Altro che risultati "a macchia di leopardo" e "poteva andare meglio", come ha commentato a caldo il segretario del Pd, Matteo Renzi. L'esito dei ballottaggi segna una batosta clamorosa per i candidati del centrosinistra. Il Pd renziano perde quote sempre maggiori del proprio elettorato più di sinistra, non trae alcun vantaggio dalla battuta d'arresto dei Cinquestelle, non sfonda al centro, riesce perfino nell'impresa di resuscitare Berlusconi favorendo l'affermazione del centrodestra modello Salvini-Toti.
Il centrosinistra perde quasi la metà dei Comuni conquistati cinque anni fa (aveva 93 sindaci, ora ne ha 56) e le storiche roccaforti rosse di Genova, La Spezia, Pistoia e Carrara; viene umiliato a l'Aquila, la città simbolo della (mancata) ricostruzione post-teremoto su cui puntava tantissimo, e a Verona; esce malconcio da Parma - dove trionfa il post-grillino Federico Pizzarotti - e Piacenza; riesce a perdere anche a Trapani, dove al ballottaggio giocava da solo. Le macchie del leopardo renziano sono limitate a una vittoria sul filo a Taranto, la città dell'Ilva, e ai successi di Padova, Cuneo, Lucca e Lecce, che sono più il frutto degli errori altrui che della propria capacità di attrazione. Ovunque la partecipazione al voto è scesa sotto il 50%, e i crolli maggiori si sono registrati proprio nelle regioni e nelle città tradizionalmente più di sinistra.
A pochi mesi dalle politiche non è un bel viatico per Renzi e il Pd. Certo, il voto amministrativo è una cosa e le elezioni politiche sono altro. Ma se si fa un bilancio della leadership renziana in questi ultimi tre anni non ci si può non chiedere: dopo le europee, oltre alle primarie, Renzi cos'ha vinto? E quali sono gli effetti della sua politica di rottura e rottamazione dei vecchi schemi? Questa pesante sconfitta segue i disastri di Roma e Torino e la debacle del Referendum costituzionale. E lascia sul campo le macerie di un partito che non è più un partito, che ha perso il suo tradizionale radicamento nei territori e dove le anime ex comuniste ed ex democristiane si odiano e si fanno reciprocamente la guerra; le macerie di un centrosinistra sempre più diviso, incapace di rappresentare un'alternativa credibile al populismo e all'antipolitica, con leader poco convincenti e "poche idee ma confuse" come direbbe Ennio Flaiano. Un panorama desolante, dove l'obiettivo dichiarato del 40% da raggiungere con un listone che vada da Pisapia a Calenda è un miraggio, la rincorsa al miracolo Macron una pia illusione, l'effetto "vinavil" di Prodi un pannicello caldo.
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