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lunedì 21 settembre 2020

Elezioni, chi ha vinto e chi ha perso


Considerazioni in pillole alle 10 della sera sulla tornata elettorale. 

Referendum. Come era prevedibile il sì vince largamente il referendum sul taglio dei parlamentari sfiorando il 70%. I sostenitori del no possono consolarsi col fatto che una minoranza significativa di italiani non ha seguito le indicazioni dei partiti (85% di sì al taglio in Parlamento, 30% di voti al no). Ma è una magra consolazione. Non è un sì a una riforma costituzionale convincente. E' la risacca dell'onda di antipolitica che da almeno un ventennio pervade l'elettorato italiano e che ha fatto la fortuna di Cinquestelle e populisti, prima, e dei sovranisti poi. E' il tributo che il Pd e la sinistra, ma anche la Lega, hanno dovuto pagare al ricatto del M5s per governare assieme. E' l'ultima delle scolorite bandierine demagogiche issate dai grillini per nascondere la loro debolezza culturale e politica.

In quel voto non c'è nessuna offensiva anti-casta. C'è il tentativo pericoloso di addomesticare sempre più il Parlamento, di ridimensionarne forza e ruolo per spostare altrove il centro del potere politico: nel governo, nei decreti del Presidente del Consiglio, nel "capo popolo" di turno, nella favola della democrazia diretta. Tutte cose che evocano i "pieni poteri" di Salvini o la Repubblica presidenziale.

La diminuzione del numero dei parlamentari non è di per sé un dramma o un colpo mortale alla Costituzione. Ma se non arriveranno a brevissimo, com'è assai probabile che non arrivino, gli altri ingredienti necessari a completare il lavoro disegnando una vera riforma (funzioni delle due Camere, legge elettorale, rappresentanza territoriale), alle prossime elezioni ci ritroveremo probabilmente con un Parlamento svilito da 600 deputati e senatori nominati dalla nuova casta che verrà.  

Regionali. Con la clamorosa débacle pugliese (Emiliano 46%, Fitto 39, quando fino a ieri la destra era data vincente), il mancato ribaltone in Toscana (Giani 49%, Ceccardi 40, quando era annunciato il testa a testa) e il cappotto subito in Campania (67% De Luca, 16% Caldoro, con la Lega al 5%), la destra è la grande sconfitta di queste elezioni. Giocava per il 6-1, si ritrova con un 4-3. Non basta la conquista delle Marche, peraltro largamente annunciata, e la conferma in Veneto e Liguria a consolarla. Salvini e Meloni hanno giocato questa partita col proposito di dare la spallata al governo, conquistare nuove elezioni politiche a breve e la guida del Paese. Escono dal campo scornati e delusi, più deboli e divisi.

Vincitori. Chi può gioire di più è Zingaretti. Tradito dagli alleati del M5s a cui ha finora concesso tutto e di più (alleanza solo in Liguria), un bel "stai sereno" da Renzi (Italia Viva ha corso da sola in Liguria, Veneto e Puglia), insidiato nella sua leadeship dal fuoco amico (Bonaccini), sembrava la vittima sacrificale di queste elezioni. Ne esce avendo ridotto al minimo le perdite (la regione Marche, che comunque non è poca cosa) ma molto più forte politicamente, sia nella coalizione sia all'interno del suo partito. Ora però è chiamato a dimostrare di avere il quid. Il suo Pd all'amatriciana, se vuole legittimare il successo, dovrà smettere di fare il morto per galleggiare e dovrà passare all'incasso (legge elettorale, riforma costituzionale, decreti sicurezza). Sperando che nel frattempo capisca cos'è e dove vuole andare.  



Gli altri indiscutibili vincitori sono i presidenti uscenti delle Regioni, i famosi "governatori": Zaia, De Luca, Emiliano, Toti. Un successo evidenziato da numeri record, ma che porta con sé, come per il referendum, il virus del presidenzialismo dilagante, cancellando le differenze tra destra e sinistra e a anche a costo di qualche opaca alleanza.

Vinti. Lo sconfitto numero uno è Matteo Salvini, che dopo essere stato respinto con perdite sei mesi fa in Emilia-Romagna, ora manca l'assalto alla Toscana, naufraga assieme ai Fratelli d'Italia e a Forza Italia in Puglia, registra un forte arretramento nei voti di lista in quasi tutto il Sud e si fa triplicare dalla Lista Zaia in Veneto. La spinta propulsiva del Capitano sembra esaurita. La sua leadership è minacciata ora sia all'interno della Lega (da Zaia, il nuovo doge) sia dai fratelli coltelli alleati (Meloni, Berlusconi).




