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venerdì 25 novembre 2022

Le Cucine Popolari, il mosaico della solidarietà e il bonifico del signor Francesco per i biglietti sospesi

 

Distribuzione pasti alla Cucina del Battiferro

La solidarietà è un mosaico. C’è chi progetta l’opera e chi la costruisce aggiungendo con scelte personali e tanti semplici gesti il suo pezzetto. Quello del signor Francesco, pensionato di Granarolo dell’Emilia, si incastra così. “Salve - ha scritto - bella e ricca la vostra neewsletter ricevuta oggi. Quindi passo ad elencare a cosa vorrei aderire. Numero tre biglietti sospesi per musica Jazz al Battiferro e cena da asporto per totali euro 60. Numero uno biglietti sospesi per il concerto di Federico Aicardi al Duse per euro 30,62. Numero due biglietti sospesi di Gospel, Soul, Funky music show" gran galà della solidarietà a Europauditorium per euro 30, perché non è il mio genere e li voglio lasciare a chi può e sa apprezzare meglio di me lo spettacolo. Se vi va bene, procedo con il bonifico”.


Destinatario, le Cucine Popolari progettate e realizzate a Bologna da Roberto Morgantini, ex sindacalista Cgil, a lungo responsabile dell’ufficio stranieri della Camera del lavoro, vicepresidente dell’associazione Piazza Grande, volto laico della solidarietà, nominato tre anni fa dal Capo dello Stato Sergio Mattarella commendatore della Repubblica "per il suo prezioso contributo alla promozione di una società solidale e inclusiva”. L’esempio di quei “semplici gesti” lo diede proprio lui quando, nel 2015, sposò Elvira dopo 38 anni di convivenza. Aveva un sogno che cullava da anni Morgantini, 75 anni, qualche bypass ma un’energia da fare invidia a un giovincello: creare una comunità attorno a una tavola. Una mensa laica per i poveri e i senza fissa dimora, le persone più sfortunate, sole, in difficoltà. "Non una iniziativa di carità ma di solidarietà. Perché la carità è un gesto, la solidarietà un percorso", ripeteva. Gli servivano 25 mila euro per provare a realizzare quel sogno. Così chiese come regalo di nozze ai suoi tanti amici una donazione per raccogliere i primi fondi necessari ad avviarlo. Un invito raccolto da molti che poi è diventato passaparola, una catena virale della solidarietà che si è allargata sempre più e non si è più fermata.

Morgantini premiato da Mattarella

In quella occasione lo conobbe Francesco, che fece una donazione. Da lì è partita l’avventura delle Cucine Popolari, un percorso che in sette anni di strada ne ha fatta parecchia. Oggi ce ne sono quattro in città, ci lavorano duecentocinquanta volontari e distribuiscono circa cinquecento pasti al giorno grazie alle donazioni in denaro e alle forniture di cibo di vari soggetti (enti, cooperative, aziende, semplici cittadini) e a diverse iniziative di raccolta fondi. Prima del Covid i pasti all’esercito delle persone in difficoltà accreditate dai servizi sociali del Comune, che anche nella ricca Bologna è in costante aumento, si servivano a tavola. Oggi vengono distribuiti con le sportine, ma si sta lavorando per ritornare all’origine. Alla cucina Saffi, ad esempio, già quaranta pasti sono di nuovo a tavola e sessanta da asporto. L’obiettivo di Morgantini è di arrivare ad avere una cucina in ogni quartiere, perché la solidarietà sia sempre più di prossimità, diventi relazione umana, amicizia, allargando il campo a nuove collaborazioni. In questo contesto è partita da poco una esperienza innovativa: una struttura nel quartiere San Donato gestita assieme dalle Cucine Popolari e dall’Opera Padre Marella. Il volontariato laico e cattolico insieme. Un connubio che ha creato anche qualche tensione, ma che sta cominciando a dare buoni frutti.


“Non capisco chi polemizza – commenta il signor Francesco – io sono agnostico, ma se cattolici e laici come me si mettono insieme per dare una mano a chi ha bisogno e offrire loro un servizio migliore, perché non si dovrebbe essere d’accordo?”. Dopo aver fatto l’elenco delle sue “adesioni”, Francesco ha aggiunto al suo bonifico anche il 19% della deduzione fiscale che spetta a chi fa donazioni alle organizzazioni del Terzo settore. “In totale: 60+30,62+30+50=170,62 + (19%) 34 = 205 arrotondato”, ha riepilogato con ragionieristica precisione. D’altra parte, lui faceva l’impiegato all’Istat. Poi ha annunciato che acquisterà anche “dieci Cd dal costo di 5 euro l’uno con le canzoni inedite dedicate al Natale per un totale di euro 50”, in occasione dell’iniziativa delle Cucine "Ban Nadel" che si svolgerà il 15 dicembre in Piazza Lucio Dalla. “Li andrò a prendere alla Cucina del Battiferro, quando ritirerò anche i tortellini solidali preparati da loro che ho prenotato. Costano venti euro al chilo e sono buonissimi”.


