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domenica 2 agosto 2015

Bologna, le stragi impunite, il governo e l'orologio della verità




Ma perché la verità sulle stragi che hanno insanguinato l’Italia dal dopoguerra fino agli anni Novanta non viene mai fuori, o viene svelata solo in parte, senza mai una prova davvero certa e colpevoli rei-confessi, in faticosi e interminabili processi? Perché non conosciamo ancora, se non parzialmente, il volto degli stragisti italiani, non sappiamo chi sono i mandanti e gli organizzatori di quelle mattanze di innocenti? Perché a tanti anni di distanza nessuno di chi sa parla? Quali inconfessabili segreti si devono ancora proteggere? Perché nessun capo di Stato, di Governo, Ministro dell’Interno, Capo dei Servizi segreti o della Polizia di Stato, nessun vertice delle Istituzioni sa o può svelare qual era l’esatto disegno di chi metteva le bombe sui treni, nelle banche, nelle piazze, alle stazioni, o abbatteva aerei? E perché le rare volte in cui abbiamo avuto sentenze di condanna, da Portella delle Ginestre ai morti di Reggio Emilia fino alla strage del 2 agosto a Bologna, i responsabili di questi orrendi attentati non sono a marcire in galera come avverrebbe in qualunque altro Paese ma dopo pochi anni di carcere sono tornati in libertà?

La verità storica non rende giustizia alle vittime
C’è chi dice che la trama del terrore in Italia, delle connivenze tra terroristi, mafiosi, apparati dello Stato e perfino potenze straniere, è comunque ormai nota, che conosciamo la verità sostanziale anche se non avremo mai piena verità giudiziaria. Come dire che ormai la giustizia deve cedere il passo alla storia. E la storia ci racconta che dal dopoguerra fino a Via Fani e all’assassinio di Moro, si è cercato in tutti i modi, non con le armi della politica e dell’economia ma con l’aiuto del terrorismo e di apparati e depistatori di Stato, di impedire che la sinistra e i comunisti in particolare arrivassero al governo di questo Paese nevralgico per gli Stati Uniti e la Nato. La storia ci dice che il Dc9 dell’Itavia è stato tirato giù da un missile alleato probabilmente diretto a Gheddafi nell’ambito di una azione Nato. La storia ci dice che le bombe le mettevano i fascisti, spesso con l’aiuto dei servizi “deviati” e di organizzazioni atlantiche tipo Gladio o la P2.



In 25 anni 150 morti e 650 feriti
Ma ci si può accontentare di queste ipotesi ormai storicamente e politicamente dimostrate? Davvero si può lasciare ciò che è accaduto alle analisi politiche e sociologiche senza perseguire i colpevoli, risarcire le famiglie degli oltre 150 morti e 650 feriti che ci sono stati negli anni Settanta, Ottanta e Novanta del secolo scorso, senza provare a dare verità e giustizia alle vittime di Piazza Fontana e Piazza della Loggia, dell’Italicus e del Rapido 904, di Milano e di via dei Geogofili, fino alle madri di tutte le stragi: quelle di Ustica e quella della stazione di Bologna? Io non credo. Credo invece che bisogna continuare a battersi e a chiedere con più forza che la verità venga fuori, tutta. E credo che se questo non avverrà, il nostro non sarà mai un Paese civile, pacificato, maturo, indipendente, dove la sovranità appartiene al popolo e la politica è al suo servizio.

Bologna non dimentica
Bologna oggi ha dimostrato di essere ancora, nel profondo, la città fiera, caparbiamente democratica e di sinistra, assetata di verità e giustizia che tutti conosciamo. Una città che non dimentica e aspetta ancora il 2 agosto per stringersi ai familiari delle vittime della strage prima di andare in ferie. La piazza davanti alla stazione, sotto l’orologio fermo alle 10.25, era piena di gente, perché, come ha detto bene Francesco Guccini, “a Bologna il 2 agosto bisogna starle vicino”. Il silenzio, la sirena, il lungo applauso in ricordo dei morti e dei feriti. Oggi Bologna ha testimoniato ancora una volta all’Italia che quella ferita 35 anni dopo è ancora aperta e fa sempre male. 

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Renzi "cambi verso" alla storia delle stragi impunite
Il presidente Mattarella ha risposto ricordato, nel suo messaggio, che ci sono ancora “angoli bui, mandanti e complici” da scoprire. E il presidente del Senato, Grasso, ha aggiunto che "la verità non va in prescrizione". Bene, il premier Renzi, che a parole dice di voler “cambiare verso” al Paese per portarlo “fuori dalla palude”, se vuole dare credibilità all'azione del governo e dignità alla politica, passi dalle parole ai fatti, si dia da fare per aprire tutti gli armadi e desecretare tutte le carte. Se lo farà, si potrà sperare di arrivare non solo alla verità storica, ma anche alla giustizia. Tutto il Paese gli sarà grato se ciò avverrà. E solo allora l’orologio della stazione di Bologna potrà, forse, ricominciare a segnare il tempo.

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