I Cinquestelle, che pur potendo sventolare la bandierina del taglio dei parlamentari si vedono ridotti all'irrilevanza politica nelle Regioni, decisivi da nessuna parte, con un calo generalizzato dei voti di lista, più deboli nel governo. 

Matteo Renzi, che pur avendo contribuito alla vittoria del Centrosinistra in Toscana (la scelta del candidato Giani è stata voluta da lui) e in Campania (dove sosteneva De Luca), registra percentuali minime nel voto di lista di Italia Viva: appena il 4,5% nella sua Toscana, il 5,7% in Campania, e rispettivamente l'1,5 e lo 0,6% in Puglia e in Veneto dove aveva corso in solitaria con propri candidati presidente (Scalfarotto in Puglia e Sbrollini in Veneto).

Pareggianti. Giorgia Meloni, che si prende la leadership della destra al Sud a discapito di Salvini, si porta a casa la presidenza della Regione Marche ma perde le sfide più importante: vincere in Puglia e mandare in crisi la maggioranza di governo.

lunedì 27 luglio 2020

Questo 2 agosto senza "la voce del silenzio"



La vicenda la conoscete. Per il quarantennale della strage del 2 agosto 1980 il Comune e la Prefettura, per paura o con la scusa del Covid hanno deciso di non autorizzare il tradizionale corteo lungo via Indipendenza e la manifestazione nel piazzale delle Medaglie d'Oro, di fronte alla Stazione, con il minuto di silenzio all'ora dello scoppio, le 10.25, al fischio del locomotore: il momento più sentito e toccante che ogni anno stringe la città ai famigliari delle vittime e rilancia la richiesta di verità e giustizia. La cerimonia, hanno stabilito, quest'anno si svolgerà tutta in Piazza Maggiore, con appena un migliaio di posti disponibili su prenotazione come al cinema. Lì si terrano i discorsi ufficiali e sempre lì, non nel luogo della strage, risuonerà anche il fischio del treno. Poi una delegazione di famigliari delle vittime sarà portata in autobus fino alla Stazione per un breve raccoglimento davanti alla lapide nella sala d'aspetti di seconda classe. 

A me questa scelta delle istituzioni è sembrata un grave errore. Non solo per le evidenti contraddizioni tra il no al 2 agosto e il sì alla processione della Madonna di San Luca (a maggio, in piena emergenza pandemia), alle "notti rosa" in Riviera, ai treni e ai bus affollati, a tutto quello che è soldi e business: gli assembramenti non autorizzati ma tollerati all'ora dell'aperitivo, le movide notturne in città, gli affollamenti nei locali, alle feste all'aperto e nelle spiagge. Ma perchè non ha colto quel sentire profondo e diffuso che lega Bologna al ricordo della strage e alle persone che l'hanno subita (85 morti, 200 feriti), che a quarant'anni di distanza fa ancora andare in vacanza i bolognesi solo dal 3 di agosto, che vuole spingere la politica a scoperchiare con i fatti e non con le parole la pentola maleodorante dei segreti di Stato e la magistratura a scoprire i mandanti della strage, ora che la verità sembra finalmente a portata di mano. Un sentire diffuso che ritiene quel rito non solo insopprimibile, ma anche compatibile con le regole di sicurezza sanitaria imposte dal virus. Confidando anche sulla compostezza e sul senso civico dei poartecipanti.

Per questo ho promosso sui social l'iniziativa "IL 2 AGOSTO VOGLIO ESSERCI", che il network Globalist https://www.globalist.it/ ha raccolto lanciando una campagna che va avanti da una decina di giorni, che ha raccolto le voci di chi non accetta che si spenga così il 2 agosto e teme che questa limitazione "contingente" possa fare da apripista a  stravolgimenti prossimi venturi della commemorazione. Tra questi ci sono i famigliari delle vittime - che sono stati messi davanti al fatto compiuto e hanno subito a malincuore la decisione del Comune - e personaggi simbolo della strage, come l'autista dell'autobus 37, Agide Melloni, come l'ex presidente dell'Assemblea legislativa regionale, Simonetta Saliera, e soprattutto come Matteo Belli, l'attore e regista teatrale che negli ultimi tre anni è stato l'anima artistica del 2 agosto. 

A Belli avevo chiesto un contributo per questa campagna e lui ha scritto un bellissimo  pezzo https://www.globalist.it/news/2020/07/25/il-2-agosto-si-permetta-il-corteo-silenzioso-per-il-ricordo-della-strage-di-bologna-2062399.html per Globalist, che poi è stato ripreso integralmente in una intervista su Repubblica Bologna. Un intervento importante e anche coraggioso, favorevole a rinnovare anche quest'anno quel rito unico che lui descrive così bene. Che si è aggiunto a molte altre voci a favore dell'apertura alla manifestazione, che potete leggere in questo speciale   https://www.globalist.it/news/2020/07/21/strage-di-bologna-per-non-dimenticare-2062158.html.