Non è nuovo a questa pratica Francesco. “C’è una signora di un’altra associazione che organizza spettacoli di beneficienza per i bambini bisognosi – racconta - ogni tanto lascio qualche biglietto sospeso. E ho lasciato anche delle pizze sospese alla coop etica della Fattoria, al Pilastro, dopo la prematura scomparsa del loro pizzaiolo e animatore (Michele Ammendola, che era l’anima dell’associazione Porta Pazienza, ndr). Ma con le Cucine è la prima volta. Mi è sembrato il modo più semplice per dare una mano, dal momento che ho avuto un problema serio di salute che mi impedisce di aggiungermi ai volontari. Il figlio di Morgantini mi aveva coinvolto nella raccolta alimentare al Conad, ne sono uscito distrutto, ho capito che non ho più il fisico. Però quando stavo bene ho partecipato al progetto Ausilio della Coop, portavo i pasti a casa delle persone che non potevano muoversi. E non erano neanche quelli che chiamiamo gli ultimi: erano invalidi, obesi, persone in difficoltà, ma non gli ultimi. Eh sì, c’è un mondo reale là fuori che è un po’ diverso da quello che ci raccontano quelli che parlano di Pil, di ristoranti sempre affollati, dell’Italia terza o quarta potenza economica europea. Un mondo abitato da tanta gente che ha bisogno di aiuto, compagnia, solidarietà come noi del sole e dell’aria. Esperienze così sono una scuola di vita. Farebbero bene a tanta gente, ai nostri giovani soprattutto. Io qualche mesetto di volontariato ad Ausilio e alle Cucine Popolari glielo farei fare”.

mercoledì 23 novembre 2022

L'Unità tornerà in edicola con Sansonetti direttore. La strana asta per l'acquisto della testata, il comunicato del Cdr e un mio ricordo personale



Una storica prima pagina de l'Unità
e il futuro direttore Piero Sansonetti
Pare che l’Unita tornerà in edicola all’inizio del prossimo anno. Lo scrive il Corriere della Sera dopo che all'ultima asta l'editore Andrea Romeo, definito “re degli appalti inciampato in più di un’inchiesta”, si è aggiudicato la testata al prezzo stracciato di 910 mila euro, superando di appena 10mila euro l'offerta della Fondazione Gramsci. Un dettaglio che fa sorgere più di un dubbio sull'operazione. Il futuro direttore sarà Piero Sansonetti che attualmente dirige Il Riformista. 

Nell'intervista al Corsera, Sansonetti afferma che la redazione sarà composta da una decina di giornalisti, nessuno, pare, dei vecchi cronisti rimasti senza lavoro con l’ultima chiusura del 2017, abbandonati a se stessi dalla proprietà e dal Partito democratico e dal gennaio scorso rimasti anche senza alcuna tutela e ammortizzatore sociale. 

Piero Sansonetti, che è stato caporedattore e condirettore de L’Unità prima di svoltare a destra, promette un giornale di sinistra, che rilanci l’idea socialista, e per questo vicino al Pd (sic!) e lontano dai Cinquestelle che definisce “di destra” (sic!).


“Abbiamo appreso da organi di stampa che presso il Tribunale fallimentare di Roma si è svolta l’asta per la vendita della testata de l’Unità, il giornale fondato da Antonio Gramsci. Al Cdr e alla redazione nulla di ufficiale – ma nemmeno di ufficioso – è stato comunicato. A confermare in un'intervista l'acquisizione della testata da parte del gruppo Romeo, attuale editore de Il Riformista, è stato oggi il direttore Piero Sansonetti chiamato a guidare il nuovo corso de l'Unità.

Nell'attesa di comunicazioni ufficiali, siamo costretti ancora una volta a richiamare l'attenzione sulla situazione dei 21 dipendenti (17 giornalisti e 4 poligrafici) che dal prima gennaio vivono in un limbo, senza ammortizzatori sociali e senza prospettive di occupazione. Una situazione insostenibile iniziata con la società editrice Unità srl e, a partire dal 27 luglio data del suo fallimento, proseguita con il curatore fallimentare che a tutt'oggi non ha assunto alcuna decisione sulla sorte dei lavoratori. Chiediamo dunque con forza di non rinviare ulteriormente decisioni sugli ammortizzatori sociali e sul futuro occupazionale dei dipendenti, in base alle previsioni di legge e di contratto, così da porre fine a una situazione di disagio, danno professionale ed economico.

Accertato, inoltre, che si va verso la formazione di una nuova redazione, chiediamo che il nuovo editore e il nuovo direttore tengano conto delle professionalità degli attuali dipendenti che sono parte integrante della storia di questo giornale, che hanno pagato un prezzo altissimo, che hanno lottato tenacemente per tenere in vita la testata opponendosi a chi poi, per imperizia e incompetenza, l'ha condotta alla fine indecorosa del fallimento".

Di Sansonetti ho un ricordo personale particolare. Quando chiusero le “Mattine”, nel 1998, e le cronache locali tornarono all’interno de L’Unità, c’era bisogno di nominare un nuovo caporedattore per l’Emilia-Romagna. Veltroni, allora direttore, mandó lui, che era il caporedattore centrale, a fare la consultazione interna a Bologna affinché fosse la stessa redazione regionale a scegliersi il capo. E a sorpresa la stragrande maggioranza dei colleghi votò per me, che poi rimasi caporedattore fino alla tristissima chiusura delle cronache, il 31 dicembre 1999.

Sulla quarta rinascita di quello che è stato il mio giornale per vent’anni c’è molto scetticismo, compreso il mio, ma non mi voglio pronunciare ora. Il ritorno in edicola è comunque un fatto di per sé positivo. Spero soltanto che non sia una rinascita farlocca e aspetto di leggere il giornale che sarà prima di valutare. Di una cosa però sono certo: L’Unità come l’avete conosciuta e come io e tanti altri colleghi e lettori l’abbiamo vissuta, è morta e non tornerà più.

I mali irrisolti del Pd e la sfida Bonaccini-Schlein per la segreteria

 

Elly Schlein e Stefano Bonaccini

Nelle stime di voto è in caduta quasi libera, al 16%, superato a sinistra dal partito di Conte, insidiato a destra da quello di Renzi e Calenda. Nel “sentiment” di quasi metà del suo popolo è un partito da rifondare. Molti a sinistra pensano che sia irriformabile e che la cosa migliore sarebbe lo scioglimento e la nascita di un nuovo soggetto politico. Secondo l’ultima indagine Demos, il 45% degli elettori del Pd ritiene che debba essere cambiato dalle fondamenta, senza escludere il cambio del nome, mentre aumentano i contrari alle primarie aperte a tutti come metodo per selezionare i segretari. Coloro che credono nella possibilità che il PD possa resistere mantenendo l'attuale (incerta) identità sono ormai solo militanti e apparato. 

