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domenica 10 maggio 2026

Ecco dove ci stanno portando la logica bellicista e il riarmo. Nel mondo sconvolto dai nuovi imperialismi e dalla tecnologia l'unica via per la pace è il disarmo

 

Certo, nelle guerre c’è l’aggressore e l’aggredito. Ma per lorsignori ciò che vale per l’Ucraina non vale per Gaza, Cisgiordania, Libano, Venezuela, Iran. Perché il diritto internazionale conta, “ma fino a un certo punto”, come ebbe a dire il nostro ministro degli Esteri. Una volta c’era anche l’Onu, l’Organizzazione delle nazioni unite nata per mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ma i “grandi della Terra”, ovvero i vecchi e nuovi “imperatori” o aspiranti tali, l’hanno fatta fallire. C’era anche la realpolitik, ovvero un approccio basato sulla concretezza e sul pragmatismo della politica che antepone il mantenimento della stabilità e della pace alle ideologie e ai princìpi morali, perseguendo la diplomazia, il compromesso, la testarda ricerca del dialogo e della mediazione col nemico di turno al fine di trovare soluzioni politiche alle crisi nel quadro della geopolitica mondiale. E ci sarebbe pure una Costituzione, la nostra, che all’articolo 11 sancisce che “l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, ma abbiamo fatto finta di dimenticarlo.

Dopo ottant’anni di relativa, sofferta ma sostanziale pace, al potere è tornata la voglia di guerra. Come nell’antica Roma, gli imperatori degli imperi decadenti (Russia, Usa) minacciati dai nuovi barbari (la Cina, i paesi e le forze che contestano l’egemonia dell’Occidente, la rivoluzione digitale che sta trasformando la nostra civiltà) si racchiudono nel proprio potere, disegnano nuovi confini, alzano muri, rafforzano le proprie legioni, gli armamenti, stipulano nuove alleanze militari per spartirsi fette di mondo, prendersi con la forza o con il vil denaro ciò che non sono più capaci di conquistare o mantenere con la seduzione del benessere economico o con il loro esempio etico, morale, culturale. In questo stravolgimento della civile convivenza e delle regole che il mondo si era dato dopo l’orrore nazifascista, l’Europa, che quell’orrore aveva prodotto, è al tempo stesso la grande assente e la vittima predestinata. Invece di contrastare questa deriva con la forza della propria civiltà, le lezioni della storia e la realpolitik, si è allineata alla linea bellicista e ha ricominciato a sua volta a riarmarsi, facendo il gioco degli imperialisti, contro i suoi stessi interessi. Ed ecco quali sono oggi i risultati.


Dal 2022, l’anno dell’invasione russa dell’Ucraina, il processo di riarmo nei paesi dell’Europa è entrato in una fase di forte accelerazione, sfruttando il piano da 800 miliardi di euro da spendere entro il 2030 voluto dalla presidente della Commissione Ue Ursula Von del Leyen e approvato dal Parlamento europeo, Un piano che consente di scorporare le spese per la difesa dal Patto di Stabilità, permettendo così ai governi di investire in armi senza violare i limiti del 3% di deficit. E dopo il diktat del presidente Usa Donald Trump, gli stessi paesi, con l’eccezione della Spagna, hanno portato al 5% del Pil le previsioni di spesa per la Nato, entro il 2035. La spesa militare dei 27 Stati membri è aumentata dell'11% nel 2025 rispetto al 2024 e del 62,8% rispetto al 2020. Tanto che nel 2024 e 2025 ha superato significativamente quella della Russia: 343 miliardi di euro nel 2024 e 392 nel 2025, contro i 145-190 miliardi di dollari stimati per la Russia. L'Italia, che spendeva circa l'1,5% del PIL nel 2024, punta a raggiungere il 2% entro la fine di quest'anno, con la prospettiva di dover investire 60 miliardi in più per arrivare al 3,5% entro il 2035 e allinearsi così ai nuovi standard pretesi dagli Usa. Per finanziare il riarmo, molti stati dovranno tagliare fondi alla spesa sociale, a partire dalla sanità e dall’istruzione. Per non parlare dell’ambiente e della lotta al cambiamento climatico, oggi fortemente compromessa dalle guerre e dal rilancio massiccio dell’uso delle fonti fossili inquinanti, carbone compreso.


Dallo scoppio della guerra nel 2022, l’industria militare dell’Ucraina sostenuta dall’Occidente è cresciuta del 350%. L'UE non finanzia solo l'invio di armi e uno Stato tecnicamente fallito, ma anche l'industria bellica ucraina. Per ultimo, quest’anno, la Commissione UE ha approvato un pacchetto da 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027. Di questi, circa 60 sono destinati specificamente a rafforzare la capacità industriale militare ucraina. Il risultato è che l’Ucraina è diventata una potenza militare, il “porcospino d’acciaio” evocato dalla Von der Leyen, con un esercito che ha tra i 670.000 e un milioni di soldati che la rende la forza armata più numerosa sul suolo europeo, esclusa la Russia, superando di gran lunga le nazioni Nato. E Volodymyr Zelensky, elevato inopinatamente a simbolo di libertà e democrazia dall’Europa quasi fosse un nuovo Churchill, oggi dispone dell’esercito più grande e con più esperienza sul campo di tutta Europa, con tecnologie avanzate soprattutto sui droni. Tanto da essere diventato da procacciatore di aiuti per resistere all’Orso Russo, a grande esportatore e mercante mondiale dei moderni sistemi d’arma, annunciato a tal fine l'apertura di 10 centri di esportazione in Europa nel 2026.