Ma tutto questo non è bastato a far cambiare idea al Comune e alla Prefettura. Il Comune non ha nemmeno risposto alle mail che diversi cittadini hanno inviato per chiedere cosa dovevano fare per poter partecipare. E lunedì 27 luglio ha diffuso il programma definitivo del 2 agosto con la conferma del no al corteo e al raccoglimento in stazione.

Il sindaco Merola, rispondendo a chi "legittimamente ha chiesto di poter svolgere anche quest’anno il tradizionale corteo", ha detto di aver "voluto adottare l’atteggiamento più prudente possibile" E di averlo fatto "proprio per quello che è in gioco in quella giornata, in questo straordinario rito laico che ogni anno Bologna celebra". "Credo che come istituzioni - ha aggiunto - abbiamo il dovere di partire dall’atteggiamento più prudente possibile perché abbiamo il dovere di dare l’esempio. Anche se è una scelta dolorosa".

Una scelta che alla fine ha avuto anche l'assenso del presidente dell'Associazione dei famigliari, Paolo Bolognesi, che contrariamente da quanto aveva dichiarato a Globalist e a Repubblica nei giorni scorsi ("noi vorremmo sfilare ma c'è chi rema contro") ha commentato: "Bisogna essere realisti: quando si è deciso di non fare il corteo la situazione era forse migliore di quanto sia ora, in cui vediamo un aumento dei focolai e una diminuzione dell'età media dei contagiati, per cui credo proprio che il corteo sia un rischio che non possiamo correre" 

Prudenza doverosa o mancanza di volontà e coraggio per far ascoltare anche al tempo del Covid quella "voce del silenzio" di cui parla Matteo Belli? Personalmente, penso che chi continua a reprimere quella voce abbia torto e chi la vorrebbe far sentire abbia ragione. Mi piace pensare che domenica 2 agosto, autorizzati o no, saremo in parecchi a far sentire la nostra vicinanza fisica e non solo virtuale ai famigliari delle vittime, a rilanciare la nostra richiesta di verità e giustizia sulla strage fascista più orrenda, quarant'anni dopo, ora che anche le indagini sui mandanti sembrano finalmente a una svolta. E mi piace immaginare che lo faremo in Piazza Maggiore, lungo via Indipendenza e davanti alla stazione, come sempre, alle 10.25.  



sabato 4 luglio 2020

2 agosto, non rinunciate al corteo e alla manifestazione davanti alla stazione

L'abbraccio di Pertini e Zangheri il giorno dopo la strage



Tra meno di un mese, il 2 agosto alle 10.25, saranno quarant'anni. La bomba nella sala d'aspetto di seconda classe, un'ala della stazione che salta per aria, 85 morti e 200 feriti, la strage fascista più terribile di sempre. A poco più di un mese di distanza dall'abbattimento del Dc9 nel cielo di Ustica, due anni dopo l'assassinio di Aldo Moro. Il compimento delle trame eversive d'Oltreoceano, della P2 e dei Servizi deviati che hanno cambiato la storia dell'Italia. Bologna non dimentica. Aspetta e vive quel rito. Da quarant'anni va in ferie il 3 di agosto. E continua a chiedere verità sui mandanti e giustizia piena per le vittime.

Quest'anno quel rito è a rischio per la pandemia e le norme anti-Covid. Pare che la Prefettura non voglia autorizzare il corteo lungo la via Indipendenza che collega Palazzo d'Accursio, sede del Comune, alla Stazione e la commemorazione delle vittime in piazza Medaglie d’Oro, nello spiazzo sotto l’orologio che segna ancora le 10.25. Le istituzioni locali stanno pensando a iniziative alternative, in particolare alla commemorazione in Piazza Maggiore, con ingresso contingentato per mille persone sul Crescentone davanti al palco e al maxischermo dove da stasera comincerà la rassegna estiva Cinema sotto le stelle. L'associazione dei famigliari delle vittime si riunirà lunedì per prendere una posizione sulle modalità della cerimonia.

Posto che la decisione spetta alle istituzioni e ai famigliari, io penso che sarebbe un errore rinunciare al corteo lungo via Indipendenza e alla commemorazione in piazza Medaglie d'Oro. E' vero che altre cerimonie, da quelle del 25 aprile a quelle del 2 giugno, quest'anno non si sono svolte o sono state solo simboliche. Tutti abbiamo negli occhi l'immagine del Presidente Mattarella solo davanti all'altare della Patria, a Roma. Ma ora la situazione è diversa rispetto ai mesi scorsi. Ora il Paese è ripartito, ha riaperto tutto e a volte anche di più, soprattutto in Emilia-Romagna: bar, ristoranti, cinema, teatri, parchi, impianti sportivi; dagli assembramenti nei luoghi della movida ai giochi di società nei centri anziani; dal riempimento di autobus e treni ai grandi parchi divertimento; dalle spiagge affollate alle notti rosa.