Tra gli iscritti e i dirigenti prevale la convinzione, o la speranza, che sia possibile cambiare anche solo cambiando il segretario. E questo perché, nell’era dei partiti personali, è diffusa l'idea che l'identità di una forza politica coincida con l'immagine del suo leader. Ma di segretari ne sono stati cambiati una decina in quindici anni senza cambiare la natura e il progetto di un partito nato male e cresciuto peggio, di ceto politico e potere, sempre più lontano dal “popolo degli ultimi e dei penalizzati” che originariamente lo votava e sempre più partito del ceto medio benestante e delle Ztl, diviso sulle scelte di fondo, in mano a capicorrente e leader sempre meno di sinistra e sempre più democristiani. È difficile immaginare che questa volta andrebbe diversamente, senza ripensare e correggere quel progetto originario. Quel che manca è una visione comune di mondo e di futuro, sono le idee e i contenuti di una chiara linea politica su temi di fondo quali il tipo di sviluppo, la sostenibilità e la crisi climatica, la guerra e la collocazione geopolitica, le diseguaglianze, i diritti.

Eppure, nonostante tutto questo, nonostante le agorà prima e la costituente ora, il dibattito è incentrato sul nuovo segretario dopo la disastrosa gestione Letta. In pole position questa volta ci sono due emiliani, e sarebbe una novità storica se ce la facessero; il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, e la sua ex vice, Elly Schlein. Che, semplificando e forse banalizzando un po’, prefigurano il primo la definitiva collocazione liberal-democratica ma in chiave popolare del Pd, la seconda un partito della sinistra dei diritti ma in chiave radical chic. Astenersi nostalgici del socialismo. E anche della socialdemocrazia. Quel mondo e quelle ideologie sono superati, destinati a finire in cantina. Si guarda oltre, anche se non si capisce ancora bene dove. In attesa di capirlo, sempre secondo Demos Bonaccini sarebbe largamente favorito su Schlein: per lui voterebbe un elettore su tre, mentre la sua rivale è accreditata al momento dell’8% delle preferenze. Vediamo allora di capire un po’ meglio chi sono i due contendenti. 

Stefano Bonaccini viene da una famiglia comunista, padre camionista e madre operaia, si diploma al liceo, comincia a fare politica nella sua Campogalliano e a Modena col Pci-Pds-Ds, aderisce al Pd e nel 2010 ne diventa segretario regionale con la mozione Bersani, che lui sostiene alle primarie del 2012 contro Matteo Renzi. Ma l’anno successivo passa con Renzi e diventa prima responsabile della sua campagna per le primarie del 2013, poi responsabile nazionale degli Enti locali nella sua segreteria. Nel 2014 succede a Vasco Errani alla presidenza dell’Emilia-Romagna, ma viene eletto con meno del 50% dei voti (la prima volta per un candidato della sinistra) e con un clamoroso crollo della partecipazione (appena il 37% di votanti). Nel 2019 si ricandida e con l’aiuto determinante delle Sardine riesce a fermare l’ondata leghista e a battere la candidata di Salvini, Lucia Borgonzoni. In Regione governa con renziani, calendiani e sinistra ed è rimasto in buoni rapporti con Renzi dopo la sua uscita dal Pd; cosa questa che fa storcere il naso ai suoi detrattori, così come certe sue scelte politiche come il voto favorevole al referendum costituzionale per il taglio dei parlamentari e la battaglia per l’autonomia differenziata delle regioni, che è il cavallo di battaglia della Lega. Se Bonaccini gode di un forte sostegno nella sua regione, altrettanto non si può dire al Nazareno, dove soprattutto Letta e Franceschini sostengono la corsa della Schlein. Una sfiducia ricambiata da Bonaccini, che promette di battersi per superare le correnti interne e cambiare radicalmente il gruppo dirigente nazionale. Anche se è noto l’appoggio alla sua candidatura di Base Riformista, la corrente ex renziana del Pd.

Elly Schlein è invece di origine borghese: padre ebreo americano, madre italiana, tre passaporti (uno italiano, uno americano e uno della Svizzera dove è nata), laurea in giurisprudenza, dichiaratamente bisessuale. Politicamente è la papessa straniera, ma la si potrebbe definire anche l’esule a casa propria, dal momento che non è iscritta al Pd, partecipa da esterna alla fase costituente del Pd e per consentirne la corsa si è dovuto apportare una modifica allo statuto del partito. Nel suo curriculum spicca il ruolo di volontaria alle campagne elettorali americane per Barack Obama, quello da co-protagonista di #OccupyPd (il movimento che nel 2013 occupò alcune sedi del partito, allora guidato da Bersani, all’indomani dell'affossamento della candidatura di Romano Prodi al Quirinale) e la figuraccia sull’immigrazione che quattro anni fa fece fare a Salvini chiedendogli, in un video diventato virale, come mai non avesse mai partecipato a nessuna delle 22 riunioni sul trattato di Dublino che si erano tenute all’Europarlamento dove entrambi sedevano. A Bruxelles era stata eletta nel 2014 nelle file del Pd, per poi passare l’anno dopo a Possibile di Civati, che già aveva sostenuto come segretario dem alle primarie vinte da Renzi. Nel 2020 è invece eletta con la lista Coraggiosa (Articolo uno, Sinistra italiana, Verdi) consigliera regionale dell’Emilia-Romagna, poi nominata da Bonaccini vicepresidente, carica che mantiene fino alla sua elezione a deputata il 25 settembre scorso, candidata con la lista Pd Democratici e Progressisti. 

