Nello stesso giorno il Raffaeli accompagnato da Cassani Nello e altri non identificati si presentò al direttore del Credito italiano, ragionier Ranieri Aristide, e gli impose di consegnargli la somma di Lire 756.000. Tedesco Achille, Samoré Silvano e Pomi Afro sono detenuti nelle carceri di Vicenza, il Raffaeli e il Badiali sono tuttora latitanti mentre circola la voce che il Casadio Raimondo il figlio Oberdan e Cassani Nello siano stati uccisi dai partigiani dell'alta Italia".

Dal verbale di interrogatorio del repubblichino Francesco Schiumarini, protocollato il 26 novembre 1945 e firmato dallo stesso Schiumarini e da due ufficiali dei carabinieri di Faenza.

"Da Raffaeli ho udito che persone facoltose di Faenza gli consegnavano delle somme, ma non sono in grado di dire se tali somme venissero date spontaneamente oppure dietro imposizione del Raffaeli stesso. Fra dette persone sono in grado di citare le seguenti: famiglia conte Ferniani, conte Margotti che ha la villa a Castel Raniero, conte Zucchini, conte Zauli Nardi Benvenuto, conte Emaldi, avvocato Francesco Bracchini, dottor Francesco Archi, conte Scipione Gessi, Cogolli Chiarissimo proprietario di stabilimento vinicolo a Bagnacavallo, tal Mita Nino proprietario di una fornace, fratelli Minardi rappresentanti della Fiat e altri".

Dal rapporto del 7 novembre 1945 del dirigente della Questura di Ravenna al pubblico ministero della Corte Straordinaria d'Assise di Ravenna sulle malefatte del segretario del Fascio di Brisighella, Rodolfo Badiali.

"A Faenza il Badiali si rese colpevole nella terza decade di settembre 1944, unitamente al Raffaeli e ad altri, di avere ordinato l'estorsione a mano armata di rilevanti somme in danno della succursale della Banca d'Italia di quella città".

Verbali di interrogatorio e rapporti sulle violenze 

LA BRUTALITA' FASCISTA
Sempre dal verbale di interrogatorio di Francesco Schiumarini, firmato dallo stesso.

"Alla fine di settembre 1944 Boschi Raffaele e Cassani Nello, della Brigata Nera di Raffaeli, catturarono nella sua casa di Faenza, Mulino Batticuccolo, Bandini Bruno (antifascista militante già confinato per 5 anni alle Tremiti, rappresentante del Partito comunista nel Comitato di liberazione e uno degli organizzatori della Resistenza faentina, ndr), che tradussero a Villa San Prospero in arresto fino al 5 ottobre. Quel giorno a mezzo dell'autocarro condotto da Bertoni Lino, il Bandini fu trasportato in parrocchia Tebano. Fu fatto scendere nei pressi del cimitero. Fu sottoposto a vere e proprie sevizie da parte di Cassani Nello e Cattani Francesco, i quali lo picchiarono con un bastone tanto che gli spezzarono anche un braccio e una gamba. Lo fecero salire e scendere per una scala a pioli per più volte dopo di che il Cattani lo finì con due colpi di pistola alla testa. Io ero presente ai fatti ma nego di aver partecipato agli stessi. Ho partecipato al rastrellamento del 6 ottobre nelle parrocchie di Pergola, Tebano e Pideura. Durante il rastrellamento dai tedeschi furono assassinati 4 contadini e incendiate alcune case coloniche".