Governo e Regione sono stati anche criticati per gli eccessi nelle riaperture. Molti hanno inteso i messaggi di Conte e Bonaccini come un "tana liberi tutti", come se il virus fosse stato dichiarato "socialmente morto". Ma al di là delle opinioni di ciascuno, è oggettivamente difficile comprendere come si possa dire sì alle notti rosa, non contrastare adeguatamente le "movide", poi vietare il corteo e la manifestazione del 2 agosto. Non è un giorno come gli altri. Quest'anno, nel quarantennale, ancora di più. E già stato deciso che la stazione di Bologna verrà intitolata alle vittime della strage: la manifestazione potrebbe essere l'occasione per farlo insieme. Si potrebbe organizzare il corteo con le dovute misure di distanziamento, per poi, semmai, limitare gli accessi al piazzale di fronte alla stazione, o comunque garantendo accessi con distanze e mascherine.

Penso che se si rinuncerà al corteo e alla commemorazione davanti alla stazione si perderà un'occasione. Sono convinto che chi quel giorno vorrebbe far sentire la sua vicinanza ai famigliari delle vittime e essere lì per chiedere verità e giustizia, lo farebbe nel rispetto delle regole, in sicurezza. Sono convinto che Bologna darebbe una bella prova di civismo. Che manderebbe un esempio e un messaggio a tutta l'Italia: si può convivere col virus, si può tornare in piazza, e anche manifestare, senza fare come i fascioleghisti a Roma.

domenica 21 giugno 2020

Se il coronavirus è dichiarato "socialmente morto" ma morto non è

Fosse comuni in Amazzonia


Dal terrore al liberi tutti. In Italia il primo è stato il professor Zangrillo, col suo "il virus non c'è più". Poi sono arrivate le riaperture generalizzate e una campagna di comunicazione a dir poco disastrosa a decretare la morte apparente del Covid. A distinguersi nei cattivi esempi sono stati, ancora una volta, Salvini, Fontana e Gallera. Il primo si è tolto la mascherina chirurgica prima di un collegamento tivù, ha indossato quella tricolore, e con quella usata si è pulito gli occhiali. Gli altri due sono stati beccati a Roma in mezzo alla folla senza mascherine, intimando poi al fotografo di cancellare le foto. Ma non sono stati i soli.

I risultati sono quelli che possiamo vedere tutti: dalla ripresa degli aperitivi e delle movide, alle spiagge affollate, al ritorno del calcio. Ma la fine della pandemia è soltanto "sociale", non scientifica. In sostanza la stanchezza e i disastri per il lungo lockdown, il bisogno dei governi di far ripartire le economie e quello dei cittadini di riprendersi la loro quotidianità, hanno portato - in Italia come in gran parte del mondo - ad abbassare la guardia, a non avvertire più il rischio e la paura, e di conseguenza a vivere sostanzialmente come se la pandemia non fosse più tra noi. La realtà, però, è un po' diversa. Breve riepilogo.

NEL MONDO. I casi di Covid confermati sfiorano i 9 milioni con oltre 450mila morti.

IN AMERICA. Gli Stati Uniti sono il paese più colpito con 2 milioni e 250 mila casi e 120mila morti. Trump, il leader mondiale dei negazionisti, è arrivato ieri a chiedere di rallentare i test perché "il loro aumento porta un incremento dei casi".

IN BRASILE. Superato il milione di contagi, solo 14 test per 100.000 abitanti. Per gli esperti i casi reali potrebbero essere sette volte di più. Bolsonaro, come Trump, continua a minimizzare e dice che l'impatto dell'isolamento sociale sull'economia è peggio del virus.

IN EUROPA. I casi sono oltre 2,5 milioni e i morti poco meno di 200mila. La Russia il paese più colpito con quasi 600mila contagi, seguita dal Regno Unito dell'altro negazionista della prima ora, Boris Johnson, con 300mila.

IN GERMANIA. Nuovo focolaio nel più grande mattatoio d'Europa, nel NordReno-Vestfalia, dove gli operai polacchi e romeni lavorano e vivono in condizioni di massimo sfruttamento, alloggiati in massa in dormitori insalubri dove non viene rispettata alcuna misura sanitaria o di sicurezza. Più di mille i contagi, si ipotizza un nuovo lockdown nell'area interessata.

IN CINA. Nuovi focolai nel Paese da dove l'epidemia è partita e che è stato il primo a fermarla. I nuovi casi sarebbero di importazione europea, sempre collegati agli allevamenti intensivi e ai mercati di animali. Il regime ha deciso di sottoporre a test l'intera popolazione di Pechino.