La sua corsa alla segreteria Pd, ancora in attesa di conferma, appare più orientata alla radicalità, non solo sui diritti ma anche sull’emergenza climatica, sul lavoro e per una posizione più cauta, non apertamente atlantista, sulla guerra e sulle armi a Kiev. Rimane però un corpo piuttosto estraneo al Pd. I suoi detrattori le rimproverano in particolare di curare più l’immagine della sostanza e un eccesso di opportunismo politico. Prima di decidere se andare o no ai gazebo e chi votare, vorrebbero capire meglio cos’è questa fase costituente che si apre, dove vuole andare il Pd, con quali idee, programmi e linea politica. Intanto molti, soprattutto nell’elettorato più di sinistra, criticano due aspetti: il fatto che Bonaccini abbia annunciato l’intenzione – se verrà eletto - di mantenere il doppio incarico di presidente della Regione e Segretario Pd; l’abbandono anzitempo del seggio, della vicepresidenza in Regione e sostanzialmente anche di Coraggiosa da parte di Schlein.

 

 

mercoledì 2 novembre 2022

Dal decreto anti-rave ai vice ministri con la fiamma nel cuore: la destra al governo del passato che non passa

 

“Siam quelli là/quelli tra palco e realtà”, cantava Ligabue. Quelli che “la pacchia è finita”, della linea dura. Quelli che bisogna far vedere che la musica è cambiata. Dio, patria e famiglia. Ordine e sicurezza. Sennò che destra sarebbe? E allora avanti, ecco a voi il perentorio ordine di sgombero a Modena, il decreto anti-assembramenti non autorizzati, l’olio di ricino legislativo di un nuovo reato a chi sgarra con pene fino a sei anni di carcere per "invasione di edifici finalizzata a raduni di oltre 50 persone da cui possono derivare pericoli per l'incolumità pubblica, l'ordine pubblico o la sanità pubblica".

Ma c’è rave e rave. Pugno di ferro contro i deviati, i drogati, le zecche rosse. Non una mossa e una parola contro gli ultras prevalentemente di destra che invadono e sequestrano le curve negli stadi e contro l’ennesima vergognosa adunata fascista di Predappio, che il titolare del Viminale (oggi sul Corsera) definisce una semplice “pagliacciata”, che in quanto tale non rappresenta alcun pericolo per la Nazione. Due pesi e due misure contro l’illegalità. E per fortuna che a Modena è prevalso il buon senso. Diversamente, come ha ammesso il prefetto, “le conseguenze di un’azione di forza ci avrebbero potuto perseguitare tutta la vita”. Diciamolo: un atteggiamento responsabile quello del prefetto e delle forze dell’ordine, una postura mascellare ma non una gran figura per il nuovo ministro dell’Interno al debutto. Tra palco e realtà, appunto.

Il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi
Del resto, per Giorgia Meloni l'antifascismo è quello dei facinorosi di sinistra con la chiave inglese contro i ragazzi di destra. "Perché è la sua storia – commenta Zerocalcare (oggi su Repubblica) – la storia di una comunità politica che è in piena continuità con il neofascismo degli anni Settanta. Non vedo alcuna vocazione al superamento del fascismo. Una volta giunta alla fine della traversata, non mi stupisce che si tolgano i sassolini dalle scarpe. È il solito vittimismo. Raccontano la storia come fa comodo a loro, dimenticando che, in quegli anni, i neofascisti mettevano le bombe sui treni e nelle stazioni d'accordo con i servizi segreti".

La destra che non riesce a spegnere la fiamma e ad evolversi la si vede anche nelle nomine dei viceministri e sottosegretari che oggi giureranno sulla Costituzione. Nomine con diverse macchie nere. C’è Galeazzo Bignami, bolognese, deputato di Fratelli d’Italia, vicinissimo alla Meloni, scuola Movimento sociale, famoso per la sua foto di addio al celibato vestito da nazista, con tanto di svastica. Oggi (sul Corsera) si mostra pentito, dice di vergognarsi di quella foto che non lo rappresenta, che è stata solo una goliardata, un errore di gioventù. Ma quando l’ha fatta aveva 29 anni, era già un uomo maturo e un politico affermato. Da oggi sarà viceministro alle Infrastrutture, vice di quel Salvini che veniva a Bologna a suonare i citofoni mentre Bignami postava la foto dei campanelli per far vedere che lì abitavano i neri.

Galeazzo Bignami,
vice ministro alle infrastrutture
C’è Isabella Rauti, figlia di Pino, fondatore di Ordine nuovo che fu indagato per le stragi fasciste che insanguinarono l’Italia negli anni Settanta, pure lei con la fiamma nel cuore, nominata sottosegretaria alla Difesa. All’istruzione invece va Paola Frassinetti, un passato da dirigente del Fronte della gioventù, che in Parlamento ha negato la matrice fascista della strage di Bologna e sostiene i neonazisti di “Lealtà e Azione”, mentre nel ristorante del suo compagno, nel varesotto, si fanno iniziative con l’ideologo di Putin, Alexander Dugin, padre di Darya Dugina, fatta saltare recentemente in aria a Mosca in un attentato di matrice ucraina. Infine, sottosegretario al Lavoro sarà da oggi quel Claudio Durigon che un anno fa fu costretto a dimettersi da sottosegretario all’Economia per le polemiche seguite alla sua proposta di intitolare la Piazza Falcone Borsellino di Latina ad Arnaldo Mussolini, fratello del Duce. È la destra bellezze! E siamo solo al primo atto.

giovedì 27 ottobre 2022

Tra Centenario e Liberazione: è guerra di cortei domani e domenica a Predappio. Vi racconto la singolare storia della città che non c'era

Venerdì 28 ottobre 2022 - Manifestazione degli antifascisti "Predappio libera".
Domenica 30 ottobre 2022 - Manifestazione dei nostalgici del Duce a Predappio.
28 ottobre 1922 - Marcia su Roma
28 ottobre 1944 - Liberazione di Predappio
30 ottobre 1922 - Il Re dà a Mussolini l'incarico di formare il governo.
16 novembre 1922 - Il “discorso del bivacco” alla Camera.

“Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto.»


Guerra di cortei a Predappio
Sarà guerra di cortei a Predappio per il centenario della Marcia su Roma e il 78esimo anniversario della liberazione della città. Una data per niente causale, quest’ultima: Alleati e partigiani aspettarono giorni alle porte di Predappio per liberarla proprio in quella data simbolo. Domani, 22 ottobre, sfileranno gli antifascisti e le istituzioni, ma non il sindaco di destra, Roberto Canali, che non ha dato il patrocinio alla manifestazione e il suo benestare al corteo perché – ha detto – essendo un giorno feriale “può creare problemi al traffico e disagi alla popolazione”. Domenica 24, invece, saranno i nostalgici del Duce a convergere in massa, come ogni anno, in camicia nera, davanti alla tomba di Mussolini e per le strade della cittadina romagnola che gli diede i natali.

Predappio, la città che non c’era
Storia curiosa quella di Predappio. Si può dire che comincia il 29 luglio 1883: il giorno in cui nasce Lui. Benito Mussolini è figlio di una maestra elementare, Rosa Maltoni, e di un fabbro ferraio con la passione per la politica, Alessandro Mussolini: un socialista anarchico che ebbe un ruolo importante nella storia del socialismo romagnolo. Fu anche grazie al suo impegno che Andrea Costa, nel 1882, venne eletto alla Camera dei deputati. Per la sua storica elezione risultarono infatti decisivi i circa mille voti che Mussolini padre era riuscito a convogliare sull’amico e compagno anarco-socialista. Alessandro è un uomo assai focoso. Tanto che una volta, a inizio secolo, a una consultazione elettorale, quando scopre che lo scrutinio sta facendo vincere i liberali e perdere i socialisti, prende le urne del seggio e scappa via con tutte le schede; salvo poi essere ripreso e arrestato.

Il futuro Duce nasce in una povera casa in località Dovia, frazione del Comune di Fiumana. Predappio ancora non esiste. C’è Predappio Alta, con le sue origini antiche, il borgo e il castello medioevale, famosa per la bontà del suo Sangiovese e per le splendide cantine quattrocentesche della Rocca. Queste ultime sono di proprietà della famiglia Zoli, che nel 1887, quattro anni dopo la nascita di Benito, dà i natali ad Adone. Pochi decenni dopo Predappio Alta e Fiumana non esisteranno più, verranno cancellate dal fascismo, mentre Dovia diventerà Predappio, città di fondazione, costruita dal niente a misura e immagine del fascismo.

Quando Mussolini diventa il Duce, la famiglia Mussolini si trasferisce in un’abitazione più adeguata: Palazzo Varano, che diventerà dagli anni Venti il Palazzo del Podestà e dalla Liberazione in poi sarà la sede del Comune di Predappio. Nella sala del Consiglio c’è ancora il “trono” dove sedeva Lui. E dal balcone del suo ufficio, ancora si vede la scala a freccia che punta Rocca delle Camminate, la residenza estiva del Duce, dove dopo la caduta del fascismo si tenne il primo Consiglio dei ministri della Repubblica di Salò. Il Palazzo, lo scalone, la piazza, la chiesa: tutta Predappio viene edificata dal 1920 applicando l’iconografia del regime. I maggiori architetti dell’epoca, chiamati dalla propaganda del regime, la modellano come città prototipo dell’architettura razionalista. Addio all’antico borgo contadino e alla culla del Sangiovese, c’è solo Predappio che da allora in poi sarà “la città del Duce”, e basta.

Quel che resta della Caproni
La fabbrica di aerei della Caproni
C’è però un problema: nella nuova Predappio, la città modello del fascismo, non vuole andare ad abitare quasi nessuno degli abitanti della zona. Così, per evitare un clamoroso flop, Mussolini chiama l’industriale Caproni, che è l’Agnelli dell’aeronautica italiana, e gli ordina di costruire a Predappio, lassù, in mezzo alle colline, lontano dalle grandi vie di comunicazione, niente meno che una fabbrica di aeroplani. Per superare la “stranezza logistica” di quel nuovo insediamento, farà poi costruire a Forlì l’aeroporto. La fabbrica inizia la sua attività nel 1935. Gli aerei vengono costruiti nelle officine di Predappio, quindi smontati e trasferiti all’aeroporto di Forlì dove vengono riassemblati. È uno dei tanti paradossi del fascismo, ma intanto, con circa mille operai impiegati, Predappio si popola rapidamente. Allo stesso tempo, la Caproni diventa il simbolo della potenza e dell’infallibilità del regime fascista con la costruzione degli aerei trimotori Savoia Marchetti S.M. 81 Pipistrello.

La cripta del Duce
Il cadavere del Duce, Donna Rachele e Adone Zoli
Nel 1957 il Duce, il fascismo e la Caproni sono finiti tutti da tempo a testa in giù. Adone Zoli, il politico contadino, l’antifascista cattolico che ha fatto carriera nella Dc, dopo essere stato per due volte ministro (Giustizia e Bilancio), nel giugno di quell’anno succede ad Antonio Segni e diventa Presidente del Consiglio dei ministri. La vedova di Mussolini, Rachele Guidi, tornata nel frattempo a vivere a Predappio, coglie la palla al balzo. Va dall’illustre concittadino, che conosce bene per via dei solidi legami che esistono tra le rispettive famiglie, e gli dice: “Adone, cosa facciamo del corpo di Benito? Mica possiamo lasciarlo in eterno nascosto nei sotterranei di un convento nel milanese. Diamogli un po’ di pace, riportiamolo a casa”.