Un rapporto del Cln su
Rodolfo Badiali
segretario del Fascio
di Brisighella








 
Verbali sulle brutalità della squadraccia 
di Raffaeli e Badiali nel Nord Italia

"La sera del 26 febbraio Rodolfo Badiali in unione con Raffaele Raffaeli, dopo aver finto di lasciare in libertà il parroco di Castiglione, don Giuseppe Rossi, lo faceva prelevare da quattro loro degni compagni dai quali fu massacrato a colpi di calcio di fucile e nascosto in un burrone, dove fu trovato sette giorni dopo. Con ripugnante cinismo, il Badiali ebbe la spudoratezza di pubblicare e firmare un manifesto nel quale accusava i patrioti dell'orribile crimine con queste testuali parole: "Questo comando si unisce al paese tutto nel sincero rimpianto per la scomparsa del parroco di Castiglione, reputato persona onesta e animato da puri sentimenti di italianità".


Raffaele Raffaeli in abiti civili


LA FUGA DI RAFFAELE RAFFAELI E LA PROTEZIONE DEL VATICANO
Nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1945 i tedeschi discendono la Val Ticino e incontrano tra Turbigo e Nosate la colonna di repubblichini della "Brigata Ravenna" di Raffaele Raffaeli che scende dall'Ossola e che chiede di accodarsi a loro. I tedeschi rifiutano, non vogliono zavorre di italiani traditori. Nei giorni seguenti una ventina di brigatisti neri, tra cui Raffaele Raffaeli, il fratello Riccardo di 19 anni e il padre Natale di 47, sono asserragliati dentro una caserma circondata dai partigiani nei pressi di Novara e trattano la resa col Comitato di liberazione nazionale. Quando, il 2 maggio, vengono presi in consegna dagli Alleati per essere portati nei campi di prigionia, Raffaele Raffaeli, il fratello Riccardo e il padre Natale stranamente non ci sono più. Raffaele raggiunge la moglie incinta nel vicentino e fugge con lei, prima in bicicletta poi nascosti in un carro di fieno. Si narra che durante la fuga incontri un sottoposto repubblichino che ha un lasciapassare per entrare nell'Italia già liberata. Lo prende, lo taglia a metà, si tiene la parte bianca senza l'intestazione nominativa e con quello riesce a passare indenne ai controlli. Quel che è certo è che arriva a Roma, con la moglie. Del fratello e del padre si perdono le tracce. Tutti gli altri fascisti della "Brigata Ravenna", mollati dai Raffaeli, vengono arrestati. Sono 159. I partigiani redigono e conservano l'elenco con nomi, cognomi luoghi e date di nascita, mestieri. Molti sono senza documenti e probabilmente danno false generalità.

Nella capitale Raffaeli ha amici potenti e la protezione del Vaticano. Un prete del quartiere Prati gli offre rifugio e un lavoro nel signorile quartiere del Gianicolo. Subito fa traduzioni e batte a macchina le tesi degli studenti del locale collegio. Poi il preside lo promuove addirittura docente (senza diplomi) e gli affida la cattedra di italiano per seminaristi stranieri al liceo classico privato Cristo Re. Sempre con l'aiuto della Chiesa, assume la falsa identità di Antonio Petani. Grazie a questa rete di complicità, Raffaeli riesce a farla franca. Si sottrae all'arresto, ai processi e alle diverse condanne emesse contro di lui nell'immediato dopoguerra. A Ravenna, la Corte d'Assise Straordinaria lo condanna a morte, in contumacia. Un primo ricorso viene respinto in appello il 25 giugno 1947. Raffaeli, sempre contumace, ricorre in Cassazione. La Corte giudica inammissibile il ricorso ma converte la pena di morte con quella dell’ergastolo, ordinandone l'immediata esecuzione. La polizia intanto è riuscita a scoprire dove abita. La mattina del 5 giugno 1949 suona al campanello della sua abitazione romana, ma lui, guarda caso, non c'è più. Si è rifugiato in una residenza della Città del Vaticano, fuori dalla giurisdizione italiana. Per la serie corsi e ricorsi, lo stabile è di proprietà di Propaganda Fide, la potente congregazione ecclesiastica che si occupa dell'attività missionaria e di evangelizzazione, che negli anni Ottanta verrà coinvolta nello scandalo della P2. Grazie all'amnistia, il 23 gennaio 1954 il Tribunale di Ravenna gli riduce la condanna, dall'ergastolo a soli 10 anni di carcere. E il 6 novembre 1959, con una declaratoria e in virtù di altri condoni, dichiara estinto il reato. Per altri 22 anni vivrà in libertà, con una serie impressionante di delitti e violenze bestiali sulle spalle, senza avere fatto un solo giorno di galera. Secondo le testimonianze dei prelati che a Roma lo protessero e aiutarono, era "un insegnante apprezzato dai suoi allievi in particolar modo per la sua umanità". Nemmeno le schiaccianti prove a suo carico emerse nei processi scalfirono la fiducia della Chiesa. Raffaele Raffaeli è morto d'infarto a Roma il 4 maggio 1981, a 59 anni, da uomo libero.