IN ITALIA. Siamo a 240mila contagiati ufficiali e 34.600 morti. Domenica 21 giugno 224 nuovi casi e 24 morti, il minino dall'inizio. Nonostante la "bomba Lombardia" mai disinnescata, nonostante assembramenti ed eccessi diffusi, il virus sembra contagiare molto meno. Anche se qua e là (tra cui Bologna) si cominciano a vedere inversioni di tendenza, nuovi casi frutto con ogni probabilità delle recenti riaperture. A mettere in guardia dai facili ottimismi arriva il professor Crisanti, il virologo che per primo ha capito la pericolosità e la portata della pandemia, aiutando la Regione Veneto a contrastarla meglio di tutte le altre: "Una sciocchezza dire che il virus si sta spegnendo - dice - chi parla di minore infettività del virus non sa quello che dice. Nessuno sa qual è la dose infettiva del Covid. Senza numeri e senza studi non è scienza, sono solo chiacchiere. Se la curva non va a zero, in autunno è molto probabile una seconda ondata".

lunedì 25 maggio 2020

La favola delle tre T, gli annunci a vuoto sui tamponi e il business dei test sierologici



Va meglio, per fortuna. I decessi sono diminuiti di molto. La famosa curva sembra in rapida discesa. Le terapie intensive e i reparti Covid si stanno lentamente svuotando. I nuovi contagi, almeno quelli ufficiali, sono in calo costante da diversi giorni, in alcune regioni prossimi o già allo zero. La riapertura, nonostante certe immagini poco rassicuranti di movide vecchia maniera, piazze e spiagge affollate, assembramenti vari (in tutto il mondo, non solo in Italia), pare che finora non abbia portato a una ripresa sostanziale del virus, anche se è ancora presto per dirlo e c'è più di un dubbio sull'affidabilità di certi dati (quelli della Lombardia, in primis).

Da ignorante in materia, forse mi posso permettere di dire che più delle tre T poterono il caldo e l'aria aperta. Se non altro per rendere un po' di giustizia postuma a tutti i passeggiatori, runner e ciclisti che sono stati a suo tempo indicati tra i responsabili della diffusione del virus e massacrati dai delatori alle finestre. Ma se quella sul caldo e l'aria aperta è solo una personale sensazione, quella delle famose tre T - testare, tracciare, trattare - è ancora, in gran parte, una bella favola. Il contrasto del virus "casa per casa" è una favola. Il tracciamento dei contagi, soprattutto degli asintomatici, è una favola. Il trattamento domiciliare e precoce dei malati è una favola. Perché gli annunci sono una cosa, ma la realtà è un'altra. Parlo dell'Emilia-Romagna, che conosco meglio. Sui tamponi siamo ancora attorno a quota cinquemila al giorno contro i 10-15mila promessi. L'assessore alla sanità, Raffaele Donini, in un post di oggi scrive che "dal 29 maggio, con l'arrivo di nuove tecnologie, avremo la potenzialità dei 10mila tamponi al giorno" (e 15mila a settembre). Che vuol dire "potenzialità"? Si fanno o non si fanno?

Sul tracciamento è sempre lo stesso Donini che ci spiega a chi vengono fatti oggi i tamponi: "Ai sintomatici, ai contatti dei sintomatici, a chi si ricovera in ospedale, ai dimessi dall’ospedale, ai degenti delle Case di riposo, ai positivi di anticorpi IGG e IGM agli esami sierologici". Ora, se adesso vengono effettivamente fatti ai sintomatici e ai loro contatti è già un bel passo avanti, perché fino a poco tempo fa chi era a casa con i sintomi del virus ma non era moribondo doveva raccomandarsi alla madonna e a diversi santi per avere la speranza che qualcuno andasse a fargli un tampone. Ma quasi sempre la preghiera non veniva esaudita, se non dopo l'aggravarsi della malattia e il ricovero: altro che diagnosi precoci e trattamento domiciliare. E spesso ai famigliari asintomatici dei malati non veniva proprio fatto. Se ora si fa il tampone a chi si ricovera negli ospedali per altre patologie è un altro passo avanti, perché sono passate appena due settimane dal caso del focolaio all'ospedale di Budrio portato da un paziente a cui non era stato fatto il tampone, che ha prodotto un morto e una cinquantina di contagiati tra gli altri pazienti, i loro famigliari e gli operatori sanitari. Se, infine, ora si fa davvero il tampone a tutti i degenti e operatori delle case di riposo, evviva, sarà finalmente la fine della strage straziante dei nostri poveri vecchi. E forse presto potremo anche tornare a trovarli, con le dovute cautele.