Quella dei resti di Mussolini è un’altra storia che merita di essere ricordata. Catturato a Dongo dai partigiani mentre cerca di fuggire in Germania travestito da tedesco, fucilato assieme a Claretta Petacci il 28 aprile 1945 a Tremezzina, oggi Mezzegra, in provincia di Como, portato il giorno dopo a Milano ed appeso a piazzale Loreto, Benito viene dapprima sepolto nel cimitero milanese di Musocco, in una tomba anonima. Ma un anno dopo il segreto viene scoperto dai nostalgici del Fascio. Nella notte tra il 22 ed il 23 aprile 1946 la tomba è individuata dal neofascista Domenico Leccisi e dai suoi complici, che trafugano il cadavere. Nella fuga precipitosa, la bara scivola alla presa dei tombaroli, cade a terra, si apre, e nell’urto dal cadavere di Mussolini, già martoriato, si staccano alcune falangi di una mano. Solo nell’agosto successivo, dopo diverse peripezie, si riesce a recuperare la salma del Duce. Il Presidente del Consiglio, De Gasperi, dispone che venga celata al fanatismo dei nostalgici. Viene così parcheggiata a Cerro Maggiore, alle porte di Milano, nei sotterranei di un convento di frati cappuccini e lì rimane per 11 anni, fino a quando non diventa Presidente del Consiglio Adone Zoli.

Il ritorno della salma a Predappio
Il capo del governo si fa convincere da Donna Rachele a seppellire il Duce nella tomba di famiglia, nel cimitero di San Cassiano. Zoli chiama il sindaco di Predappio, Egidio Proli, e gli riferisce la proposta della vedova di Benito. Proli, che è un comunista sanguigno e tutto d’un pezzo, gli risponde più o meno così: “A me Mussolini non m’ha fatto paura da vivo, figuriamoci se mi fa paura da morto”. È fatta. Le spoglie del Duce tornano a casa. Il trasporto avviene in due tappe, su un’auto anonima scortata da un frate, Carlo da Milano, e da un alto funzionario di polizia, Vincenzo Agnesina, che raggiunge il cimitero di San Cassiano di Predappio attorno a mezzogiorno del 30 agosto 1957.

Appena la notizia si diffonde, i predappiesi si arrabbiano moltissimo: di Mussolini ne hanno avuto abbastanza. Vanno dal sindaco e gli chiedono conto del ritorno a casa del “puzzone”. Partigiani e antifascisti, i vertici dei partiti e delle associazioni della sinistra insorgono. Anche Egidio Proli viene messo in croce, ma lui scrive una lettera, pubblicata da l’Unità, in cui dice che non c’entra, che non ne sapeva niente, che ha fatto tutto il governo, che la colpa è di quel “democristianone di Zoli”. Quest’ultimo però non ci sta a prendersi la colpa dell’operazione. Scrive al sindaco comunista e gli ricorda, in carta intestata, la frase pronunciata nel loro colloquio: “… non abbiamo paura dei vivi, vuole che abbiamo paura dei morti?”. Apriti cielo. Si scatena una polemica ferocissima, fuori e dentro il partito, a Predappio, in Romagna, in Italia. E la guerra di propaganda tra comunisti e democristiani su di chi è stata la responsabilità del ritorno del Duce a Predappio, durerà anni.

Un'adunata dei fascisti a Predappio
Centomila nostalgici l’anno
Intanto i resti di Benito sono stati sistemati nella cripta sotterranea della famiglia Mussolini dove in seguito verranno poi sepolti anche la moglie, Rachele Guidi, i figli Bruno, Vittorio e Romano. Il ritorno a casa del Duce, però, cambia un’altra volta il corso della storia della città. Predappio, da poco riconquistata alla libertà e alla democrazia, diventa meta di un continuo e crescente pellegrinaggio di fascisti, nostalgici e curiosi, ma anche di tanti, troppi giovani che arrivano con look da ultras, indossando camice nere e fez, attirati dall’iconografia nazi-fascista, dal mito dell’uomo forte e dal fascino della violenza. Nel libro delle visite dilagano le svastiche e i “boia chi molla”. Le presenze sono centomila l’anno: trecento persone che ogni giorno vanno a Predappio per vedere la tomba del Duce, visitare la sua casa natale e i palazzi del Podestà – ancora oggi sede del Comune – e del Fascio; per acquistare busti e manganelli nei tre negozi tre di souvenir che fanno i soldi a palate con i gadget “made in China” del fascismo. Senza contare le adunate in camicia nera e saluti romani per le ricorrenze del 29 luglio (anniversario della nascita di Mussolini), 28 aprile (morte) e del 28 ottobre (marcia su Roma).



Manifestazione antifascista a Predappio
Predappio diventa prigioniera di questo carico di simboli e di ideologia nostalgica. E perde la memoria di tutto quel che non è stato Duce e Fascio. Non si ricorda più del papà di Benito, Alessandro, l’idealista anarchico, poi socialista focoso, che mandò Andrea Costa in Parlamento diventandone amico fraterno. Dimentica Adone Zoli, il secondo figlio di questa terra diventato presidente del Consiglio. Anche la ricorrenza della Liberazione della città diventa fonte di tensione e incidenti. Pensare che 78 anni fa i soldati inglesi e polacchi, assieme ai partigiani, erano alle porte del paese già da diversi giorni, ma aspettarono il 28 ottobre per entrare.