A riarmarsi fino ai denti sono poi la Polonia, il paese che sta spendendo di più in termini relativi (raggiungerà il 4,8% del Pil già nel 2026, la percentuale più alta di tutta la Nato), acquistando massicce quantità di carri armati, caccia, sistemi missilistici e di droni. Ma a far più paura di tutti è la Germania, che ha imboccato la strada per tornare presto a essere la prima potenza militare del continente. Dopo anni di tagli, già oggi Berlino è diventata la quarta potenza mondiale per spesa militare nel 2025/2026. Il prossimo anno eguaglierà la spesa di Francia e Regno Unito insieme ed è destinata a superarla largamente entro il 2030, avendo previsto un piano da mille miliardi di euro per la difesa nel prossimo decennio. Alcuni dei grandi e mitici stabilimenti automobilistici tedeschi sono già in fase di riconversione alla produzione di armi. Di questo passo, potrebbe superare la Francia anche nelle esportazioni di armi, oggi seconda soltanto agli Usa: un’eventualità che preoccupa molto Parigi.

I francesi non sono gli unici a nutrire preoccupazioni per il riarmo tedesco. La prospettiva di una Germania che oltre a essere già la potenza economica più forte d’Europa lo diventi anche militarmente, semmai con la destra neonazista di Alternative für Deutschland (AfD) al potere, non può che spaventare tutti. Perché, al di là delle nobili intenzioni e della propaganda, da sempre ci si riarma per fare la guerra e non la pace. E anche se oggi a preoccupare di più sono la Russia di Putin, l’Israele di Netanyahu e l’America di Trump, non bisogna mai dimenticare che i maggiori conflitti e le ultime due guerre mondiali sono sempre scoppiate in Europa, tra i paesi europei e proprio in virtù dei mutati equilibri militari tra i diversi Stati.




Dal 1945 la difesa dell’Europa dipende dalla Nato a guida statunitense ed è basata a qualsiasi livello sugli Stati Uniti: dall’intelligence satellitare alla difesa aerea integrata, dai sistemi di comando e controllo fino alla deterrenza nucleare. Se davvero gli Usa dovessero uscire dalla Nato, l’europeizzazione anche solo parziale di quel formidabile apparato militare costituirebbe una sfida titanica per la Ue. Basta pensare che, a fronte dei 33 principali sistemi d’arma degli Stati Uniti, l’Europa oggi ne conta circa 174, tra cui 12 diversi tipi di carri armati e 14 modelli di caccia. Ma sarebbe anche una sfida ricca di insidie e pericoli sotto l’aspetto politico. Non si costruisce una difesa europea se non c’è un esercito europeo. E l’esercito europeo ci può essere solo se c’è l’unità politica tra i paesi Ue. Cosa che, come abbiamo visto in questi anni, è di là da venire. Anzi, l’avanzata dei sovranismi e dei nazionalismi, ovvero delle destre al potere che sostanzialmente la pensano e parlano la stessa lingua di Putin, Trump e Netanyahu, allontana di molto la prospettiva degli Stati uniti d’Europa. Così, senza cambi di rotta, il riarmo finirà inevitabilmente per rafforzare le singole nazioni, quelle già più forti, che da sempre nella storia, fino a ottant’anni fa, si son fatte la guerra.

La morale di tutto questo discorso è che la scelta della linea bellicista e del riarmo è prima di tutto velleitaria, se non autolesionista. In questo mondo che cade a pezzi e che la tecnologia digitale e l’intelligenza artificiale stanno trasformando alla velocità della luce, ragionare di difesa e riarmo come nel Novecento è assurdo, fuori dal tempo. Di fronte allo sconvolgimento degli equilibri usciti dalla Seconda guerra mondiale, al declino dell’Impero dominante (gli Usa) e all’ascesa di nuove potenze (i Brics, con Cina, India, Brasile, Sudafrica), al riemergere o al rilancio dei sistemi politici autoritari, delle logiche imperialiste e colonialiste, soprattutto di fronte alla rivoluzione tecnologica, l’unica speranza e possibilità concreta per il mondo di andare avanti senza finire diritto nella Terza guerra mondiale e forse nell’Apocalisse è la via del dialogo, della comprensione dell’altro, del buon vicinato, dell’amicizia e della cooperazione in un contesto sempre più multipolare, dello sviluppo comune e democratico delle nuove tecnologie, degli scambi e dei commerci tra Paesi, compresi quelli considerati nemici. In definitiva, l’unica speranza è il disarmo, la “pace disarmata e disarmante” evocata da Papa Leone e, purtroppo, non dall’Europa e nemmeno dalle sinistre europee.

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