Ma il contrasto "casa per casa" che fine ha fatto? Si sa (poco) di qualche esperienza a macchia di leopardo fatta dal Sant'Orsola, a Medicina, nel reggiano, nel piacentino, in Romagna. Ma non si sa quanti sono stati i test alle persone che sono rimaste a casa con i sintomi del virus e non sono state ricoverate, e quali sono stati finora i risultati. Sarebbe utile saperlo. E sarebbe ancora più utile e rassicurante sapere cosa si sta facendo per individuare gli asintomatici. Ecco, qui subentra la questione dei test sierologici, che mi pare decisiva in questo periodo post riapertura. Posto che l'indagine epidemiologica nazionale non è ancora partita, così come la famosa App "Immuni", dato per scontato che non si può fare come in Cina dove tutta la popolazione dei distretti a rischio viene testata con milioni di tamponi, sarebbe fondamentale incentivare i test volontari di chi teme di essere venuto in contatto con situazioni a rischio, di essere stato contagiato, o anche di chi vorrebbe rassicurarsi per sé e soprattutto per gli altri di non essere un portatore sano del virus.

Invece i test sono stati prima scoraggiati e ora, nella sostanza, sono ancora un percorso a ostacoli. Perché la Regione ha delegato ai privati, autorizzando un certo numero di laboratori, e al buon cuore dei cittadini, che se li devono pagare. Perché non sono stati considerati, come invece si doveva e si poteva fare, una misura efficace di sanità pubblica e di prevenzione della diffusione del virus.

Da quel che ho verificato e per quel che so funziona così. Se uno vuol fare il test deve farsi fare la prescrizione dal medico (sostanzialmente inutile, dovendo andare dal privato). Poi prende l'appuntamento con l'ambulatorio autorizzato. Lì può fare il test rapido col pungidito (costo medio 25 euro, esito in due o tre giorni) oppure quello più sicuro col prelievo (costo medio dai 40 ai 60 euro, esito entro una settimana). Se risulta di aver contratto il virus ed è positivo agli anticorpi, si deve mettere in quarantena in attesa del tampone. Poi se il tampone è negativo è libero, se è positivo deve stare in quarantena per altre due settimane e comunque fino al doppio tampone negativo. Ma quanto tempo passa dall'esito positivo del test al tampone? Se si passa per la sanità pubblica non si sa. Il laboratorio, infatti, deve comunicare la positività al servizio sanitario, il quale deve prendere in carico il caso e provvedere secondo i protocolli vigenti. L'assessore Donini, sempre nel suo post odierno, dice che il tampone "ai positivi di anticorpi IGG e IGM agli esami sierologici lo effettueremo rapidamente". Ma non è chiaro a cosa corrisponda quel rapidamente. due-tre giorni, una o due settimane, un mese? Perché è evidente che il tempo fa la differenza. E che, se la prospettiva è di tornare in isolamento per un mese o due, saranno in molti a rinunciare e a non fare il test.

La domanda che viene naturale fare è: ma sarebbe così difficile istituire un servizio dedicato per i tamponi ai positivi dei test? Una rete di laboratori pubblici dove nel giro di uno o due giorni dall'esito si può andare, fare il tampone, e entro i due giorni successivi avere il risultato? E sarebbe così sbagliato far pagare al cittadino responsabile e previdente che decide di fare il test solo il ticket, come per altri esami di sanità pubblica?

Una alternativa c'è e anche in questo caso è privata. Chi fa il test, se è positivo, può chiedere al laboratorio (so per certo che alcuni lo fanno, non so se tutti) di fare lì anche il tampone. In quel caso i tempi sono rapidi: massimo 8-10 giorni, esito compreso. Il costo medio, per quel che mi risulta, è di 80-100 euro. E anche qui sorgono altre domande. Quindi non è perché mancano i reagenti che si fanno pochi tamponi? Quanto costa un tampone alla sanità pubblica? A quanto ammonta il business dei privati su questa partita? E se le cose vanno così in Emilia-Romagna, che comunque ha sempre uno dei migliori servizi sanitari non solo d'Italia ma del mondo, non oso pensare come vadano in Lombardia o nelle altre regioni dove la sanità è stata largamente privatizzata. Meditate gente, meditate.


venerdì 8 maggio 2020

L'Emilia-Romagna apre sui test sierologici volontari dei cittadini. Con qualche scelta incomprensibile, un business di troppo e un sospetto di fondo



Tra le cose che non mi tornavano in questa brutta faccenda del Covid - e ce ne sono parecchie, nazionali e lombarde in particolare - c'era l'opposizione iniziale della Regione Emilia-Romagna ai test sierologici volontarti. Il test non è una patente di immunità, ma chi lo fa scopre se è venuto in contatto col virus. Se ha contratto il virus, il test segnala gli anticorpi. In tal caso per scoprire se uno è ancora contagioso deve fare il tampone e, se risulta positivo, deve mettersi in quarantena. Significherebbe avere meno untori inconsapevoli in giro. Quindi una misura di prevenzione importante, tanto più in questo periodo di riapertura e con quasi la metà degli infetti asintomatici in libertà. Inoltre, servirebbe a tracciare i contatti dei contagiati e quindi a poter combattere più efficacemente la diffusione del virus.