Una decisione che si rivelerà un boomerang. A partire dal 1957, tutti i 28 ottobre arrivano infatti a Predappio i pullman con centinaia di camicie nere. Portare in piazza quello stesso giorno gli antifascisti, fare arrivare i partigiani e i militanti di sinistra con il fazzoletto rosso al collo per ricordare la liberazione della città dal nazi-fascismo, sarebbe molto pericoloso. Così a Predappio, dal 1957 de per molti anni la Liberazione della città si è festeggiata il 25 aprile. Ma quest’anno l’Anpi e le istituzioni si sono ripresi il 28 ottobre. Con i postfascisti e la Meloni al potere. Sarà interessante vedere cosa accadrà domani e domenica.


venerdì 21 ottobre 2022

Eccidio di Vigorso, Fiesso e Medicina: le storie delle vittime e le vite delle loro famiglie che vorrei ricostruire

 

La cerimonia al cimitero di Castenaso con i sopravvissuti
Mario Neri e Imelde Tassoni tra i ragazzi delle scuole

C'erano i ragazzi delle scuole medie e superiori questa mattina, prima al cimitero di Castenaso poi davanti alla lapide nel podere Mazzacavallo, nella campagna di Vigorso, dove cominciò la strage. C'erano sindaci e assessori dei tre comuni interessati, storici, autorità civili e militari. E c'erano due protagonisti ancora viventi di quei fatti accaduti tra il 21 e il 22 ottobre 1944, 78 anni fa: Mario Neri, classe 1926, partigiano della Quarta Brigata Venturoli Garibaldi con il nome di battaglia “Mas”, sopravvissuto alla battaglia e alla prigionia, e Imelde Tassoni, 99 anni, che in quei giorni perse il fratello Giovanni, caduto nel combattimento a Vigorso, e il cugino Paolo, fucilato il giorno dopo a Medicina.

L'eccidio di Vigorso, Fiesso e Medicina è stato uno dei maggiori massacri avvenuti nella pianura bolognese: sedici partigiani e sette civili uccisi, alcuni dopo terribili sevizie.
I fatti. Siamo nell'autunno del 1944. L'avanzata degli Alleati, attestati sulla linea del fiume Senio, tra Imola e Castel Bolognese, sembra imminente. Il Comitato di liberazione nazionale ha ordinato lo stato di mobilitazione generale. I partigiani vogliono essere in prima fila a liberare Bologna. Dai monti gli uomini delle Brigate Garibaldi scendono in pianura e si attestano nei dintorni della città. La sera del 20 ottobre una cinquantina di partigiani arrivano nella campagna di Vigorso, nel comune di Budrio. Hanno necessità di trovare un rifugio sicuro per la notte e decidono di fermarsi al podere Mazzacavallo della famiglia Maccagnani, una casa colonica in posizione isolata e abitata soprattutto da donne, per questo considerata più al riparo da eventuali sortite dei nazifascisti.

Ma all'alba di sabato 21 ottobre, mentre sta piovendo forte, una colonna tedesca, forse per una spiata o forse per un aver imboccato la strada sbagliata, arriva al podere. Aggirandosi nell'aia, i soldati scoprono sotto una catasta di fascine delle armi. Decidono allora di far uscire tutti gli abitanti: le sorelle Ida, Enrica, Emma e Giuseppina, Maccagnani, quest'ultima da poco lì sfollata col marito Celestino Gabrielli, e la famiglia Galletti composta da Ivo, dalla moglie Chiara Poluzzi e dalla figlia 17enne Anna Teresa. Poi cominciano ad ispezionare i vari edifici:. Una trentina di partigiani si sono nascosti nel fienile. Scoperti, cominciano a sparare. Comincia una battaglia che si protrarrà per ore, seguita da un altro scontro armato a Fiesso, da arresti e da un vasto rastrellamento di civili.

Il podere Mazzacavallo a Vigorso dove cominciò l'eccidio
Seguendo la strategia Kesselring della "guerra totale" che non fa distinzioni tra soldati e civili, sfociata poche settimane prima nello sterminio di massa a Monte Sole (più di settecento civili uccisi), i tedeschi incendiano tutti gli edifici del podere Mazzacavallo e decidono di uccidere tutti i civili, colpevoli di aver ospitato i partigiani. Prima vengono assassinati gli uomini: Ivo Galletti lo impiccano a un albero poi gli danno fuoco, Celestino Gabrielli lo ammazzano a colpi di calcio di fucile. Poi, dopo averle fatte assistere all'assassinio dei loro cari, i nazisti fucilano sul posto le cinque donne. Chiara Poluzzi, soltanto ferita, sopravviverà. La figlia Anna Teresa, pure lei gravemente ferita, morirà poche ore dopo.
Nella battaglia tra Vigorso e Fiesso cadono i partigiani Medardo Bottonelli, Carlo Casarini, Ilario Giuliani, Enzo Melloni, Mario Pirini, Giovanni Tassoni, Modesto Zanetti ed Enzo Zuffi e un numero imprecisato di tedeschi. Diversi i feriti e i prigionieri. Otto di loro vengono imprigionati a Medicina in un luogo preposto dai nazifascisti a sevizie e torture chiamato ancora oggi "Villa Triste", dove la mattina del giorno dopo vengono fucilati. Si chiamavano Bruno Collina, Armandino Grossi, Libero Nardi, Guerrino Negrini, Spartaco Rossi, Dante Scagliarini, Bruno Stagni e Paolo Tassoni.
 