lunedì 1 marzo 2021

Pensioni, quella volta che io e Daniela con l'aiuto di alcuni bravi e volenterosi parlamentare portammo a casa la legge sul cumulo gratuito dei contributi


Facebook mi ripropone oggi, 1 marzo, questa foto di cinque anni fa. Assieme a me si vedono la collega Daniela Binello e i parlamentari Maria Luisa Gnecchi e Giorgio Pagliari. E' la conferenza stampa che tenemmo alla Camera dei deputati sul cumulo gratuito dei contributi pensionistici. Ed è una storia piuttosto curiosa, a suo modo fiabesca, che vi riassumo.
 
Fino al 2016 non era possibile cumulare gratuitamente i contributi previdenziali versati alle diverse gestioni pensionistiche. Chi aveva fatto esperienze di lavoro diverse e versato a diverse Casse, per poter andare in quiescenza doveva ricongiungere in modo oneroso quei periodi assicurativi portandoli nella gestione a cui si rivolgeva per avere la pensione. E questo valeva anche per chi aveva fatto lo stesso mestiere tutta la vita, ma in parte da dipendente e in parte da autonomo. Chi faceva il giornalista, ad esempio, e aveva una parte di contributi versati alla gestione principale riservata ai dipendenti (INPGI) e una parte a quella separata dei collaboratori (INPGI2), per poter chiedere la pensione doveva ricongiungere i contributi INPGI2 in INPGI pagando una vagonata di soldi, come è successo a me.

Visto che né i sindacati né la politica sembravano molto interessati a cambiare lo staus quo, io e Daniela ci mettemmo in testa di tentare un'iniziativa per provare a cambiare quella norma che penalizzava enormemente chi viveva una vita lavorativa precaria come la nostra e di gran parte dei giovani costretti dalla "modernità" ad accettare forme contrattuali sempre meno tutelate (co.co.co., partite Iva). Riuscimmo a coinvolgere alcuni parlamentari (la deputata Gnecchi oggi vice presidente dell'Inps, il senatore Pagliari, la portavoce di Prodi e fresca ex sottosegretario alla Sanità, Sandra Zampa, l'ex ministro Cesare Damiano allora presidente della Commissione lavoro), la Federazione nazionale della stampa (il presidente Giuseppe Giulietti) e organizzammo la conferenza stampa alla Camera.
 
Sembrava un'impresa disperata. Ma Maria Luisa Gnecchi fu bravissima e riuscì a fare approvare in Commissione lavoro un emendamento alla legge di Bilancio 2017 per consentire il cumulo gratuito dei contributi. Alla Camera l'emendamento passò. Ma c'erano forti resistenze di una parte delle forze politiche e degli stessi Istituti di previdenza, che provarono a fermare tutto e a far cadere l'emendamento al Senato.
 