Mi chiedevo come mai una misura così, che conviene a tutti, venisse osteggiata anzichè favorita. Nei giorni scorsi mi ero quindi permesso di invitare il presidente Stefano Bonaccini ad autorizzare i test sierologici anche ai privati cittadini. Altri, ben più qualificati di me, l'hanno fatto. E la misura è infine arrivata. Due giorni fa è uscito un comunicato, con questo annuncio:

"La Regione accelera sui test sierologici per la ricerca degli anticorpi Covid-19. Dalla prossima settimana anche i privati cittadini potranno farli: servirà la prescrizione del medico, il test dovrà essere effettuato nei laboratori autorizzati dalla Regionre, che al momento sono 25".

Una buona notizia. Ma con qualche contraddizione e sospetto di troppo. Provo ad elencarli.

Intanto il numero esiguo di laboratori autorizzati: 25 in tutta la regione, di cui tre a Bologna, sono pochissimi, anche se sono annunciate a breve altre autorizzazioni. E quei pochi da quel che leggo sono già sommersi di richieste. Poi, da quel che ho visto, sono tutti privati. E chiedono dai 40 ai 60 euro (ma alcuni mi risulta anche 100) per il test. Insomma, un discreto business.

I medici di base ne sanno ancora pochissimo. Il mio, a cui ho chiesto la prescrizione, era informato e me l'ha fatta. Ma con una precisazione: che trattandosi di laboratori privati e non di sanità pubblica, la richiesta non si capisce a cosa serva. Non solo. Non essendo mutuabile, chi come me ha il fascicolo sanitario elettronico non può avere la prescrizione online; deve andarla a ritirare allo studio medico, che di questi tempi non è proprio il massimo.

In tutti i casi, se la prescizione è inutile, perchè la Regione ce la chiede? E se il test è una misura efficace di sanità pubblica, perchè non si può fare in laboratori pubblici o convenzionati? Possibilmente pagando solo il ticket, come per gli altri esami prescritti dal medico. Mah!

Inoltre, mi chiedo, lasciando questa iniziativa ai privati (sia pure autorizzati) e a carico del singolo cittadino (su base volontaria), chi decide comunque di fare il test, se trova gli anticorpi sarà obbligato o no a sottoporsi al tampone? E se, com'è auspicabile, chiederà il tampone, troverà un servizio, un centro, qualcuno che glielo fa? Perchè a oggi, da quel che mi risulta, nonostante gli annunci sul "combatteremo il virus casa per casa" ci sono ancora persone con i sintomi del virus che chiedono il tampone a domicilio e nessuno va a farglielo.

Per tutto questo viene il sospetto che questa tardiva apertura ai test, con lacci e lacciuoli annessi, sia volutamente tenuta sotto traccia perché il servizio sanitario non ha ancora i tamponi, i reagenti, i laboratori, il personale sufficienti per fare questo fondamentale lavoro di screening e tracciamento. Sospetto aggravato dal fatto che, nonostante i ripetuti annunci sui 10-15 mila tamponi al giorno, siamo ancora ancorati a quota cinquemila. Se è così sarebbe grave. Ma spero di essere smentito.

domenica 3 maggio 2020

Pandemia, i timori e le speranze per la riapertura. Quello che non si è fatto e si dovrebbe fare. Le responsabilità dello Stato e quelle dei cittadini

Una immagine del drive through, i tamponi in auto


Ci siamo. Da domani il Paese prova a ripartire. Non so se sia anche pronto. Sento molta preoccupazione e inquietudine in giro. Ma non si poteva prorogare ancora il lockdown. Penso che l'Italia non avrebbe retto. E nemmeno gli italiani. Quindi a questo punto tanto vale guardare avanti. A quel che si deve o si dovrebbe fare per limitare i rischi di ripresa della pandemia; rischi che, con una media di duemila nuovi casi al giorno e qualche milione di contagiati mai identificati, sono ancora altissimi. E a come dobbiamo prepararci a convivere col Covid 19 ora che torneremo a uscire dopo due mesi di isolamento.