La storiografia di quell'orrenda strage è ampiamente nota. Sono invece ancora poco conosciute le storie di chi visse quei giorni terribili: i partigiani, i civili e vite delle rispettive famiglie. Per questo sto cercando elementi utili a ricostruirle. Se tra voi che leggete questo post c'è chi conosce parenti di qualcuna delle 23 vittime o sa dell'esistenza di diari, testimonianze, ricordi privati, può scrivermi in privato.

mercoledì 19 ottobre 2022

Il fattore B. che manda in tilt la destra

 

Per dirla con Flaiano, “la situazione politica in Italia è grave ma non è seria”. E dopo lo show di Berlusconi è tragicomica. In una delle fasi più drammatiche della nostra storia (guerra, clima, pandemia, crisi energetica, economica e sociale alle porte, povertà e diseguaglianze che riesplodono) lo spettacolo offerto dalla nostra classe dirigente è desolante. Forze politiche che sanno guardare solo al proprio ombelico. Leader dall’ego ipertrofico ma di una inconsistenza disarmante che si odiano l’un l’altro. Il governo di unità nazionale per il bene comune (sulla carta) e il presidente del consiglio con la maggiore credibilità internazionale (al di là del giudizio che si può avere su di lui) mandati a casa in un amen, a sei mesi dalle elezioni. La maggioranza bulgara uscita dalle urne che si squaglia prima ancora di insediarsi. La Costituzione antifascista e laica nata dalla Resistenza messa in discussione dalla seconda e terza carica dello Stato: il primo (La Russa) nostalgico del Duce e il secondo (Fontana) di Santa Romana Chiesa. Le minoranze che invece di unirsi in una decisa opposizione marciano l’un contro l’altra armate correndo in soccorso dei vincitori. Una politica talmente impazzita che nemmeno la costituzione e la partenza del governo Meloni appaiono oggi così scontati.


Riavvolgiamo un attimo il nastro. Complice la scelta suicida del centrosinistra di andare diviso, il centrodestra prevale alle le elezioni. A stravincere sono i post-fascisti di Fratelli d’Italia che guadagnano quasi sei milioni di voti, mangiandoli però quasi tutti alla Lega e a Forza Italia. Complessivamente la coalizione ha gli stessi voti di quattro anni fa, ma con il Rosatellum si prende la maggioranza assoluta dei seggi in entrambe le Camere. Sembrerebbe fatta per Meloni. Ma alla prima prova, l’elezione del presidente del Senato, Forza Italia si sfila e La Russa viene eletto solo grazie ai voti di una ventina di senatori dell’opposizione. Con Berlusconi che gli manda un “vaffa” ed esibisce un pizzino in cui definisce la Meloni “supponente, prepotente, arrogante, offensiva, con nessuna disponibilità al cambiamento”. Insomma, una “di cui non ci si può fidare”. La risposta è rabbiosa: “Manca una frase, non sono ricattabile”, dice la premier in pectore ammettendo indirettamente che un tentativo di ricatto tra alleati è in corso.

È il segnale dei forti malumori che ristagnano nella destra, unita alle urne ma profondamente divisa sulle politiche e soprattutto nelle sue leadership. Berlusconi ormai è un vecchio rimbambito, ogni volta che parla i suoi stanno col fiato sospeso e incrociano le dita. La famiglia e le badanti hanno cercato di metterlo sotto tutela, ma lui è ingovernabile, è abituato da sempre a comandare, non accetta e non accetterà mai ruoli da comprimario, tanto meno di sottostare a Giorgia, una donna, che lui ha portato al potere e ora si permette di dirgli “non sono ricattabile”. Salvini è il Capitano degradato sul campo a caporale di giornata. Dal Papeete in poi non ne ha azzeccata una. Aveva in mano la golden share e se l’è giocata andando a suonare citofoni, indossando felpe putiniane, esibendo rosari, collezionando una serie incredibile di brutte figure. Sognava di diventare premier, o almeno di riavere il Viminale, ma con le sue gaffes e i suoi errori politici si è giocato mezza dote, l’appoggio del mondo economico che lo sosteneva e gran parte della credibilità del suo stesso partito. Considera la Meloni colpevole del suo fallimento, penso che sotto sotto la detesti e mediti vendette, anche se ora si fa vedere ciccicicci miaomiao con lei.

Futura premier che intanto cerca di fugare i dubbi sulla natura fascistoide del suo partito (la fiamma, i riferimenti ad Almirante), di riposizionarlo in chiave europeista e atlantista, di accreditarsi come leader affidabile, portatrice del rinnovamento politico. Ma quando cominciano a circolare i nomi dei ministri, le facce sono quelle di sempre: Calderoli, Casellati, Tajani, Bernini, Nordio, Fitto, Lupi, perfino la Santanché. Mancano solo Tremonti, Scajola, Brunetta, la Gelmini e il governo sarebbe la fotocopia del Berlusconi IV, il passato che ritorna. Poi il colpo di scena. Berlusconi che prima viene convinto a non mettersi di traverso va dalla Meloni in via della Scrofa (a Canossa) e sigla la pace. Sembra fatta. Ma il giorno dopo ecco lo show che rimette tutto in discussione. “Ho riallacciato i rapporti con Putin, per il mio compleanno mi ha mandato 20 bottiglie di vodka e una lettera dolcissima, è un uomo di pace, sono il primo dei suoi cinque veri amici” (mentre a Porta a Porta il presidente della Camera torna a mettere in discussione le sanzioni contro Mosca). “Non ho niente contro la signora Meloni, mio figlio è suo amico, il suo compagno lavora a Mediaset”. “C’è l’accordo, ecco la lista dei nostri ministri, alla Giustizia andrà la Casellati”. Imbarazzo generale. Meloni infuriata. Sconcerto in Forza Italia. Il direttore di Libero, Sallusti, che arriva a scrivere una accorata lettera-appello al suo mentore perché se ne sia buono e zitto. Cala il silenzio. Si finge di parlar d’altro. Aspettando l’incarico di Mattarella. Fino al prossimo showdown.