Ma a dicembre accadde l'imponderabile. Venne bocciato il referendum sulla modifica della Costituzione, ci fu la crisi di governo, Renzi si dimise, gli subentrò Gentiloni, la discussione sulla Finanziaria andò lunga, al Senato arrivò all'ultimo, con la fiducia, senza possibilità di discutere gli emendamenti. Così l'emendamento Gnecchi divenne legge dello Stato. Anche se poi, nella successiva applicazione, ci sono stati problemi. Il cumulo è rimasto ma si è dovuto, diciamo così, adeguare alla legge Fornero, per cui è possibile solo se si raggiungono i requisiti di anzianità o vecchiaia previsti da quella legge.
 
Morale. Il percorso delle leggi in questo paese a volte è ben strano, spesso legato a fatti contingenti, in questo caso anche a una botta di culo. Così può pure succedere che due precari qualunque riescano a trovare la strada per promuoverne una. Vuol dire che nelle mie memorie potrò scrivere di aver contribuito, nel mio piccolo, a fare approvare quella sul cumulo. Sembra una favola, ma è andata così.

Qui i link agli articoli sul blog di quel periodo:

sabato 13 febbraio 2021

Il "governo dei migliori" è un buon vino che sa di tappo


Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Per chi è scaramantico non comincia bene. E' nato il 12.02.2021, giorno palindromo, come palindromo è stato il disgraziato 2020, per di più di venerdì, sotto la neve e nel vento gelido di Burian. Per chi si aspettava il "governo dei migliori", rivedere Di Maio agli Esteri e il nemico giurato della Pubblica amministrazione Brunetta ministro della Pubblica amministrazione; pensare alla Gelmini dei neutrini al posto di Boccia agli Affari regionali e alla Carfagna al posto di Provenzano per il Sud, è come aprire una bottiglia di Amarone e scoprire che sa di tappo.

Di sicuro il nuovo governo è un calice amaro per la politica. Incapace di tenere le redini del Paese nel momento di massima difficoltà. Affondata dalla scaltrezza distruttrice e narcisista di Lo Renz d'Arabia. Costretta ancora una volta ad abdicare al Capo dello Stato per tirarsi fuori dai guai (ma il precedente con Napolitano e Monti non fu dei più felici) e ora ruota di scorta di San Mario Draghi e del suo dream team di manager.

Conforta vedere che un paio di bravi ministri del governo Conte sono stati confermati (Speranza alla Salute, Lamorgese agli Interni) e che ci sono alcuni innesti di sicura qualità (Giovannini alle Infrastrutture, Orlando al Lavoro, Bianchi all'Istruzione), mentre è tutta da scoprire la parte più manageriale del nuovo esecutivo, che pure è preponderante (Economia, Giustizia, Innovazione tecnologica, Università e ricerca, la famigerata Transizione ecologica). Conforta molto meno constatare che il nuovo esecutivo è più maschilista del precedente (solo 8 su 23 le donne), più nordista (75% di ministri settentrionali) e che due ministri leghisti (Giorgetti allo Sviluppo economico e Garavaglia al Turismo) gestiranno una bella quota di dané, anche se il pallino del Recovery Fund l'avrà in mano Draghi col suo braccio destro, Daniele Franco, al Tesoro.

Guardando la composizione del nuovo esecutivo, dall'ammucchiata escono peggio i partiti della vecchia maggioranza (Cinquestelle, Democratici e soprattutto Italia Viva) dei berluscones e dei leghisti convertiti sulla Via di Dramasco. L'orizzonte temporale del nuovo governo appare limitato, destinato a non arrivare alla fine della legislatura, e probabilmente è meglio così. Se riuscirà ad affrontare efficacemente l'emergenza sanitaria e socio-economica, a dare un impulso decisivo alla campagna vaccinale e a presentare a Bruxelles un Piano credibile e solido per la ripartenza, si potrà dire che l'appello responsabile di Mattarella è stato colto e che il bicchiere è mezzo pieno. Con una maggioranza degli opposti come questa e con la politica in concordato preventivo per evitare il fallimento, ogni scelta che andasse più in là di questi obiettivi "minimali" e della elezione del prossimo presidente della Repubblica sarebbe molto ma molto complicata.