Come sono andate le cose lo sappiamo. La potenza devastante di quel maledetto virus. L'enormità della tragedia (quasi 30mila morti, la strage dei nostri vecchi nelle case di riposo, oltre 200mila malati, conseguenze economiche e sociali devastanti). Il mondo che ci sembrava così tecnologicamente evoluto e che invece abbiamo scoperto così fragile, quasi impotente di fronte alla malattia. Gli allarmi e i piani di emergenza scattati tardi. Le massime istituzioni sanitarie mondiali che non si fanno trovare pronte come dovrebbero. I virologi che si dividono e non ci hanno ancora capito gran che. I governi che si sono fatti trovare impreparati. I paradossi della globalizzazione che nel momento del bisogno ti fanno mancare prodotti elementari come mascherine, protezioni sanitarie, tamponi, respiratori. L'amara scoperta dei danni enormi che abbiamo fatto in tutti questi anni alla nostra sanità togliendole risorse e privatizzandone un bel pezzo. La politica mediocre di questi tempi grigi che manda messaggi ad minchiam: chiudere tutto, aprire tutto, richiudere tutto, riaprire tutto. Il governatore e i potentati economico-politici della Lombardia che andrebbero processati per i danni provocati dalle decisioni dissennate prese in quella regione.

Come dovrebbero andare da ora in poi provo a sintetizzarlo così. Finora le scelte di fondo sono state due: correre ai ripari potenziando gli ospedali e le terapie intensive per mettere in relativa sicurezza il nostro servizio sanitario; chiuderci quasi tutti in casa. Due mesi di lockdown hanno rallentato di molto l'incendio ma non l'hanno domato. E non perché gli italiani siano stati, come li vuole una certa diffusa narrazione, i soliti incivili, indisciplinati e furbetti di sempre. Sì, i casi di violazione dell'isolamento e di irresponsabilità non sono mancati, ma hanno inciso poco sulla dimensione del contagio.

Ciò che ha inciso veramente sulla diffusione della pandemia è stato altro: la mancata e tempestiva chiusura dei focolai lombardi, la famigerata partita di champions tra Atalanta e Valencia con lo stadio di San Siro (Milano) gremito, la mancata protezione del personale sanitario, degli ospedali (Codogno e Alzano Lombardo in primis) e delle case di riposo, le attività economiche che non sono state fermate e gli spostamenti dei lavoratori sui mezzi pubblici affollati e senza prevenzioni. Fatti gravissimi, di cui sono responsabili governatori, prefetti, sindaci, autorità e aziende sanitarie pubbliche, i gestori degli ospizi privati, non i cittadini.

Una volta che il Covid ha dilagato, ciò che è mancato è stato poi un intervento tempestivo ed efficace per individuare e isolare chi era stato contagiato, tracciare i contatti, delimitare i focolai, fare tanti tamponi, curare le persone a domicilio prima che la malattia si aggravasse e finissero in terapia intensiva. Ora è su questo terreno che bisogna recuperare il ritardo. Serve un piano sanitario articolato e concreto, con risorse, strutture e personale adeguato, per fare ciò che si doveva fare e non si è riusciti a fare fin dall'inizio. Servono milioni di tamponi per mappare le zone e i portatori del virus, sani o malati che siano, che in questi due mesi di isolamento hanno continuato a diffonderlo nelle case e nei condomini e ora che ricominciano a uscire se sono ancora infetti lo porteranno fuori. Il piano sulla carta pare che sia a buon punto. Ma la App non c'è ancora. Tamponi, reagenti, test rapidi affidabili e laboratori adeguati non si sa. E comunque bisogna andarci per davvero in quei condomini a combattere il virus "casa per casa", non solo annunciarlo. Così come bisogna concludere al più presto i test e la messa in sicurezza del personale sanitario e delle case di riposo. Infine, servono interventi concreti per la messa in sicurezza dei posti di lavoro (fabbriche, piccole e medie aziende, uffici pubblici e privati) e del trasporto pubblico. Anche qui i piani sono stati predisposti, ci si sta lavorando, ma i ritardi sono gravi e da domani almeno quattro milioni e mezzo di lavoratori tornano a spostarsi e a faticare.

Solo se questi interventi, che non dipendono dai cittadini ma dal Governo, dalle Regioni, dalla Sanità, dalle aziende pubbliche e private, verranno attuati la lotta alla diffusione del virus sarà davvero efficace e il messaggio agli italiani davvero potente. Perché si potrà dire loro: "Io, Stato, non scarico su di te, cittadino, la responsabilità di questa battaglia. Non mi limito a darti fiducia, a fare affidamento sul tuo buon senso, sulla correttezza dei tuoi comportamenti, sulla tua responsabilità per evitare gli assembramenti, mantenere il distanziamento sociale, indossare la mascherina. No, do l'esempio. Faccio la mia parte. E con i miei interventi ti metto nelle condizioni di fare bene la tua".